Le rose di Maggio

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di Esther Delli Quadri

Piazza Plebiscito
Piazza Plebiscito

 Per i vicoli di Agnone

Vago senza meta per le strade del centro storico di Agnone, il mio percorso preferito quando sono qui, anche se da qualche tempo preferisco l’Agnone “ virtuale “ a quella reale.

Chissà perché in passato quando pensavo ad Agnone il mio pensiero correva subito al corso, ad Agnone cap’abball’ (in giù). Invece da un po’ di anni quando penso ad Agnone il mio pensiero corre al centro storico, cap’ammont’ (in su).Ho deciso, tra me, che in qualche modo il corso è da identificare con mio padre, che lì amava passeggiare con i suoi tanti amici e conoscenti, mentre il centro storico mi fa pensare a mia madre , nata e cresciuta in zona la Ripa-corso Garibaldi. In aggiunta , ho deciso,che anche i miei ricordi sono catalogabili: quelli legati alla adolescenza e giovinezza sono riconducibili al corso, ma quelli legati all’infanzia sono legati al centro storico. Lì ho frequentato l’asilo dalle suore, la scuola elementare e poi media. Lì abitava mio nonno e lì mia madre ci portava da bambini quando andava da suo padre perché, probabilmente ,anche lei sentiva il richiamo dei luoghi dove aveva trascorso l’infanzia.

Percorro quindi i vicoli e le strade del centro storico, in cerca di qualcosa, di qualcuno, si, di mia madre.

Osservo gli occhi ciechi delle case disabitate , senza più luce . Il silenzio che regna è opprimente . Sento i miei passi risuonare sull’acciottolato. Non era così una volta .D’inverno non c’era comignolo che non avesse il suo pennacchio di fumo. D’estate da ogni finestra aperta si sentivano provenire le voci della gente che vi abitava e i profumi dei nostri piatti tipici uscivano dalle finestre. Era un pulsare di vita, con , bambini in giro che si rincorrevano, vecchie signore che discorrevano sull’uscio delle rispettive abitazioni, e, in sottofondo sempre il martellare di qualche ramaio.

Passo da Sant’Antonio col suo alto campanile .Mi ricorda le parole di mia madre, dal carattere allegro e molto spesso in vena di scherzi. Quando a tavola qualcuno di noi esagerava col cibo diceva “Ch’ia fa mamma, j’ia sagli’ ru campanar de Sant’Antogn?” .

Passo da San Nicola, chiusa ormai da non so più quanti anni. Nella piazza guardo quella che una volta era la “p’teca” di mio nonno e con un guizzo di felicità ,per un attimo, sento il battere dei martelli sul rame. Chiudo gli occhi per prolungare il più possibile quell’illusione.

Mi fermo un attimo alla Trinità, piccola e raccolta.

Procedo verso San Marco che mi ricorda le celebrazioni del rito del mercoledì delle ceneri a cui partecipavamo come alunni delle classi del Liceo e il pensiero va a Don U., ,l’arciprete, nostro insegnante di religione e al suo spedito latino. Mi scappa un sorriso. Ricordo alcuni miei compagni di classe, un gruppetto di maschi ,simpaticissimi, di quei personaggi che rendono memorabili le lezioni in classe per il movimento che creano, ma che sono i nemici giurati dell’ordine e del rispetto delle regole, che escogitavano miserrimi mezzucci affinché. Don U. gli facesse la traduzione dei brani più lunghi di traduzioni di latino assegnate per casa. In un primo momento alla richiesta di un piccolo aiuto lui non si rifiutava, ma quando si rendeva conto che l’aggettivo “piccolo” poco si addiceva a quello che i miei compagni volevano da lui, si rifiutava categoricamente invitandoci a non chiedergli di essere scorretto , tra le proteste del deluso gruppetto.

(nell’ordine: San’Antonio, San Nicola, San Marco)

M’incammino verso San Pietro e Sant’Amico. A queste chiese non sono legati ricordi particolari, ma tutte e due mi piacciono molto, mi fanno pensare a gente operosa , orgogliosa del proprio lavoro, ad una religiosità semplice e senza fronzoli.

A Sant’Amico per un po’ di anni andavo per assistere alla messa domenicale quando tornavo in Agnone per le vacanze. Quella celebrazione mi ispirava buoni sentimenti, mi faceva pensare a cose buone.

A San Pietro , invece, chiusa per molti anni, sono entrata raramente. Ma quello scorcio di vallata che si intravede alle sue spalle , verdeggiante in primavera-estate, ammantato di neve in inverno, mi fa pensare che il Dio che alberga in quella chiesa non possa che essere un Dio comprensivo,buono, semplice, benevolo e pronto a perdonare le nostre debolezze e miserie umane.

Passo poi da San Francesco, altra chiesa chiusa da anni e anni.

San Francesco per me è legata al battere delle ore del suo orologio , uno stillicidio di dolcezza quando lo sento di notte , prima di cadere addormentata. Quel battito di ore e quarti di ore che mi ha accompagnato nell’infanzia e adolescenza ha scandito tutte le ore di solitudine dei miei genitori rimasti soli!

E poi c’è il suo chiostro, che mi ricorda le scuole medie . E’ lì che le ho frequentate , nel palazzo adiacente che ospitava sia classi di scuola media, sia gli uffici del comune prima che essi fossero trasferiti nella nuova sede vicino alla “chiezza”.Mi ricorda anche quando da bambina andavo qualche volta nell’ufficio di mio padre e lui mi sollevava per farmi guardare fuori dalla finestra i “ ragazzi grandi “ delle medie che facevano ginnastica nell’ ampio spiazzo sottostante.

Santa Croce, minuscola chiesa, che io ho visto aperta in pochissime occasioni, mi fa tornare alla mente i riti del Venerdi Santo e gli incappucciati della congregazione della morte che ho visto partire in processione da quella chiesa. Mi sporgo per guardare l’ingresso del convento di Santa Chiara , anch’esso legato a tanti ricordi d’infanzia e adolescenza. Fu lì che iniziai a frequentare il liceo il primo anno , prima che le classi fossero trasferite nel nuovo edificio, di fronte a Sant’Emidio.

(nell’ordine: San Pietro, Sant’Amico, San Francesco, Santa Croce)

Ma è davanti a San Biase che l’onda delle emozioni mi travolge facendomi naufragare definitivamente nei ricordi.

Mi fermo davanti alla sua porta chiusa. E’ stata chiusa per tanti anni e solo recentemente mi è capitato di trovarla aperta in qualche occasione. A San Biase siamo sempre venuti per la messa nella notte di Natale . E’ la “ pasturella” del suo organo che ha sempre risuonato nelle mie orecchie in tutte le notti di Natale che non ho trascorso in Agnone. E’ qui che mia madre e mio padre si sono sposati.

Guardando quella porta chiusa rivedo mia madre così com’era quando io ero bambina tenere per mano me e mio fratello e portarci a San Biase per il “ mese di maggio”.

San Biase

Allora c’era la consuetudine di andare in chiesa ogni sera durante il mese di maggio per assistere alla funzione religiosa dedicata alla Vergine Maria. Queste funzioni si svolgevano in tutte o quasi le chiese di Agnone, ma noi, pur appartenendo alla parrocchia di Sant’Emidio ,andavamo nella chiesa di San Biase. Lì mia madre trovava spesso conoscenze e amicizie della sua gioventù e a volte veniva anche mia zia, sua sorella, con le sue figlie più piccole. Capitava anche che siccome al pomeriggio, di tanto in tanto, andavamo da nonno Nicola ,che abitava lì vicino ,poi ci recassimo in chiesa direttamente da casa sua.

Di maggio ricordo molte cose.

Il profumo intenso delle rose e di altri fiori che proveniva dai giardini intorno , lo stesso profumo che insieme a quello dell’incenso impregnava la chiesa durante la funzione. La gioia e la sensazione di libertà nel poter mettere da parte i vestiti invernali .Noi bambine aspettavamo con ansia di indossare le calzette corte e le magliette e camicette a maniche corte. Per i maschietti allora, smessi i pantaloni pesanti rigorosamente grigi o marrone come se fosse una prescrizione medica, c’erano i pantaloni corti , magari con le bretelle, e con colori vari. Tutto questo unito alla temperatura mite e all’allungarsi delle giornata che preannunciavano l’arrivo dell’estate dava a tutti, grandi e piccini, una sensazione di leggerezza.

Nella chiesa, i cui altari traboccavano di fiori di tutti i tipi e del cui addobbo si occupavano le suore del nostro “asilo”( guai oggi chiamarlo così è diventato “ scuola materna”!) coadiuvate da signore della parrocchia in quella che a me sembrava una battaglia a chi ci mettesse più zelo nel darsi da fare per portare i fiori più belli e disporli nel modo più grazioso, l’aria era densa del profumo dei fiori misto all’odore dell’incenso. Al primo banco stavano le suore con la loro cuffia immacolata e sopra il velo nero e poi, variamente distribuite nella chiesa ma soprattutto ai primi posti ,molte vecchiette che , così pareva a noi allora, stavano lì apposta per farci gli “occhiacci”o rimproverarci se per caso ci scappava una risatina durante la celebrazione , come se non bastassero già le suore ad ammonirci con lo sguardo non appena entravamo!

Mi ricordo la rituale domanda di mio fratello bambino rivolta a mia madre mentre salivamo gli scalini della chiesa “ Mamma, ma quando finisce questa funzione? “ e l’invariabile risposta

“ Presto, basta che fai il bravo” come se tra le due cose vi fosse un rapporto di causa-effetto!

Agnone San Biase

Mia madre cercava di arrivare quando il rosario che precedeva la funzione era ormai alla fine per evitare che dovessimo rimanere troppo a lungo fermi e buoni, cosa assai difficile per bambini di quella età, quasi impossibile per quelli di nuova generazione a meno che non si trovino all’altare del computer o della play station. Ma in genere c’era sempre un’ultima parte di rosario a cui assistevamo. Mi ricordo l’intonare dei vari misteri da parte delle suore o di altre signore e il successivo mormorio delle preghiere. Ed infine, tutte le luci si accendevano, ed il celebrante entrava nei suoi paramenti seguito dai chierichetti che aspergevano incenso e dal sacrestano che portava una specie di lunga pertica con un beccuccio in cima che serviva a spegnere le candele alla fine della funzione. Si levavano allora canti scritti apposta per il mese mariano, il cui ricordo ancora oggi mi commuove fino alle lacrime! Canti antichi credo, che oggi non si sentono più tanto spesso,sostituiti da altri più moderni. Ricordo che le donne indossavano allora una “veletta” per entrare in chiesa ,spesso fermata da uno spillone con la capocchia di madreperla appuntato ai capelli e ricordo anche che a volte guardandole inginocchiate io pensavo tra me che sarebbe stato un bel guaio se lo spillone si fosse staccato facendo cadere la “veletta” durante la funzione e che ero curiosa di sapere se a seguito di ciò le vecchiette avrebbero fatto anche alla malcapitata gli “ occhiacci” come li facevano a noi bambini!

Noi bambini stavamo tranquilli i primi dieci minuti, poi cominciavamo ad agitarci sempre più. Cominciavano i dispettucci tra me e mio fratello, sedati dai frequenti “ Shhhh” di parecchie vecchiette ma anche di mia madre. Cominciavano i segnali con mia cugina per metterci d’accordo e fare in modo che mia madre si fermasse un po’ a casa di mia zia per giocare un po’.

A volte, alla fine della funzione ,Don P., dopo essersi spogliato dei paramenti raggiungeva i crocchi di donne ferme sul sagrato della chiesa e invitava le signore a non portare i bambini in chiesa. Ma alle loro proteste perché non sapevano dove lasciarli e quindi avrebbero dovuto rinunciare al “ mese di maggio”, Don P. , temendo che il suo già non troppo folto auditorio si assottigliasse ulteriormente , con un sospiro rassegnato diceva “ E va buò , ma almen’ mettev’ m’bunn’ alla chiesa e a s’ citr’ purtatej’ cacch’e cosa p’ farr’ stà zitt’”.

Per cui mio fratello, quattrenne, una sera lo prese alla lettera e si mise in tasca, all’insaputa di mia madre, un mazzo di carte da gioco e durante la celebrazione si sentiva ogni tanto la sua vocetta scandire “ battoni, due, te….” con mia madre che cercava di togliergli le carte piena di vergogna e io che ridacchiavo. Alla fine della funzione il povero don P. Sbottò “ J’eva ditt’ ca j’avata purtà caccausa, ma no ch’evan’ m’nì alla chiesa p’ jucà a cart’gna foss’ na cantina!” Solo che mentre lo diceva gli scappava da ridere e probabilmente mia madre si sentì molto più sollevata per questo.

Alle litanie finali noi bambini avevamo ormai raggiunto il culmine della vivacità, ma l’inizio delle litanie facendoci presagire la fine del nostro star fermi ,ci consentiva ancora quel tanto di pazienza per arrivare alla fine della messa. Erano litanie in latino che allora non capivo, ma che insieme al penetrante odore di incenso asperso dai chierichetti, ricordo con grande tenerezza.

Dopo che ebbi fatto la prima Comunione il mese di Maggio con le sue funzioni si fece più interessante perché allora noi bambini potevamo esibire il nostro nuovo libro di preghiere con la copertina di madreperla bianca con dentro tutti i canti e le preghiere per le funzioni, libretto che ancora oggi conservo gelosamente, e le nostre coroncine per il rosario nuove di zecca. In più ci si sentiva più partecipative perché il corso di catechismo ci aveva preparate alle celebrazioni e più importanti perché potevamo fare anche noi la comunione e confessione ( al pensiero di quei piccoli peccatucci confessati con tanta serietà mi sento sciogliere dalla commozione !).

Manifestavamo allora un certo sussiego nei confronti dei bambini e bambine più piccoli che non avevano libri di preghiere e non potevano confessarsi né comunicarsi.

La tradizione del mese di maggio e delle sue funzioni continuava , almeno per le bambine, fino all’adolescenza . Da adolescente però cambiai chiesa perché le mie amiche di scuola media frequentavano la chiesa dei padri Cappuccini. Cominciai così a frequentare il mondo di Cap’abball’.

Agnone Vecchia Chiesa dei Cappuccini

Dopo le funzioni avevamo il permesso di fare qualche passeggiata per il corso .Cominciammo ad avere le nostre prime preferenze in fatto di abbigliamento . Diventammo vanitosette e cominciammo le prime battaglie in famiglia per indossare alcuni vestiti anziché altri. Cominciavano allora le prime simpatie tra maschi e femmine , in genere compagni di classe o di una o due classi più avanti……..

……….Ma non è ancora maggio con le sue serate tiepide, lo sfrecciare delle rondini tornate da lontano a rallegrarci coi loro garriti , e il profumo dei suoi fiori.

Tiro su il cappuccio del mio piumino per ripararmi dal vento freddo che si è levato all’improvviso . Saluto San Biase con un sospiro e mi avvio verso casa.

Un saluto veloce all‘Annunziata , chiesa che conosco bene perché è vicino casa, uno sguardo da lontano a Sant’Emidio. E’ ora di rientrare per prepararsi alla partenza

Annunziata

Entro in casa e mi sembra di sentire la voce sempre allegra di mia madre che conoscendo il percorso di questi miei giri quando rientravo mi diceva “ Sci f’niut’ r’ s’pulcr’ uoj?” e poi traduceva per i miei figli “ Hai finito di girare per i sepolcri oggi?”

Tolgo la chiave dalla serratura. Il nostro cagnolino mi viene incontro abbaiando per avvertire tutta la famiglia che sono tornata. Mi chino ad accarezzarlo.

Si, anche oggi “ r’so f’niut’ d’ g’riè p’ r’ sepulcr’”!


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

 

7 Commenti

  1. Racconto intriso di nostalgia ricco di immagini a suo modo poetico. Chi non ricorda le chiese e le funzioni di maggio? Sei stata molto brava, complimenti

  2. Io non conosco tutti questi luoghi ma, ho letto con molta attenzione, mi è piaciuto moltissimo l’ho letto con molta attenzione. Grazie

  3. Un ….Amarcord  fatto di odori, colori, suoni  e immagini…
    Leggendo  ‘Le rose di maggio’ sono ridiventata anche io bambina. Ho rispolverato così vecchi ricordi, coperti dalla patina del tempo che sembra cancellarli,ma non è vero..li nasconde solo per un po’,  finchè un qualcosa  li fa riaffiorare nella mente..
     Se dovessi capitare ancora in Agnone….vorrei tanto rifare il tuo percorso di chiese..
     Ciao Esther!
    Patrizia

  4. La ricchezza e le particolarità di questo MAGNIFICO NOSTALGICO racconto sono pari alla ricchezza di AGNONE di avere tante chiese, che innegabilmente hanno avuto tanta importanza nella fanciullezza e poi nell’adolescenza dell’autrice. E le foto aggiunte danno un’idea bella del paese.
    Le memorie e i ricordi INTIMI E FAMILIARI, sono stati così ben descritti , con le più belle emozioni allora provate e mai dimenticate che sono sincera l’ammiro e la invidio…-SENZA CATTIVERIA!
    Ma LA PROTAGONISTA è la sua mamma, di cui lei sente ancora le parole! e come si può dimenticare le premure della mamma? specie quando l’affetto materno e la sollecitudine verso lei e il fratellino sono stati grandi e profondi?
    Io ho perso mia madre che avevo 6 anni e la mia sorellina solo tre!Noi abbiamo cominciato proprio allora a “fa’ le seppulcre!”

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