“Lu Trufele” e “Lu Variluotte”

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Benedetto di Sciullo [1] e Giovanni Mariano [2]

Lu Trufele

Da quanto ci risulta non esiste, in italiano, un termine corrispondente alla parola dialettale “trùfele”.

L’oggetto, di coccio, era usato dai contadini, molto tempo fa, per portare nei campi l’acqua per dissetarsi. Naturalmente poteva contenere anche il vino, ma quest’ultimo, solitamente, era conservato per  essere bevuto la sera al rientro dai campi dopo una giornata di lavoro.

Di modeste dimensioni, il recipiente era completamente chiuso e fornito in cima di tre fori e d’altrettanti beccucci da cui fuoriusciva il liquido.

Essendo di coccio, facilmente si rompeva e, in alcune cantine o soffitte di Fallo, se ne trovano ancora alcuni rappezzati alla meglio con toppe di cemento o gesso.

Quando gli anziani raccontano della loro vita nei campi, fanno spesso riferimento a “lu trùfele” ben nascosto all’ombra delle fronde per mantenerne fresco il contenuto: per loro che lavoravano sodo anche in piena estate e sotto il sole, rappresentava l’unica fonte di refrigerio.

 

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Lu Variluotte   –  Il Barilotto

Particolarissimo e piuttosto raro, quest’oggetto è la versione in miniatura dei barili presenti nelle cantine dell’Altosannio e destinati principalmente al trasporto dell’acqua con le bestie da soma.

Quello rappresentato nella foto ha la capacità di un litro, ma n’esistevano altri di diverse dimensioni altrettanto facili da trasportare.

Come “Lu Trùfele”, “Lu Variluotte” era utilizzato dai contadini per portare nei campi l’acqua per dissetarsi.

“Lu Variluotte” rispetto a “Lu Trufele” aveva il vantaggio d’essere più robusto e meno ingombrante anche se la sua capacità era piuttosto scarsa. Ciò non sempre era un male poiché spesso il contenuto era di migliore qualità (vino in luogo dell’acqua).

È certamente per questo che i contadini preferivano “Lu Variluotte” a “Lu Trufele”.

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[1] Benedetto Di SciulloAbruzzese di Fallo (CH), libero professionista. Dedica tanto tempo alla cultura locale per mantenere concretamente vivi i palpiti di un mondo antico che accomuna tanti di noi e che, dal passato, ancora ci accarezza e ci emoziona superando oceani e continenti
[2] Giovanni MarianoAbruzzese di Fallo (CH), informatico. Cura con Benedetto Di Sciullo il sito dedicato a Fallo sapendo di fare piacere ai conterranei che apprezzano le abitudini, la aria, i profumi dell’Alto Vastese.

Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

5 Commenti

  1. salve a tutti,

    mi sembra di ricordare esistesse anche “lu vucale” , che era una versione piu’ grande de “u trufete”.

    Mauro

  2. In mio possesso c’è un recipiente di vetro che serviva per bere direttamente il vino, senza usare il bicchiere. Ha un doppio collo: da uno entra l’aria e dall’altro esce il vino. Mio padre lo chiamava “carafingiello”.
    Il primo recipiente si chiama “cicina”

  3. A Poggio Sannita “l truffl” serviva per il vino ed aveva l’ imboccatura stretta ed un solo foro chiuso con un piolino di legno fatto alla buona assicurato con uno spago per non perderlo mentre il recipiente per l’ acqua di maggiore capacità aveva 4 o 5 fori all’ imboccatura ed era chiamata “ciutla”.

  4. Io lo chiamavo “cicina”. L’acqua si manteneva fresca all’ombra per un’altra ragione. Gran parte della superficie esterna non aveva “la vetrina” perciò il contenitore rimaneva poroso. Per diffusione l’acqua permeata attraverso lo spessore della “cicina” ed evaporava, per evaporava sottraeva calore al contenitore ed in parte all’ambiente circostante. Le borracce militari erano in alluminio e rivestite di panno, per mantenere fresca l’acqua si impregnava anche il panno di acqua e si sfruttava lo stesso fenomeno chimico fisico. In ogni caso alla Montagna era chiamata cicina e serviva anche per il vino. Quando si lavorava d’estate la giornata cominciava alle 5 e finiva al tramonto e si mangiava sul posto alle 9, alle 12 e alle 4. Si beveva anche il vino.

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