L’Amico treno e la stazioncina di Carovilli

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di Esther Delli Quadri

Il treno ha sempre rappresentato  per me qualcosa di più di un semplice mezzo di locomozione. Mi incanta e mi spaventa allo stesso tempo. Compendia in sé  il mio amore per i viaggi , per  nuovi luoghi e lontani, per modi di vivere differenti e differenti modi di pensare di gente uguale a me , ma, per questo, diversa, le promesse del futuro, la paura dell’ignoto, la consapevolezza della caducità di tutte le cose.

Vederlo avvicinarsi, in stazione, mi dà sempre un tuffo al cuore unito alla voglia di avvicinarmi ai binari , nonostante le righe gialle e le ammonizioni più diverse che diffidano dal farlo, per sentirmi sul viso il suo alito caldo e ansante , come di un bimbo che ha corso a perdifiato.

Vederlo ripartire da una stazione mi dà sempre una sensazione di disagio unita alla malinconia delle partenze, anche quando non sono io a partire né nessuno dei miei. E’sempre  la partenza di un amico, il treno, appunto.

Le stazioni delle grandi città mi spaventano e mi incuriosiscono. Riescono a farmi sentire non più una donna che ha in mente un chiaro percorso da seguire, bensì una bambina sperduta, spaventata dalla folla e dal viavai, ma anche attratta da quel pulsare di vita .

Le voci che annunciano gli arrivi e le partenze,mi fanno battere più forte  il cuore ma sono soprattutto le parole “ Milano, stazione di Milano” oppure Roma….. o   Torino …o qualsiasi altro nome di città Italiana o straniera che alle mie orecchie risuonano come un “Apriti sesamo!”

Le stazioni dei piccoli paesi , invece, di quei paesi il cui nome non compare nelle cartine se non in quelle superdettagliate e che si trovano quasi loro malgrado sulla linea ferroviaria, mi commuovono.

Per il  personale di quelle stazioni sento un  grande rispetto. Mi fanno pensare ad una vita operosa, onesta, pulita, semplice e schiva. Mi fanno pensare con tenerezza a quei films in bianco e nero dei grandi registi del dopoguerra.

Se devo chiedere un’informazione la mia voce si carica subito di tutti i sentimenti buoni di cui sono capace, sono tesa a dimostrare a quegli sconosciuti tutta la mia amicizia, il mio rispetto.

Anni fa mi è successo di trascorrere un po’ di tempo in una stazioncina, talmente piccola che il personale addetto si presentava in stazione soltanto pochi minuti prima dell’arrivo o della partenza di un treno. La stazioncina di Carovilli.

Stazione di carovilli sulla Sulmona-Isernia

Sono rimasta lì da sola per un bel po’ di tempo seduta su una panca di legno, l’ultima sopravvissuta probabilmente di una generazione di panche ormai scomparsa.

Circondata da  un silenzio inverosimile in quell’ambiente, così carico di significati per me, ho udito lo stormire del vento tra gli alberi, il gorgoglio del torrentello che scorreva nelle adiacenze .

 Ho incontrato lo sguardo pigro di un gatto di passaggio che mi osservava quasi a volermi segnalare che ero io l’elemento estraneo all’ambiente e non lui, che lì è di casa. Ho alzato gli occhi ed ho visto le pendici dei monti verdi di boschi, un lembo di azzurro cielo che faceva capolino tra i calcinacci in rovina della pensilina della stazione.

D’improvviso ho udito delle voci di ragazzi, un gruppetto di maschi e femmine, che sono entrati in stazione ad annunciare con  le loro voci e la loro allegria l’evento. E, dopo pochi minuti, eccolo lì, anche in quel luogo improbabile è arrivato, ansante e sbuffante più che mai data la sua vetusta età , un treno, due vagoni per la verità , ma comunque un avvenimento degno di nota per una piccola comunità.

 E’ entrato in stazione lentamente , talmente lentamente che  il gatto non ha fatto neanche segno di essere impressionato o spaventato ed è rimasto al suo posto con il fare di chi è certo del fatto suo e cioè che  la partenza dell’altro elemento intruso sancirà per l’ambiente il ritorno alla normalità.

I treni stessi non sono più quelli di una volta. Molti treni oggi , anche quelli a lunga percorrenza, non hanno più gli scompartimenti , assomigliando perciò sempre più ai vagoni di una metropolitana. Ma io ho ricordi precisi del clima di intimità che si creava nello scompartimento quando c’era la prospettiva di trascorrere molte ore di viaggio insieme.

Ricordo di aver fatto e ricevuto confidenze che mai si sarebbe osato fare a dei conoscenti ma che si facevano volentieri a degli sconosciuti , a dei semplici  compagni di viaggio.

Mi ricordo di sonni leggeri cullati dal rullio del treno sulle rotaie, popolati da sogni anch’essi lievi e dal risveglio ad un sussulto più forte o al rumore di una stazione di passaggio e ai sorrisi nell’ombra e alle voci che mi bisbigliavano “ Siamo a…”, quasi a voler intendere “ Non ti preoccupare, dormi pure tranquilla, sono solo i rumori di una stazione”

Ricordo di aver condiviso  panini, crackers o bevande e quando mi è capitato di fare il viaggio con degli Italiani emigrati all’estero, di aver accettato di assaggiare i prodotti alimentari tipici delle regioni di provenienza, di avere ascoltato le lodi tessute sulla loro qualità mentre con un sorriso mi porgevano il cibo perchè  lo assaggiassi e di aver letto nei loro occhi, soprattutto in quelli dei genitori che lo stesso cibo offrivano ai loro figli rivolgendosi a loro in una lingua straniera,  l’amarezza per l’abbandono della terra natìa .

Quasi sentendomi colpevole,giunta alla meta, la mia meta ancora in territorio italiano,  quando mancavano ancora molte ore alla loro meta in territorio straniero,ricordo di averli salutati, in un sussurro, se c’erano dei bambini addormentati, augurando di incontrarci ancora al più presto sul treno, magari in direzione opposta, goffo ed ingenuo tentativo di supplire  , con la mia gentilezza  di  sconosciuta, alle manchevolezze di un paese che non era stato in grado di offrire loro una casa e un  lavoro .

Mi è capitato di aver ascoltato brutte storie su crimini che si compiono sui treni come per esempio l’uso di bombolette di sonnifero per poter rapinare i viaggiatori. Ma sono felice di non averne mai fatto diretta esperienza perché così il mio fantasticare sul treno è rimasto intatto e intangibile.

 Mi ricordo, ed è un ricordo intenso, delle impressioni provate nei miei viaggi in treno,quando attraversando una città sembrava quasi di penetrare nell’intimità delle famiglie le cui case si trovavano a ridosso della ferrovia ,nel vederle intente a mettersi a tavola passandosi i piatti oppure  nelle loro camere da letto prima di spegnere la luce o nelle calde sere e nelle calde notti estive sui balconi cercando un po’ di refrigerio dall’afa pesante, sia pure su un balcone a ridosso della ferrovia.

Mi ricordo ,soprattutto quando il treno rallentava percorrendo le periferie e forse gli ambienti più degradati delle grandi città , di aver pensato a volte che era il treno ad offrire una prospettiva vera della città e della sua realtà perché quelle case sventrate, quelle anguste scalette, quei terrazzini precari, quei depositi improvvisati che dovevano essere nascosti agli occhi delle persone che percorrevano le vie principali recuperavano un loro diritto all’esistenza e con esso una dignità per le persone che ne usufruivano grazie al treno, che entrando nell’intimo di una città quasi la violava ,ma violandola mostrava della stessa un volto diverso.

 Il suo rumore in lontananza mi ha fatto sentire al sicuro quando  di notte nel mio letto non  riuscivo  a dormire.

 Il suo  fischio  nella notte mi ricorda anche le veglie quando i bambini erano piccoli e di notte mi alzavo per cullarli e farli addormentare, il dolce tepore che emanavano misto all’odore di borotalco, nell’insieme un odore che sa di buono e che solo i bambini hanno. Anche allora il treno mi teneva compagnia.

Ed è sempre  lo sferragliare o il fischio del treno che passa su un ponte ferroviario ad accelerare i battiti del mio cuore. Lo so che è stupido, ma se sono nelle vicinanze , magari in bicicletta, mi affretto per cercare di essere proprio sotto il ponte ferroviario al suo passaggio per sentire sulla mia testa il suo rumore e il suo odore intorno a me.

E’ stato sempre  presente come realtà, come sogno, come speranza, come allegria, come nostalgia. Il suo fischio nella notte è una promessa.

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

2 Commenti

  1. L’autrice fin dall’infanzia ha avuto dimestichezza col treno, che l’ha segnata con lo sferragliare e il fischio, l’arrivo in stazione e soprattutto la partenza dalla stazioncina, modellando le sue sensazioni, con i sentimenti più vari, le riflessioni più intime, le speranze più rosee, perfino richiamando il caldo profumo di pelle dei suoi bimbi odorosi di borotalco:dolce ricordo di tenera e giovane mamma. Non ho vissuto la sua esperienza, ma la lettura del bel racconto dettagliato e delicato mi ha fatto piacere, fin quasi alla commozione!

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