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Timbera Barattolino

Racconto di Rita Cerimele[1]

Agnone, il paese dove sono nata e vissuta fino all’età di vent’anni. Ricordi d’infanzia e adolescenza si affacciano spesso alle finestre della mia memoria e un sorriso ne scaturisce gioioso.

Eccomi a percorrere un déjà vu in un gioco, le cui radici non so se sono state tramandate dall’arte giocoliera dei ragazzi, o puramente inventate. Sicuramente il paese per la sua tranquillità ci offriva l’opportunità di scorrazzare sereni e felici nelle strade. Parlo degli anni ’70, quando circolavano pochissime automobili, e di San Marco, un quartiere situato nel cuore del centro storico, nella parte più alta della cittadina.
Per giocare ci si accontentava proprio di poco, l’importante era fare gruppo, stare tutti insieme, divertirsi e respirare a pieni polmoni quell’aria frizzantina e profumata. Ci si trovava ad una certa ora del giorno e secondo l’ispirazione del momento, si decideva quale gioco fare. I ragazzi in genere facevano gruppo separato, l’unione era consentita solo per le guerre: San Marco contro San Pietro!

agnone panorama c
Sullo sfondo i due campanili, San Marco e San Pietro, che danno il nome ai due quartieri

“Timbera Barattolino” era uno dei nostri giochi. Eccone la descrizione, versione femminile.

Essendo San Marco il punto più alto del paese, le strade che partono da quel quartiere non possono che essere in discesa. Via Montebello è una di queste, una strada lunga e stretta con case ai lati che fanno da ala facendola sembrare una pista da bob. Un oggetto che dovesse rotolare lungo quella discesa non potrebbe sfuggire ai lati, ma finire necessariamente nella piazzetta sottostante situata davanti alla chiesa di San Pietro.
Per iniziare il gioco ci ponevamo al centro della strada calcolando, misurando con passi, dividendo per trovare la posizione strategica, dove posizionare il barattolo di latta. In genere si recuperava nelle case dopo che la mamma aveva svuotato il contenuto: ci si offriva volontari per buttarlo nel secchio, ma lo si custodiva gelosamente tra le proprie cose in attesa di usarlo.

Posizionato il barattolino, per decidere chi doveva lanciare prima si faceva ‘la conta’. La conta era una filastrocca divertente il cui ritmo unito alla semplicità di memorizzazione e ripetizione la rendeva una vera e propria perla di saggezza.

La nostra recitava:

Ambarabà cicì cocò
tre galline sul comò,
che facevano l’amore con la figlia del dottore.
Il dottore si ammalò.
Am ba ra bà ci cì co cò!

A colei che capitava il “cò” finale spettava il primo lancio. Fatto questo si correva tutte a vedere dov’era finito il barattolo che veniva raccolto per poi essere riposizionato. Si faceva un segno col gessetto per tenere traccia e avere il riferimento per i tiri successivi. E così via fino a quando non veniva stabilito il lancio più lontano del barattolino! Era anche un ottimo esercizio di matematica, sbagliare significava attribuire la vittoria all’avversario!

La meta desiderata era San Pietro, ma non avevamo abbastanza forza nelle gambe, nonostante le nostre merende nutrienti: pane olio e sale; pane olio e zucchero; pane e pomodoro e da bere acqua di fonte. Noi ragazzine eravamo molto toniche, non sapevamo cosa fosse la palestra né tanto meno l’attività sportiva.

La versione maschile del gioco consisteva a prendere a calci un pallone bloccato con una pietra dietro in modo che non potesse rotolare. Per i ragazzi era molto più semplice raggiungere San Pietro!

L'Arco Semijurno (Semijurn) che si trova lungo Via Montebello
L’Arco Semijurno (Semijurn) che si trova lungo Via Montebello

All’epoca la strada era la nostra palestra e la Porta di Semijuorno la nostra sfida! In quegli anni era stato allestito un ponteggio per consentire i lavori di restauro della Porta. Ebbene, questo ponteggio rappresentava la nostra spalliera preferita. Ci arrampicavamo facendo bizzarre acrobazie, il senso del pericolo non ci apparteneva. Sognavamo ad occhi aperti e questo ci regalava attimi di vera gloria!

Non posso fare un paragone con i ragazzi di oggi, nati con la tecnologia in grembo, certo eravamo bravi a fare gruppo, a condividere tutto. Esisteva il noi insieme, chi prima usciva chiamava l’altro e così via e il via veniva dato ai nostri sogni liberi di realizzarsi in quel cielo gremito di stelle.

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[1]   Rita Cerimele, Molisana di Agnone (IS), ama i racconti ma soprattutto la poesia in tutte le sue forme, da quelle tradizionali a quelle più innovative (haiku, senryu ed haiga).

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

About Rita Cerimele

Rita Cerimele è nativa di Agnone (IS). Scrive libri di favole e poesie. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: “Lascia che il Tempo Corra” Ed. Mondi Velati; “La Bambina con la Valigia Rossa”, “Abbiamo Tanto da Dire” e “Haiku” tutto di Etica Edizioni.

8 commenti

  1. Flora Delli Quadri

    Questo è un tipico gioco di quartiere. Senza quell’habitat non sarebbe stato possibile idearlo.
    Noi che abitavamo in una zona più pianeggiante e con strade più larghe non avremmo potuto giocarci.
    I barattoli ci servivano o per simulare un recipiente o per fare i trampoli con due spaghi legati ai bordi che poi tenevamo in mano e ci camminavamo per un bel tratto. I meno abili cadevano subito, i più abili percorrevano lunghi tratti.
    Si trattava di un autentico esercizio di abilità motoria.

  2. Esther Delli Quadri

    Non conoscevo questo gioco. Ma ” timbera” cosa vuol dire?

  3. Flora Delli Quadri

    Dalle parole di Rita “giochi le cui radici non so se sono state tramandate dall’arte giocoliera dei ragazzi o puramente inventate” su deduce che il termine è senza senso, tramandatasi per generazioni e trasformate dall’uso stesso, un po’ come “Pit pitella”.

  4. Spledido affresco di vita di paese, lo vivo profondamenete in quanto cose analoghe accadevano nel mio. Si respirava una atmosfera di gioiosa fiduia nel futuro. L’articolo scritto bene ed in modo evocativo ed è inutile chiedersi i significati delle parole sovente erano inventati sul momento, con significati solo per i partecipanti al gioco. Siamo stati fortunati ad avere un’agorà nella quale esprimerci, fare gruppo ed esperienze di vita con allegra incoscienza. Grazie dei ricordi ed emozioni richiamate alla mente.

  5. Bellissimo è un gioco che non conoscevo,le mie nipotine ancora contanoquella filastrocca per fare la conta. Grazie

  6. Antonia Anna Pinna

    Cara Rita, la nostra infanzia è stata veramente un privilegio che non cambierei con nessuna al mondo. La libertà e la condivisione sono state la base della nostra crescita e mi apre che non siamo venuti sù tanto male.

  7. Un gioco semplice, comune e solidale, fatto in paese da bambine toniche e piene di vitamine –nutrite con pane, olio e sale…come si usava allora negli anni 70 dell’autrice, e ancor prima , nei miei anni 50 e 60- Un gioco che sa di spensieratezza, di genuina complicità, quando il noi insieme era veramente sentito, e si poteva stare con le amichette se i genitori lo consentivano, e giocare per le strade fino a “ ventunore” o al primo luccichio delle stelle.
    RACCONTO con descrizione dal tocco leggero e delicato, quasi poetico, come Rita Cerimele ha saputo fare; anche le immagini che accompagnano lo scritto si fanno gustare e rimandano alla tenerezza infantile.

  8. Ringrazio Flora, Ester, Daria, Antonia, Marisa per le loro bellissime parole. Le conserverò caldamente nel mio cuore, essendo questo il mio primo racconto, hanno ancora più valore. Saluto il caro amico e collega Rodolfo, lo so che ora mi segue dalla Pace Eterna. Grazie Rodolfo… mi manchi

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