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Terra da scoprire: Santa Maria di Canneto di Roccavivara

di Mario Antenucci
Tratto dal suo libro  “La Terra da Scoprire” [1]

Dopo aver ripercorso i tanti vicoli triventini, attraversati da ragazzo e da giovane, riprendo la via per scendere a valle e recarmi a Santa Maria di Canneto di Roccavivara. Qui l’uomo incontra il divino per respirare un’aria di spiritualità coinvolgente ed ammaliante.

Scrive Francesco D’Episcopo nel suo itinerario verso il “Il santuario del sorriso”, apparso sul mensile di arte cultura e civiltà per il terzo millennio “Il bene comune” – Anno XVII – Gennaio 2017 – n.1 : “Da Trivento a Roccavivara il passo è breve: si tratta, come sempre, di scendere e salire in quel Molise, le cui fondovalli hanno rappresentato in tempi moderni le sue vie di fuga verso il mare. ll Biferno, si ricorderà, sfocia a Campomarino; il Trigno a San Salvo, in Abruzzo. E questo secondo fiume scandisce i termini di confine con una terra gemella, con la quale il Molise ha condiviso un comune destino meridionale, che va sempre ricordato e mai tradito. Roccavivara, per chi scrive, ha sempre rimandato alla Chiesa di Canneto, che sino al 1956 ha fatto parte della sua parrocchia, prima che fosse elevata all’autonoma e autorevole dignità di santuario. 

Le chiese romaniche, che sin da bambini ci è capitato di incrociare e onorare sono state: Santa Maria della Strada, sulla strada appunto che dalla mia Casacalenda portava all’unico capoluogo della regione, Campobasso, e, alquanto decentrata rispetto a questa rotta interna, che passava per Campolieto, al di là del fiume,  Santa Maria del Canneto, che, ricordo, negli anni Cinquanta era selvaggiamente sfiorata dalle acque del Trigno. Oggi, è un santuario, ordinato e pulito, confortato dalla presenza di un rettore e di un piccolo gruppo di suore francescane. Anche qui un saluto al passato era d’obbligo: al sepolcro del mitico Don Duilio Lemme, che a ragione è entrato nella storia della letteratura molisana per l’eroico impegno quotidiano profuso per rendere questo luogo degno di un meritato futuro: quello che per sempre era stato laicamente consacrato da Felice Del Vecchio nel suo einaudiano racconto, che della chiesa reca il titolo ed è riuscito a fermare il tempo e, allo stesso tempo, a rimescolarlo, come le acque del Trigno, per un Molise più giusto e più vero. A Don Duilio si devono le magnifiche porte lignee, che accolgono il pellegrino, il quale, da una porta laterale, che si aggiunge alle miracolose “porte sante” meridionali delle nostre terre, prima fra tutte quella di Guardialfiera, può trovare indulgenza plenaria ai propri peccati. I santuari di oggi spesso sorgono sui templi e sulle dimore del passato e anche qui ci sono interessanti segni archeologici di una romana villa rustica con i suoi mosaici. Nel retro del santuario zampilla l’acqua di una sorgente, alla quale Don Duilio era profondamente legato e che regala ancora momenti rigeneranti di bellezza e purezza. Ma questi due valori sono tutti racchiusi nel sorriso della Madonna e del bambino, che ella sporge dinanzi, per affermare la forza e l’autorevolezza di un futuro, fatto di fede e di speranza. Canneto è il santuario sannitico per eccellenza, che congiunge la primitività di un popolo fieramente guerriero, che nel toro, rappresentato in un capitello, trovava il suo simbolo medievalmente animale, con la fermezza di una fede, di cui il Molise ha sempre dato prova nelle sue feste e ricorrenze, come il popolo vicino di Roccavivara ha fedelmente testimoniato. ll sorriso del Molise è contenuto, ma vero, come quello della Madonna di Canneto; nasce dalle viscere di una terra, che si fa fiume tortuoso, prima di congiungersi con il grande mare. La nostra fede, come l’acqua della surgenza, sgorga da una natura, che prova ancora ad imporre il suo limpido amore per una umanità, sempre più distratta e assente. E il cammino dei nostri fiumi, lungo il cui letto sono discesi e saliti i popoli più diversi, fermandosi e ripartendo, tanto somiglia ai percorsi inediti e impervi della nostra vita, destinata, anch’essa, a sfociare nel grande mare di un futuro, che più non ci appartiene.”.

Mons. Vincenzo Ferrara in un articolo pubblicato su “La Tribuna del Molise” nel Luglio-Agosto 1970 definì la Badia di Santa Maria di Canneto “La Perla del Molise”.

 “A mezza strada tra foce e sorgente del Trigno, alla confluenza di questi col Musa e sul limite territoriale dei Comuni molisani di Montefalcone nel Sannio e di Roccavivara, splende tra l’ossa annerite della terra levigate come i ciottoli del greto dalla corrente fluviale, la perla del Trigno e cioè quel vetusto monumento d’arte, di storia e di  fede che è la romanica Badia di Santa Maria di Canneto, quasi anello di congiunzione tra lo provincia di Campobasso e quella di Chieti, tra le forti e gentili popolazioni d’Abruzzo e Molise.  

La sua mole poderosa è tanto a ridosso della sponda destra del fiume che carezzevolmente la lambisce da giustificare l’immagine lirica con cui la cantarono il Del Vecchio nel “La Chiesa di Canneto” ed il Ferrara nella silloge “Orme sul greto,, cogliendone l’aspetto singolare di “naviglio sul greto”.                 

“Lo scafo (le tre poderose navate) e la vela (il maestoso torrione merlato del campanile) sono in austero bellissimo stile romanico: del 1223, il primo e del 1312 la seconda e serbano non tracce soltanto, ma ricchissimi elementi strutturali, architettonici, pittorici e scultorei-ornamentali dello stesso stile e della medesima epoca. Tre le navate in pietra viva e nuda con poderose colonne di rara fattura separanti le laterali più strette da quella centrale assai più ampia ed ariosa, impreziosite di magnifici originali capitelli ricchi di motivi ornamentati (fogliame ed animali simbolici) molteplici e rari. ……”.

“I muri esterni delle navate laterali e la struttura superiore di quella centrale sovrastante gli spioventi inferiori delle altre sono regolarmente inframmezzate da monofore sghembe chiuse da pregevoli vetrate istoriate con figurazioni .pittoriche tratte dai misteri della vita della Vergine cui la Badia è consacrata da sempre.

Un’abside a nicchia sporgente all’esterno e ricco, all’interno, fino a qualche tempo addietro di ben visibili tracce di figurazioni pittoriche forse di periodo poco posteriore al tempo di nascita della Badia, chiudono, con l’altare,  la navata centrale. Postumi d’intemperie penetrate anche all’interno le hanno gravemente scrostate imponendo un rifacimento dell’intonaco sul quale, tuttavia, è ancora possibile scorgere tratti del resistentissimo minio medievale. 

La solerzia benemerita di don Duilio Lemme di v. m. che curò il restauro generale della Badia, che misura m. 25 in lunghezza e m. 10,50 in larghezza, ricavò l’altare maggiore da un blocco di pietra su cui è scolpita l’Ultima Cena ancora visibile, benché, rimasto a lungo all’ingresso del tempio, sia stato ovviamente facile elemento di consunzione. 

Sovrasta l’altare, su di un capitello in parte originario ed in stretta parentela con quelli terminali delle colonne laterali ed in parte rifatto entro una modesta edicola di legno verniciato uno dei tesori più stupendi delta stessa Badia: la statua lignea, quattrocentesca, di una bellissima Madonna che raccoglie gelosamente in grembo il Frutto divino della sua Maternità verginale: Gesù Bambino benedicente un piccolo globo terrestre sorretto dalla delicata manina sinistra. Anch’essa ebbe certamente i suoi ritocchi tanto marcati specie nella colorazione anatomica e vestiaria da apparire evidenti. Lo smagliante sorriso che ora si legge, quasi civettuolo, in volto alla Vergine non doveva far parte della sua originaria espressione di solenne e mistica ieracità cui l’ascetismo di una serena e severa maestà conveniva assai più di quanto s’addica ora la bonaria semplicità che al restauratore è parso di pensare e far credere. 

Ai lati dell’edicola, quasi in splendido trittico con la statua della Vergine, due magnifiche pale lignee anch’esse quattrocentesche, rappresentano bellamente S. Caterina la martire e S. Anastasia …….”.

“Un pregevole Crocifisso di legno, pare quattrocentesco, pur esso purtroppo mal ritoccato, su altro capitello d’epoca, l’altarino terminale della navata sinistra entro i giuochi d’ombra fittissima che danno drammatico risalto alla tragica maschera di dolore segnata sul volto e sulle membra trafitte del Martire divino.

Un capitolo a sè scrive il magnifico ambone del 1223. È un’ampia cattedra di pietra viva con sul prospetto facciale ben sette nicchie-lunette distinte e connesse tra loro da esili e delicate colonnine dei rispettivi ministri officianti nella sacra Liturgia della Messa, parati perciò e con in mano gli strumenti caratteristici del ruolo di ufficio svolto nella celebrazione eucaristica…….”.

 “La torre merlata del campanile, di m. 25 di altezza e quasi originaria come struttura architettonica, porta inseriti qua e là avanzi di pietre scolpite, come è possibile vedere anche nella muratura esterna della Badia, segnalanti date e nomi di famiglie e di Pontefici Romani ed offrendo così eco (insieme ai mosaici d’epoca romana del bellissimo pavimento di una camera a pochi metri dalla facciata esterna destra del Tempio) di quella che anticamente dovette essere prima una stazione municipale romana (Trivento, sicuramente Municipio Romano-Sannita e cattolica sede Episcopale diocesana dal VI sec. d.C., dista appena km.) e, molto più tardi, la sede religiosa di una Comunità Benedettina rimasta ad officiare quel tempio non si sa fino a quando e della cui presenza è orma, insieme alle sculture interne dell’ambone, un recente monumento esterno a S. Benedetto. 

Il civile scontro risoltosi  in religioso ed armonico incontro tra la civiltà pagana dell’antico Municipio Romano e quella cristiana della successiva Comunità religiosa, è simbolicamente raffigurato da una pregevole scultura, ancora intatta, entro la lunetta che sovrasta il portale principale d’accesso e che ritrae un Agnello imbracciante una croce, in lotta vittoriosa con un drago.”.

Adiacente il lato destro, all’uscita dalla Porta del Perdono, del tempio dedicato alla Madonna possiamo ammirare i resti di una villa rustica,  di epoca romana appartenente al Municipium di Terventum, costituita di una pars urbana,  di una pars rustica e di quella fructuaria di notevole interesse storico archeologico.

Il fiume, dopo aver ansimato tra morge e virgulti, giocato a nascondino e a saltarello, si adagia e scorre pigramente ascoltando una bisbigliante preghiera proveniente dalla chiesa romanica di Santa Maria di Canneto, che si avverte per tutta la piana, fino a scomparire a valle cullandosi tra la sponda molisana e quella abruzzese e “a perdersi in lucido serpeggiamento”, giungendo a quel mare Adriatico tanto evocato da Gabriele D’Annunzio.

Il basso corso del fiume è stato considerato di notevole interesse per la presenza di elevati livelli di biodiversità. “Il corso d’acqua, oltre ad essere un’area di rilevante importanza per la sosta degli uccelli lungo la rotta migratoria della costiera adriatica, funge da vero e proprio corridoio faunistico.”.-

 La conca valliva è circondata dai paesi: Roccavivara, Montefalcone nel Sannio (Maronea), Montemitro, Tufillo, Palmoli, Celenza sul Trigno, che sono come maceri di pietra appesi ai relativi campanili e Canneto rimane al centro quale culla di spiritualità di molti che vi giungono per trovare ristoro alla sete di divino e di sovrumano, ove le diverse voci si uniscono per “gustare un preludio d’eterno”. 

L’itinerario di oggi si conclude in questo luogo sacro sovrastato dal mio paese che sembra chiamarmi per essere riabbracciato.

 Dall’autostrada adriatica (A 14), la Badia, già elevata a rango di Santuario Mariano Diocesano, è raggiungibile, percorrendo una trentina di chilometri,  dallo svincolo di Vasto – S. Salvo, la fondovalle Trigno (SS 650). Dall’interno, percorrendo una cinquantina di chilometri da Campobasso via Trivento o da Isernia (SS 650).-

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[1] Mario Antenucci, così come rileva Francesco D’Episcopo nella prefazione del suo libro, si addentra nei segreti di un Molise meno conosciuto e battuto, perché più interno e collegato più intimamente all’Abruzzo. Ma questa è terra nostra e il fiume che l’attraversa scandisce il ritmo di una fondovalle che aiuta anche l’autore di questo libro a ricomporre il saliscendi di una terra, geologicamente, tra le più varie e tormentate d’Italia, come ebbe bene ad arguire Francesco Jovine nella sua suggestiva descrizione. 

About Mario Antenucci

Mario Antenucci, Molisano di Roccavivara (CB 1947). Insegnante. Ha sempre coltivato l'interesse per la letteratura e la passione per la poesia. Pubblica scritti e poesie su diverse testate giornalistiche. Ha partecipato a diversi concorsi di poesie, ottenendo riconoscimenti per  meriti letterari.

2 commenti

  1. Mario Antenucci,COMPLIMENTI. Articolo “composito” e prodigo di spiegazioni! La nutrita descrizione del bel SANTUARIO DI CANNETO, nel territorio del tuo paese, ROCCAVIVARA, (che più o meno a ragione anche noi Montefalconesi e non solo, consideriamo un po’ “nostro”- io mi ci sono sposata nel 1960, mio figlio nel 1998 )è senz’altro anche un cordiale invito ai fedeli -praticanti e non- a visitare questo luogo- definito da mons Vincenzo Ferrara”La perla del Molise- lungo il greto del Trigno:vi potranno trovare un’oasi di pace e di relax, spirituale e corporale!

  2. ANTONIETTA AIDA CARUSO

    L’articolo invita alla lettura del libro LA TERRA DA SCOPRIRE di Mario Antenucci, nel quale lo scrittore ci conduce nelle terre del Molise immergendoci piacevolmente in un mondo in cui persistono valori etici e paesaggistici ancora in gran parte incolumi dalla trasformazione globale che ci sta omologando e massificando. Lo fa con una sana ed umanistica lentezza, estranea al turismo del mordi e fuggi, attraverso un racconto pacato e sereno, così come ha fatto nei suoi scritti precedenti, di cui il libro è la continuazione.
    LA TERRA DA SCOPRIRE
    Viaggio nell’Alto Sannio e
    nella Valle del Trigno
    tra Passaggi – Storia – Arte
    Prefazione
    di Francesco D’Episcopo
    Postfazione
    di Gaspero Di Lisa
    euro 10,00
    ISBN 978-88-940822-9-6
    Edito dai Cantieri Creativi

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