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Tramonto e allarme – di Nicola Mastronardi

Stralcio dal libro “Viteliù- il Nome della Libertà” di Nicola Mastronardi [0], a cura dello stesso autore.

Tramonto sull'Alto Sannio

Giunse dunque il tramonto del settimo giorno sulla cima del Monte Pizzuto[1] e fu un tramonto particolare. Seduto sul prato alla base della torre in rovina, Marzio guardava l’orizzonte. Il cielo era del tutto sereno sull’Alto Sannio, tranne che sull’orizzonte di ponente. Lì un’unica nuvola copriva proprio il disco solare, tra le vette del Kaprum[2] e del Campo[3]. Aveva la forma di un grande fungo, la cui cappella era più estesa verso sud, scura al centro e con i bordi luminosi con toni che dal bianco accecante variavano verso il giallo e l’arancio. Degli stessi colori  erano i fasci di luce che il dio morente lanciava da dietro la nuvola, a raggiera, nell’azzurro d’intorno.

“Ancora uno spettacolo” pensò Marzio ammirato da ciò che gli spiriti dell’aria sapevano realizzare con gli elementi che la Gran Madre metteva a loro disposizione. Ben presto la scena cambiò. Un ammasso di nuvole nere dalla superficie irregolare comparve alla base del fungo, coprendola e scurendo l’orizzonte.

Un temporale si scatenò fra le due formazioni mentre il vertice frastagliato della seconda nuvolaglia si trasformò in teste d’uomo, di animali e demoni. In particolare, due di esse sembravano volersi sbranare mentre dalle loro bocche spalancate uscivano fiamme vive. Una di esse si dissolse ben presto, insieme alle diverse orrende figure; l’altra divenne il profilo altero di una donna, con una corona turrita in testa, che sembrò trionfare su tutto. Il temporale smise, così come era iniziato. Marzio non rimase indifferente a quella grandiosa messa in scena e ricordò, chissà perché, che una volta Eumaco gli aveva detto: “Quando le forze del bene si muovono, il male fa di tutto per ostacolarle e, se non vi riesce, almeno mostra tutta la sua rabbia”.

Pensava a tutto questo quando si alzò e si voltò verso la capanna, rifugio di quei sette giorni. Fu in quel momento che il suo sguardo venne attratto da un lume, lontano, a ponente, ben oltre l’orizzonte del crinale delle due valli, dove il sole non ancora arrivava a illuminare la terra. Su una delle cime dei Monti Azze[4] qualcuno aveva acceso un fuoco, che doveva essere grande se poteva esser visto a quella distanza. Ne fu incuriosito e tornò a guardarlo più volte mentre preparava le cose da portare con sé giù, ai due templi o fra le rovine del villaggio di Herekles[5], dove avrebbe cercato il Meddíss per iniziare a parlare con lui. La sorpresa fu grande quando su una cima più vicina, una di quelle degli altopiani d’occidente, apparve un nuovo fuoco subito affiancato da un secondo, più piccolo. Due colonne di fumo nero si alzarono dai falò. Non sapeva cosa pensare.

Era un rito come quello del sole cui aveva partecipato? O forse segnalazioni? Era smarrito e lo fu definitivamente quando altri fuochi, sempre in coppia, uno più piccolo dell’altro, si accesero sulle cime vicine come il Karakenòs[6], il Kaprum e lo stesso Monte Formoso[7]. Progressivamente, su ognuno seguirono le colonne di fumo nero. Qualcosa stava succedendo. Di cosa si trattasse lo scoprì di lì a pochissimo. Il rumore degli zoccoli di due cavalli che salivano in vetta, al galoppo, lo allarmò. Si nascose. Due cavalieri pentri arrivarono trafelati chiamandolo a gran voce. Uscì allo scoperto e fu immediatamente travolto dall’ansia di quei due militari.

 “I Romani! Da ponente, arrivano dal Liri! Un esercito! Presto dobbiamo far presto! Aiutaci!”. Si recarono nel punto più alto della vetta, accanto alle rovine della torre, dove tolsero in tutta fretta teloni cerati da una sorta di stiglio. Scoprirono così un cumulo di legna secca, ginestre e altro ceppame addossato a un palo infisso nel terreno: un falò pronto a essere acceso. Approntarono un mucchio di ceppe più piccolo e appiccarono il fuoco a entrambi. Quando le fiamme furono alte, vi gettarono sopra una sostanza e subito due colonne di fumo nero, denso, si alzarono nel cielo anche dalla cima del Monte Pizzuto. Marzio vide ben presto ancora fuochi e fumo sulle vette più alte, d’intorno. Dal Pallano[8], a settentrione, alla Montagnola[9], a mezzogiorno. Infine, anche la cima più alta del Tiferno[10] emise i suoi segnali.

È la guerra, Marzio Papio”: il soldato più anziano gli si avvicinò e lo guardò negli occhi denunciando una forte tensione; aveva in mano le briglie dei due cavalli. “Lascio qui il mio compagno, il suo cavallo è vostro. Dovete seguirmi, signore. Ho l’ordine di condurvi dal nostro Meddíss, al villaggio”.

Non protestò, travolto da quegli avvenimenti. Raccolse velocemente ciò che poteva ponendolo nelle bisacce. Aiutato dal secondo militare salì infine a cavallo. Strinse le gambe, ma solo la sinistra rispose pienamente. Capì che la gamba offesa non era del tutto pronta. Tuttavia, si sentì sufficientemente sicuro in sella. Imboccarono il sentiero verso valle. “Da ponente”, gli disse in quel momento il soldato che lo precedeva, “sempre da lì sono arrivati i guai peggiori per noi Pentri”.

Marzio si ricordò improvvisamente del tramonto minaccioso cui aveva assistito la sera prima. Un segno, come altri. Lanciò un ultimo sguardo alle molte colonne nerastre che disperdevano il loro fumo sempre più in alto, ma non perdevano consistenza. Capì improvvisamente che tutto ciò che aveva pensato di fare sarebbe stato impossibile.

Il Sannio dei Pentri era in allarme e si preparava di nuovo, nonostante tutto, a combattere.

 


[0] Nicola Mastronardi, classe 1959, è nato e vive ad Agnone, Molise, dove dirige una biblioteca storica. Laureato in Scienze Politiche presso la “Cesare Alfieri” di Firenze, ha pubblicato nel 2011 la sua tesi Gheddafi. La rivoluzione tradita (Mimesis Edizioni). È cultore di materie storiche all’Università del Molise, corso di Scienze Politiche.
Giornalista pubblicista, ha collaborato con le maggiori riviste italiane di turismo equestre e, per sette anni, con Linea Verde Orizzonti, Rai Uno. È membro dell’Accademia dei Georgofili di Firenze per gli studi sulla Civiltà pastorale appenninica.
Viteliú. Il nome della libertà è il suo romanzo d’esordio cui seguirà un secondo libro sulla Guerra Sociale e una trilogia sulle guerre sannitiche del IV e III secolo avanti Cristo.
E’ vice Presidente di ALMOSAVA.

[1] Monte Pizzuto = nome attuale della cima che sovrasta Schiavi d’Abruzzo (Ch)
[2] Kaprum =  nome ricostruito del Monte Capraro (Capracotta – Is)
[3] Campo = nome attuale del monte più alto dell’Alto Molise (Capracotta, Is)
[4] Azze = nome ricostruito della catena montuosa che dalla Marsica scende fino alle Mainarde molisane
[5] Nome liberamente dato dal’autore al villaggio sannita ove oggi sorge Schiavi d’Abruzzo (Ch)
[6] Karakenòs = nome liberamente attribuito al Monte Caraceno o Saraceno (Pietrabbondante – Is)
[7] Formoso = Nome antico, vero, del Monte S. Onofrio (Agnone – Is)
[8] Pallano = Nome attuale del Monte Pallano (Bomba – Ch)
[9] Montagnola = Nome attuale del massiccio sopra Civitanova del Sannio (Is)
[10] Tiferno = nome antico, vero, del massiccio del Matese che divide Campania e Molise

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Antonia Anna Pinna

    Narrazione quasi poetica che incanta il lettore.

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