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Com’eravamo: Il matrimonio

Questo articolo è tratto da libro “Tradizioni popolari di Agnone” di Lucia Amicarelli[1] e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo[2]

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Quasi tutti i matrimoni [3] si celebrano in aprile, giugno, settembre, ottobre, qualcuno anche durante il periodo di carnevale e nel mese di luglio. Vengono invece scartati i periodi proibiti dalla chiesa, e i mesi di novembre, maggio, agosto[4]. Sposare in novembre, il mese dedicato ai morti, secondo l’opinione comune porta disgrazia; maggio viene scartato, perché il mese degli asini, agosto, secondo un vecchio detto popolare pòrta ru d«sgusct« cioè genera, nei coniugi, stanchezza del legame contratto. I contadini sposano quasi sempre di domenica, mentre arti­giani e professionisti ritengono più fine sposare di lunedì, giovedì o sabato. Ci si guarderebbe bene dal celebrare le nozze di venerdì o di martedì giorni, nella credenza del popolo, apportatori di disgrazia.

La mattina delle nozze, le parenti e le amiche più intime si riuniscono di buon’ora in casa della sposa per aiutarla ad abbigliarsi con l’abito bianco e il velo, doni del fidanzato. Un po’ prima della cerimonia arriva lo sposo, impeccabilmente vestito di scuro, con lo sparato della camicia bianca, regalo della sposa, ben inamidato e con un candido fazzoletto in mano. Lo accompagnano i parenti e gli amici scapoli, che sono andati a prenderlo a casa. Lo sposo si unisce agli invitati e con loro aspetta che la sposa, finalmente pronta, esca, dalla camera. Non gli è consentito vederla prima che sia completamente abbigliata, né, nei giorni precedenti il matrimonio, può chiederle di farsi ammirare nell’abito di nozze, perché porterebbe sfortuna. Finalmente si forma il corteo e la sposa, al braccio del padre o del fratello o di qualche persona di maggior riguardo, molto spesso il compare, che la conduce fino all’altare, muove verso la chiesa; seguono lo sposo con la madre della sposa, e poi gli altri parenti ed amici, in coppie tra i contadini, in due gruppi ben distinti, le donne avanti e gli uomini dietro, tra artigiani e professionisti. La sposa reca in mano un fascio di fiori freschi ed ha un lungo strascico che talora è retto da due o tre bambine in abito bianco, ma più spesso si lascia strisciare per terra. Gli abiti degli invitati non hanno nulla di particolare ai nostri giorni, ma ricordo ancora con quanta curiosità e meraviglia, da piccola, guardavo le contadine al seguito della sposa, con i lunghi e ampi abiti dai colori vistosi, tra cui predominavano il lilla ed il violaceo, abbondantemente ornati di trine e merletti sul corpetto, e resi più appariscenti dai grossi gioielli d’oro e di corallo, specie le lunghi e pesanti collane e con i bianchi fazzoletti triangolari di pizzo, tenuti fermi sulla testa e alle spalle da grossi spilloni d’oro.

Era l’antico, caratteristico costume di gala agnonese, in pe­sante seta damascata, costume che in un tempo non molto lonta­no (fin quasi agli ultimi decenni del secolo scorso, a quan­to mi ha affermato mia zia), neanche la sposa aveva ancora sostituito con l’abito bianco.

Nella chiesa ornata di piante, fiori, tappeti, sugli inginoc­chiatoi prendono posto gli sposi, ai loro lati i testimoni e subito dietro i genitori. Allorché gli sposi s’inginocchiano, la sposa ha cura di spingere un lembo del suo abito sotto le ginocchia dello sposo. Quest’usanza, che secondo il De Nino[5] e il Bruni[6] troverebbe la sua spiegazione nella cre­denza che con tale gesto la donna intende scongiurare una possibile malia da cui verrebbe investito lo sposo, è in Agnone intesa come un segno con cui la donna vuol indicare la sua costante sottomissione al marito. Tuttavia ciò non toglie che, quando l’uomo infila l’anello al dito della sposa, questa cerchi, sia pure solo con intento scherzoso, di non farlo spingere oltre la prima falange; se ci riesce, in casa comanderà la donna, la quale metterà la gonna al marito.

La cerimonia nuziale si svolge con semplicità; dopo la firma sul registro, il sacerdote è il primo a rallegrarsi con la novella coppia, a cui rivolge qualche parola di augurio e di consiglio.

Nei matrimoni si ripetono, più laute che in tutte le altre circostanze, le offerte in danaro al sacerdote ed alle altre persone addette alla chiesa. Oltre tali offerte, non vengono fatti altri doni particola­ri, costume che invece ancora vige in altri paesi d’Abruzzo.

A Celenza sul Trigno gli sposi, qualche giorno prima delle nozze, offrono al parroco un pollo e un fazzoletto, a Torrebruna ed a Castelguidone una gallina. L’uso di tali doni potrebbe essere una continuazione della tassa di maritaggio, da pagarsi all’abate del monastero, ancora in vigore fino a qualche tempo fa, secondo il Pansa, in alcuni paesi d’Abruzzo[7].

Al termine della cerimonia, lo sposo offre il braccio alla sposa e subito si forma di nuovo il corteo, che va in casa della sposa, ove viene offerto cioccolato in tazza con abbondanti dolci. Se gli sposi partono per il viaggio di nozze, segue, nella stessa casa della sposa, un ricco ricevimento, durante il quale ognuno provvede a fare un grosso fagotto di dolci da portare a casa propria (la m«ld«nèlla) ed al termine di esso, dopo un buon pranzo, gli sposi partono. Se invece, come accade tra i contadini, non c’è viaggio di nozze, dopo l’offerta del cioccolato ecco formarsi per la terza volta il corteo diretto verso la casa dello sposo.

Segni premonitori di disgrazie non lontane sono l’incontro di un funerale o di un gatto nero, segno di prosperità la pioggia; quando piove, però, si aggiunge anche che la sposa ha mangiato nella padella à magnjéat« alla v«ssàura, segno questo di ghiottoneria, secondo il Finamore[8]. Sulla porta di casa attendono i genitori dello sposo che hanno preceduto di poco il corteo: la suocera abbraccia la nuora e le augura di non dover mai abbandonare la casa maritale, con le parole: «Fìglia, c« puózz« sci mòrta».[9] Identica scena si svolge a Celenza sul Trigno allorchè la spo­sa varca la soglia della sua nuova casa.

A Torrebruna invece la suocera, fattasi trovare sull’uscio, sollevando sul capo della nuora un vassoio pieno di confetti, traccia con questo il segno della croce. Poi versa con forza, alle spalle della giovane, i confetti, in modo che, alcuni di essi, lacerando in più punti il velo tenuto sollevato, cadono a terra, con gran festa dei monelli che accorrono a raccoglierli. Entrati in casa, tutti siedono intorno alla tavola già apparecchiata, per un pranzo pantagruelico, che a volte dura sei o sette ore. La sposa resta in abito bianco anche durante il pranzo; solo può togliere il velo, che lo sposo avrà sciolto dai fiori d’arancio.

Ogni pranzo [10] di sposa inizia con un abbondante antipasto di prosciutto e soppressate, che i commensali consumano allegramente, mentre al cune donne preparano zuppiere fumanti colme di brodo di galli­na, in cui galleggiano dadi di pane tostato e fritto, polpet­tine, scamorze e pezzetti del saporito caciocavallo agnonese la zuppa alla santè. Vengono poi le galline lesse, se ne cucinano fino a sessanta, in grosse caldaie di rame. Ma fin qui il pranzo può dirsi appena cominciato; infatti dopo una breve sosta ecco la pasta asciutta, i bucatini e poi carne a non finire, cucinata in varie maniere. É superfluo dire che, se molto si mangia, ancor più si beve ed alla fine del pranzo parecchi convitati hanno bisogno di essere riaccompagnati a casa, se non si vuole che smaltiscano la sbornia su un marciapiedi. Il pranzo termina con l’offerta dei dolci; prima però uno dei convitati, quasi sempre un parente dello sposo, gira intorno alla tavola, reggendo un grosso vassoio, per raccogliere i doni offerti dai presenti. Al termine del pranzo, gli invitati lasciano la casa.

Quando gli sposi non partono per il viaggio di nozze, sono tenuti a rimanere per almeno otto giorni chiusi in casa. Durante tale periodo, ricevono le visite dei vicini e degli amici che se non sono intervenuti al matrimonio, recano il loro regalo. Alla domenica o alla prima festa successiva agli otto giorni, gli sposi, accompagnati dai familiari, si recano in chiesa. La sposa, per consuetudine, indossa l’abito nero che tutte le donne ricevono col corredo; lo sposo indossa lo stesso abito del giorno del matrimonio. Ascoltata la messa, si recano tutti in casa dei genitori della sposa, che offrono un pranzo abbondante quasi quanto quello di nozze. A sera la donna segue il marito nella sua nuova casa ed il giorno successivo inizia una vita non di molto dissimile da quella condotta prima del matrimonio. All’autorità paterna si è sostituita quella del marito e di frequente quella del suocero. Nella nuova casa non può dirsi pa­drona; è la suocera o la cognata più anziana che continua a dirigere la famiglia e la giovane donna deve di buon grado accettare e far sue nel più breve tempo possibile le consuetudini della casa che l’ha accolta.

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[1] Lucia Amicarelli, Molisana di Agnone (IS), fu Prof.ssa Di Lettere. Suo il libro su “Tradizioni popolari di Agnone”
[2] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.
[3] [N.d.C.] Gli sposalizi agnonesi nei ricordi di S. Galasso, La ripa dei campanili. C’era una volta Agnone, Agnone, A. Ricci Editore, 2005, pp. 42-47.
[4] [N.d.C.] In ambienti contadini, spesso, ci si sposava a dicembre per non perdere giornate di lavoro nel periodo dei raccolti.
[5] A. De Nino, op. cit., vol. I, p. 170.
[6] T. Bruni, Credenze ed usi abruzzesi, in «Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti»,  anno XX (1905), Fasc. IV, p.73.
[7] G. Pansa, op. cit., vol. I, p.183.
[8] G. Finamore, Tradizioni . . ., cit., p. 52.
[9] Questa usanza, come pure quella relativa al pranzo ed al giro di un invitato per la raccolta dei doni, mi sono state suggerite daCarolina Busico, che di solito prepara pranzi da sposa in casa di contadini.
[10] [N.d.C.] Cfr. M. Catolino, op. cit., pp. 126-133.

Musica: Nostalgia suonata da Richard Clayderman
Editing:
Enzo C. Delli Quadri

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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