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Vətuccə e Rusənella – Vita, dolori e amori

di Esther Delli Quadri (Versione ridotta)

giovane-militare-americano1-300x204John continuava a guardare la foto di quel “se stesso”, senza parole. Era incredibile la somiglianza tra lui e il ragazzo!!!…….Due gocce d’acqua, li si sarebbe definiti. Adesso comprendeva lo sbigottimento generale quando lo avevano visto. Adesso capiva….anche perché quel lumino acceso davanti alla foto poteva significare una sola cosa: il ragazzo era morto! Si avvicinò per guardare meglio. Sulla foto c’era una data. Risaliva a qualche mese prima, quando lui ancora non era arrivato in Italia. Non era molto, quindi, che era morto! Un brivido gli percorse la schiena. “V’tucc'” sentí una voce mormorare alle sue spalle. Si volse a guardarla. Una donna completamente vestita di nero lo guardava sconcertata, piangeva, piano. Doveva essere la madre del ragazzo .


John era in Italia da qualche mese. Le prime settimane erano trascorse in luoghi che, lui, non avrebbe saputo dire dove si trovassero esattamente. Li conosceva solo per averli visti sulle mappe dei suoi superiori. Una sera, osservando meglio quelle mappe si era reso conto di essere più vicino di quanto immaginasse alla terra d’origine del nonno. “Agnone” sulla mappa era stata cerchiata , segno che era stata liberata e che forse sarebbe stata la loro prossima destinazione. Aveva provato un’emozione profonda. Nella sua mente quel luogo era impresso con lettere di fuoco, tante erano le volte che il nonno gliene aveva parlato. ” Masserie “………… “, contrada Sant’Onofrio, Agnone , Abruzzo, Italia. “

Quante volte il nonno gli aveva raccontato della sua vita in quei luoghi , quando era ancora un ragazzo, prima di partire per “la Merica“! “Qua, alla Merica” gli diceva il nonno nel suo “mericano” sgrammaticato ” si vive come le talpe. Sembre sotto terra , tatone. Ca io, in miniera o denr’ alla fabbrica, il sole qua l’ho viscto poco….

Rusenella

Gli aveva raccontato, allora, della sua famiglia di origine, 11 figli , di cui tre morti piccoli. Lui e la sua sorella gemella, Rusənella, erano nati “per sbaglio“, quando i genitori erano già in la con gli anni. Lui e Rusənella non avevano bisogno di parlarsi perché si capivano anche senza le parole.

Gli aveva raccontato di quando entrambi, ancora bambini, andavano a pascolare le pecore restando tutto il giorno fuori di casa e tornando solo al tramonto e della loro felicità di stare tutto il giorno all’aria aperta nell’aria odorosa delle erbe di montagna, raccogliendo erbe e radici da portare a casa per cucinarle. Quando arrivava l’ora si trovavano un posto all’ombra e lí Rusənella tirava fuori dal tascapane un po di pane col formaggio, a volte più croste sia di pane che di formaggio.

Gli aveva narrato di quando lui e Rusənella, nelle ore piú calde, stesi sotto un “pədalə[1] parlavano oppure dormicchiavano, dando di tanto in tanto una occhiata alle pecore, di quando si rincorrevano sui prati odorosi e pieni di fiori, di quando Rusənella canticchiava sempre la stessa canzoncina : ” Peppinə e Rusənella so frietə e so gemella[2] .

Bambino-su-albero1-300x133Gli aveva detto dei frutti della terra , delle ” cirase[3]” sopra ai “pədali“[1]. Di lui, che si arrampicava a coglierle, a piedi nudi, per se e per Rusənella. Di quella volta che aveva appeso alle orecchie della sua gemella le ciliegie , come fossero ” ricchini[4], delle risate di Rusənella.

Gli aveva raccontato di quando al tramonto, stesi sul terreno ancora caldo , tra il grano alto e tanti papaveri intorno, Rusənella ne coglieva uno, canticchiando il solito ritornello, gli toglieva i petali uno alla volta, e poi, appoggiata la parte interna del fiore prima sulla fronte di Peppino e poi sulla sua, stampigliava, così, su di esse due piccole stelle perfettamente uguali, così come uguali erano i loro occhi, i loro capelli, le espressioni dei loro volti.

photo-2Gli aveva parlato dei rumori della campagna: L’ululare delle tempeste di neve d’inverno, il canto del gallo che svegliava lui e Rusənella quando il sole ancora non era sorto; il richiamo alla preghiera della campana dalla chiesa di Sant’Onofrio all’ora del vespro. Gli aveva descritto il profumo del latte appena munto. Il calore nella stalla dove lui alla sera governava gli animali. L’odore del fumo di legna che bruciava nel camino, sempre acceso anche d’ estate, per cucinare. Gli aveva descritto la povertà della sua famiglia, ma anche la loro serenità, la loro vita felice nella natura, finché eventi successivi arrivarono a turbare quella vita povera ma serena e dignitosa.

Il padre di Peppino era un piccolo proprietario, non un mezzadro. Di questo era sempre stato molto orgoglioso. Ma gli anni che erano seguiti furono anni di “malə tiempə[5], furono terribili per le famiglie dei fratelli del nonno e per la sua: per tre anni di seguito la grandine aveva rovinato i raccolti . La siccità nei mesi in cui avrebbe dovuto piovere fece il resto. E pure ” le bestie” cominciarono a patire. In pochi anni la famiglia finí per indebitarsi.

E cosí , alla sera, aveva cominciato a sentire i fratelli più grandi raccontare, sempre piú spesso al padre, di parenti e conoscenti che erano partiti, per la Merica “che lá la fatija non mancava“. Le donne ascoltavano in silenzio gli uomini che parlavano; i loro volti, i loro occhi, sembravano di sale!

emigrazione 9Il padre aveva tergiversato per molto tempo. Poi aveva dovuto acconsentire alla partenza di un figlio, poi di un altro e, poi, di un altro ancora. ….. Finché era arrivato anche il turno di Peppino, di partire per l’America.

Negli occhi del nonno era rimasto lo sguardo di sua madre, un muto grido di dolore, lo stesso sguardo che aveva negli occhi alla partenza degli altri figli; gli era rimasto il volto segnato dalle fatiche di suo padre e i suoi occhi bassi, quasi che fosse lui il colpevole di tutte quelle sventure.

Gli era rimasta l’immagine del volto di Rusənella, il suo sguardo disperato al vederlo partire, il suo pianto silenzioso quando lui salutandola le aveva detto ” ‘nənchiegn’, Rusəné. Joje arvienghə…..” [6] Lei aveva fatto di si col capo, ma il suo cuore le diceva che non lo avrebbe rivisto mai piú. Era rimasta a guardarlo mentre si allontanava , scuro puntìno sul bianco della stradina polverosa. I contatti erano andati perduti. Era difficile mantenerli. Il nonno era analfabeta , cosí pure la sua famiglia. Non c’era la possibilità di scriversi.

Alzò gli occhi dalle mappe: troppo forte era il desiderio di trovare il posto da dove il nonno era venuto e dove era vissuto prima di andare in America. Voleva sapere se qualcuno dei protagonisti delle storie del nonno era ancora vivo. Se la sua “twin sister”[7], Rosynila, come John pronunciava il suo nome , era ancora viva. Voleva vedere quei luoghi, sentire quegli odori.

Ruppe gli indugi e chiese il permesso di allontanarsi. Approfittò del passaggio offertogli dal suo tenente e, dopo essere sceso dalla camionetta militare, seguendo le indicazioni che il tenente si era procurato, iniziò a percorrere una stradina di campagna, un sentiero polveroso che si arrampicava tra i campi. Camminò circa dieci minuti senza incontrare nessuno. Poi all’improvviso   una voce con un tono perentorio lo fece fermare. Una ragazzina di circa quindici anni lo guardò diffidente, da lontano e gli gridò qualcosa.

John riprese a camminare, lentamente, per non spaventare la ragazza. E intanto andava ripetendo il cognome della famiglia del nonno. Ma piú si andava avvicinando, piú la ragazza sembrava sbigottita. Ciononostante, richiamò i cani che si erano avvicinati minacciosi a John. Richiamate dalle grida, altre donne si avvicinarono alla ragazza, ma tutte al vederlo ebbero la stessa espressione stupita e sbigottita sul volto.

Pipino, Rosynila …… ” andava ripetendo intanto John “Pipino….. Rosynila, ….the twin sister….”
Vətuccə…..” sentì ripetere dalle donne. ” Rosynila , Pipino…. ” continuò a dire John.
Vó a mammetta….. ” disse improvvisamente la ragazza . E ripetè “A chi cərcat’? A Rusənella?” “Yes…. Rosynila…. Pipino….. America…..”

John era sgomento. Non capiva come mai al suo apparire quella gente avesse avuto una reazione cosí profonda. pensò che avessero capito chi fosse.
Ma ben presto si rese conto che non era cosí, perché passata la prima impressione la ragazza chiese: ” Cercate a Rusənella , la sorə di z’ Peppinə a la Merica…..?!?”
Yea, Rosynila , the twin sister…” John comprese che finalmente era riuscito a spiegarsi….” Vənit’ , Vənit…..”gli disse la ragazza , e lo aveva guidato verso una delle case. Entrato in casa fu condotto in una grande cucina, verso una specie di altarino con lumini e una foto …..

John si bloccò a guardare la foto di quel “sé stesso”, senza parole. Era incredibile la somiglianza tra lui e il ragazzo! Due gocce d’acqua, li si sarebbe definiti. Adesso comprendeva lo sbigottimento generale quando lo avevano visto. Adesso capiva….anche perché quel lumino acceso davanti alla foto poteva significare una sola cosa: il ragazzo era ritratto-di-una-vecchia-donna-contadina-isolata-su-sfondo-bianco-3morto! Si avvicinó per guardare meglio . Sulla foto c’era una data. Risaliva a qualche mese prima, quando lui ancora non era arrivato in Italia. Non era molto quindi che era morto! Un brivido gli percorse la schiena. “Vətuccə” sentí una voce mormorare alle sue spalle. Si volse a guardarla. Una donna completamente vestita di nero lo guardava sconcertata, piangeva, piano. Doveva essere la madre del ragazzo.

Gli accarezzò la mano, il viso…… piangeva, piano. Nella cucina si sentivano solo i singhiozzi della donna e i sospiri delle altre donne, finché una figura minuta si staccò dal grande camino e si avvicinò a John. Gli occhi del nonno guardarono il suo viso, la sua espressione erano lí, davanti a lui……Rusənella.

Rusənella era sopravvissuta a guerre, stenti, gravidanze e parti. Sopravvissuta al duro lavoro dei campi, era lí di fronte a lui. Non la bambina dei racconti del nonno, non piú diritta, bensí quasi accartocciata su se stessa. Ma viva !

Vətuccə…..‘” mormoró lei. Poi quasi ricordandosi, all’improvviso aggiunse”…. Peppinə….” E John, allora, disse l’unica parola che pensó che lei potesse capire e che avrebbe spiegato tutto. L’unica parola che avesse un senso: “….. Tatonə …Pippino!”  ” …… Tatonə, sciòinə…..” disse Rosinella “….. Peppinə moja…… , …….tatonə toja…..!”[8]

I suoi occhi brillarono e lei li abbassò, perché nessuno potesse notare che erano diventati umidi di lacrime. Poi lo prese per mano e lo portó vicino al camino. Gli fece segno di sedersi.

Lo guardò, a lungo. Il celeste dei suoi occhi annegò nel celeste degli occhi di John, di Peppino. I suoi occhi dissero della sua disperazione per averlo creduto perso per sempre. Gli dissero della sua mancanza , vasta piú di un oceano, del suo affetto rimasto immutato nel tempo. John vi lesse la gioia di saperlo ancora vivo, di avere potuto rivedere ancora una volta il “suo viso”. E poi iniziò a parlare, Rosinella. Parlò e parlò. A lungo. John non capiva nessuna delle parole che lei pronunciava, se non qualche rara parola in dialetto appresa dal nonno. Ma i nomi del racconto di Rusənella erano i personaggi dei racconti del nonno. E John comprese quei racconti, la storia della vita di Rusənella e della sua famiglia. La famiglia del nonno. Li comprese perché conosceva il linguaggio del cuore.

Di tanto in tanto Rusənella tirava fuori dal profondo di una tasca un grande ” maccaturə” e se lo passava sugli occhi, sulla bocca. Quando finì, tacque. Era certa che John l’avesse compresa.

John si volse allora alla ragazza che era sempre rimasta vicino alla nonna e le fece segno che aveva bisogno di qualcosa per scrivere. All’inizio i parenti si guardarono stupiti l’un l’altro. La nonna era analfabeta, le figlie sapevano leggere e scrivere ma piuttosto stentatamente. I nipoti sapevano leggere e scrivere, ma non l’americano. Ma, quando videro John che scriveva, capirono e sorrisero.

Perché John scrisse l’albero genealogico del nonno Peppino:

Albero genealogico di Peppino

E sottolineó il suo nome e quello di sua madre. “É ru figlə della figlia də frattə, mammé[9] gridó la ragazza “e la mamma saja s’ chjiema gné té!” aggiunse elettrizzata. Rusənella sorrise. Poi si avvicinó a John, e, esortato da tutti i presenti, scrisse a sua volta l’albero genealogico di Rosinella:

Schermata 2016-06-05 alle 13.52.32

La ragazza a quel punto prese la matita e indicò il nome di Vituccio e la madre di lui, Maria. Maria si avvicinò . Accarezzò di nuovo, piano, una mano di John.

Poco dopo le donne , aiutate dai bambini, apparecchiarono la tavola. John notò che molti, di quelli che arrivavano, portavano qualcosa da mangiare.

Un contadino arrivò con un fiasco di vino. Un vino aspro, come la terra da cui proveniva, come i volti dei contadini che lo avevano prodotto. Ma che dava calore ai primi sorsi, lo stesso calore che i racconti del nonno avevano dato al cuore di John. Uno dei ragazzi posò sul tavolo un intero ramo, pieno di ciliegie mature. John ne prese due coppie e volgendosi a Rusənella, seduta accano lui, fece il gesto di poggiarle sulle sue orecchie. Sorrisero, i parenti. Sorrise anche Rusənella. Sorrisero i suoi occhi; quel gesto faceva capire che John conosceva quello scherzo dai racconti del nonno Peppino.

Grano-biondo-0Lentamente il sole anche quel giorno aveva compiuto il suo percorso. A ovest i suoi ultimi riverberi infiammavano i campi di grano che ondeggiavano come un mare dorato mosso dal vento che si era levato. Dalla finestra della grande cucina lo sguardo di John spaziava su quel paesaggio sconosciuto e allo steso tempo noto.

Quante volte il nonno aveva osservato quello stesso paesaggio nella sua giovinezza? Forse, chissà, era quella l’ora in cui da ragazzo usava rientrare dai pascoli col suo gregge! Quante volte in tutti quei lunghi anni quella scena si era ripetuta nei suoi occhi, dietro il celeste dei suoi occhi, spettacolo che soltanto lui poteva vedere!

Rusənella gli si avvicinò piano. Lo prese per mano: “Vié, figliə, vié biellə. Vié chə mammetta taja[10] disse. E lo guidò fuori, sull’aia. Poi s’incamminò lentamente, aggirando il caseggiato fino sul retro, dove era un orto profumatissimo in quell’ora del giorno morente. E, sempre tenendolo per mano, si avvicinò “a ru puosctə” dove soleva fermarsi con suo fratello gemello Peppino.

Gli fece segno di sedere e gli sedette accanto. Rusənella tacque a lungo guardando la campagna intorno. Poi si chinò a raccogliere un papavero, cresciuto al calore di uno degli ultimi raggi del sole.Le sue scure mani contorte e ossute lo sfogliarono delicatamente mentre lei ripeteva canticchiando: “Peppinə e Rusənella so frietə e so gemella!”[11]. Quando ebbe finito, con la parte interna del fiore, stampigliò sulla fronte di John, e poi sulla sua, due piccole, identiche stelle.
Da Sant’Onofrio la campana suonava chiamando a raccolta, per i vespri della sera.


Edizione ridotta del racconto di Esther elaborata da Enzo C. Delli Quadri. L’originale è riportato nei seguenti 5 link:
altosannio.it/vtucc-vito-prima-parte;
altosannio.it/vtucc-vito-parte-seconda
altosannio.it/vtucc-vito-parte-terza 
altosannio.it/vtucc-vito-parte-quarta
altosannio.it/vtucc-vito-quinta-e-ultima-parte


[1] albero
[2] Peppino e Rosinella son fratelli gemelli
[3] ciliegie
[4] orecchini
[5] tempi duri
[6] non piangere Rosinella, tornerò
[7] sorella gemella
[8] Nonno….Peppino ….. Nonno, si……Peppino mio…nonno tuo
[9] è il figlio della figlia di tuo fratello, nonna
[10] vieni figlio, vieni bello, vieni con nonna tua
[11] Peppino e Rosinella son fratelli gemelli

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

2 commenti

  1. C’è nostalgia e nostalgia …questa è MAIUSCOLA, descritta così bene che sembra vera o forse lo è! Qualche lacrima non si può trattenere, fortunatamente stemperata dal parlare “mericano –taliano” che dà un tocco d’ironia e di bellezza a tutta la scena …Scrivere di questi avvenimenti e con stile così fluido e delicato è magnifico; intanto si racconta il vero passato e le antiche condizioni delle nostre terre, ma si dà anche notizia dell’evoluzione della situazione e di come l’Italia sia cambiata così tanto per cui sembra che la “MERICA” ORA SIA QUI.
    Maggiormente bello il racconto è per tutti gli agnonesi che hanno visto cambiare il paese -in meglio nella viabilità ecc, ma non la cara parlata e la cara chiesa di SANT’ONOFRIO….

  2. Antonia Anna Pinna

    In pochi anni questi mondi sono scomparsi insieme alle fatiche e ai dolori dei tanti Tatoni e nonne. Solo chi custodisce questi ricordi ne conosce l’immenso valore e le lacrime scendono da sole. Bellissimo racconto

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