Oro rosso – Capitolo 1

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Questo è il primo Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc’ inizia la sua  giornata di carrettiere robivecchi, per lo più di oro rosso, il rame.

Capitolo 1

Ue’ducc’ aprì gli occhi.

Una lama di luce abbagliante lo colpì passando attraverso lo squarcio nella tela del tendone del carro e una smorfia di disappunto gli percorse il volto: doveva decidersi a riparare quello strappo!

Il carro, lungo circa tre metri e largo uno, constava di due grandi ruote, imperniate su di un’asse trasversale, sulla quale poggiava una base in legno, il pianale, a  cui erano fissate due fiancate di legno,  ed un portello mobile sulla parte posteriore del carro. Il tutto era completato con due lunghe stanghe di legno per aggiogare il cavallo.  Un grande telone che poggiava su ferri piantati sul pianale ed ancorati alle fiancate lo ricopriva tutto.

Ue’ducc’ sbadigliò, si sedette sul pagliericcio che fungeva da materasso e si stiracchiò.

Barcollando andò all’apertura anteriore del telone e la scostò.

Dalla radura, ancora umida della rugiada della notte, si sollevava dal suolo, ai primi tiepidi raggi del sole,  una bruma leggera.

Una lepre attraversò di corsa il prato.

Era tempo che anche lui iniziasse la sua giornata.

Avvolse, legò e ripose il pagliericcio e le coperte che gli erano servite per la notte. Erano state un buono scambio, pensò, quelle due coperte! La vecchietta che gliele aveva date aveva detto il vero: tenevano caldo.

Anche se era estate l’aria vicino al bosco era sempre umida di notte!

Saltò giù dal carro.

Bartolomeo, il suo cavallo, era sempre legato all’albero dove lo aveva lasciato la sera prima. Lo vide alzare pigramente una zampa e colpire con essa un paio di volte il suolo: la sua forma di saluto.

Si avvicinò a lui  e la sua forte dentatura scintillò nel  viso abbronzato  mentre sorridendo lo accarezzava piano sul muso. Lo slegò e lasciò che brucasse l’erba intorno.

Si diresse a grandi passi  al ruscello che scorreva  più avanti  gorgogliando pigro tra i sassi ricoperti di muschio del greto. Riempì le mani di acqua e bevve a grandi sorsate. Quindi si sciacquò il viso e bagnò i capelli. Il contatto con l’acqua fredda lo svegliò del tutto.

Ue’ducc’ era alto ed il suo giovane corpo, forte e scattante, aveva muscoli ben evidenti come tutti coloro che, vivendo molto all’aperto, ne vengono temprati fisicamente. Aveva capelli di un nero corvino, lunghi e inanellati, che gli sfioravano le spalle e incorniciavano un viso dalla forma quadrata con zigomi sporgenti e un naso un po’ largo che conferiva  al suo volto abbronzato  un aspetto marcatamente maschile.  Un ricciolo ribelle gli scendeva sulla fronte ampia e andava a ricadere fra gli occhi grandi e neri come la pece su cui risaltavano sopracciglia anch’esse scurissime e ben disegnate. Il mento diritto sovrastato da una bocca morbida completava i tratti del suo viso.

Tornò al carro e vi risalì.

Da un sacco di tela legato sui ferri in alto tirò fuori un pezzo di pane duro, un po’ di formaggio e un pezzo di mela avanzati la sera precedente. Si sedette e prese a mangiare. Poi tornò al ruscello e riempì di acqua la sua borraccia di rame.

Raggiunse quindi il cavallo, lo condusse al carro per attaccarlo e montò a cassetta.

“…… Arri, Bartolomeo, arri….” gridò facendo schioccare la lingua e scuotendo le redini.

Il cavallo si mosse.

Attraversata la radura  il carro si trovò sulla via che portava ad A.

Ue’ducc’ non aveva fretta, anche se ” la ramera ” era ancora lontana. Continuò a seguire la strada per un bel pezzo senza incontrare  nessuno, poi  incrociò un  carretto di contadini che trasportavano attrezzi. Si salutarono, benché non si conoscessero, come era uso da quelle parti.

Prese allora a  fischiettare tra sé.

Era piuttosto soddisfatto.

Contava di ricavare  abbastanza dalla vendita  di  rame vecchio che aveva raccolto andando in giro per i paesi intorno.

Era questa la sua attività: raccogliere rame vecchio e rivenderlo ai proprietari della fonderia di A.

Oltre a ciò Ue’ducc’ si industriava in mille modi.

A volte, se non erano riparazioni che richiedevano un lavoro e delle attrezzature troppo specifiche, riparava lui stesso gli oggetti rotti che le donne gli portavano con piccole saldature, con giunture e cerniere varie, attività questa soprattutto invernale.

Non di rado, poi, portava con sé  prodotti tipici delle varie zone dove si recava da consegnare nei paesi che visitava fungendo da carrettiere e arrotondando così i suoi guadagni, commercio questo  particolarmente vivace in primavera e autunno.

 D’inverno, infatti, essendo il clima molto rigido da quelle parti, sarebbe stato particolarmente disagiato per lui girare col carro.

Il sole era già alto nel cielo quando in lontananza vide apparire i tetti della fonderia.

Dopo un po’ lasciò la strada maestra ed imboccò il largo viottolo brecciato che vi conduceva. Mise al passo Bartolomeo poiché il viottolo, in discesa, era in alcuni punti piuttosto impervio, e cercò di evitare le buche  affinché il carro non dondolasse troppo.

Da lontano giungeva il pesante rumore dei magli, appena stemperato da quello  dello scorrere del fiume non distante.

segue su …..oro-rosso-capitolo-2


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

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