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Terra da scoprire:  Riserva MAB e Vastogirardi

Mario Antenucci
Tratto dal suo libro  “La Terra da Scoprire” [1]

Riserva MAB di Collemeluccio- Montedimezzo

Nel viaggio nel Molise, fatto di desiderio di conoscere i passi della storia, di ascoltare le voci della natura, di scoprire il lavoro dell’uomo e la sua cultura, dopo il soggiorno ad Isernia, lambisco un paese dopo l’altro, quasi li accarezzo. Sembra che si supportino l’un l’altro,  come abbracciandosi tra loro, comunicando solidarietà e facendo comunità come in un presepe: Pescolanciano con il suo castello medioevale imponente, adagiato sul colle altopiano; Carovilli, posto tra i due  monti Ferrante e Castiglione, che sembra dorma in una culla.  Lontani tra loro e per raggiungerli bisogna percorrere strade diseguali. Sembrano tutti uguali, abbarbicati attorno alla chiesa con il loro campanile svettante, con case basse dai portoni semichiusi e dai muri dipinti o a pietra e dove pare che si svolga una vita familiare segreta piena di pace e dove un silenzio riposante li pervada.

Dopo averli vissuti seppur con un semplice e rispettoso passaggio, tra i campi maculati del verde  dell’erba, del rosso dei papaveri e della sulla, del giallo delle ginestre e colli discontinui,  giungo nel bosco frondoso di Collemeluccio – Montedimezzo, riserva Mab dell’Alto Molise.

Il luogo classificato e riconosciuto quale riserva naturale per la biodiversità si presta ad eventi in cui un insieme di studenti, insegnanti, volontari e scienziati lavorano per la ricerca e la identificazione di animali, piante e microrganismi utili alla biodiversità.

L’ultima domenica di maggio anticipo il nascere del sole godendo delle ombre lunghe del mattino e giungo alla riserva.  Era un giorno in cui un gruppo di studenti ed insegnanti facevano il bioblitz, un passaggio nella riserva al fine di svolgere  alcune attività che mirano alla conservazione e all’uso sostenibile delle risorse naturali. La riserva rappresenta un sito per la ricerca, la formazione e l’educazione ambientale.

Mi aggrego al gruppo e percorro, per tre/quattro chilometri, i sentieri accuratamente indicati tra una vegetazione rappresentata dal faggio, dal cerro, dall’abete bianco e dove i colori variano con il susseguirsi delle stagioni, dall’autunno alla primavera. Seguo con interesse le indicazioni e le spiegazioni che una guida ambientale propone, arricchendo così il mio bagaglio di conoscenze ed elevando lo spirito in mezzo alla natura  animata dalle scorribande di animali che la popolano quali volpi, cinghiali, scoiattoli, lepri, lupi, donnole, faine, gufi e barbagianni.

Dopo la passeggiata nella riserva naturale, mi dirigo verso Vastogirardi con l’intenzione di raggiungere le fonti del fiume Trigno percorrendo strade che serpeggiano tra boschi di faggio.  Passo nella campagna dai colori inaspettati tra il verde biancastro del biancospino e il biancheggiare delle rocce. Da lontano avvisto,  come un grumo di pietre bianche, la meta: Vastogirardi (Guasto Girardo).

Vastogirardi – il castello

Si erge maestoso il Castello che lo domina tutto e che guarda superbo le vallate, i monti circostanti, il Caprara maestoso e quelli del vicino Abruzzo.

Accompagnato da Pasquale, chiamato Lillino, mi dirigo verso le sorgenti del fiume Trigno (Capo Trigno). Rimango sconcertato perché pensavo di vedere l’acqua chiara che sgorgasse dalla terra tra sassi, rivoli e cespugli, un tranquillo stagno o una pigra palude, un luogo ameno di virgiliana memoria. Nulla di tutto questo. Le acque sorgive sono state captate e convogliate in casotti di cemento.

Poi accarezzati da una piacevole brezza mattutina ci avviamo verso l’albero “Fajone” per ammirare il famoso “Leone addormentato”,  una grande montagna che confina con il vicino Abruzzo.

Appago la mia delusione recandomi con l’amico Lillino, mio Cicerone, a visitare il Castello Angioino che Vastogirardi mette in bella mostra in capo al Borgo.

Lillino mi fa strada ed entriamo nella parte che guarda i monti attraverso una grande porta carrabile al di sopra della quale sono collocati gli stemmi nobiliari e l’iscrizione celebrativa della famiglia Petra, titolare del feudo.  Si apre su un’ampia piazza sulla quale si affacciano tante case basse, in pietra bianca, che fanno da corona di cinta al Castello dalle mura possenti con il quale formano un nucleo urbano, fortificato anche da tre torri di avvistamento. Quella centrale fa anche da campanile alla chiesetta quattrocentesca di S. Nicola, inglobata nello stesso castello. È una vera chicca, con affreschi d’epoca e con il sottostante vano che faceva da cimitero,  usata allora per il culto religioso della famiglia baronale.

Il Castello non fungeva solo da edificio residenziale e di culto per la famiglia feudataria ma aveva anche funzioni civili, attività di governo, essendo centro del complesso urbano costituitosi intorno.

Entro la sua cinta, l’ultimo sabato di Agosto si svolge la sagra gastronomica della cucina tipica vastese dei “Cazzariéglie e Fasciuòle” che registra migliaia di visitatori. È il vanto e l’orgoglio delle donne del paese che preparano gli alimenti della sagra nei tre giorni precedenti l’evento in un clima di sana convivialità.

Molto spesso alle donne paesane si aggiungono molte turiste che si adoperano imparando e le nonne che amorevolmente cercano di lasciare la preziosa eredità alle nipoti. La sera della sagra si leggono sui loro volti la gioia e la soddisfazione di aver reso possibile ancora una volta l’evento e di aver contribuito, con la loro paziente opera, a mantenere viva la tradizione che si perde nel loro passato.

Un’atmosfera fiabesca aleggia il borgo antico del Castello medievale; atmosfera che, al momento, di tanto in tanto viene frastornata da un fastidioso ronzio di un frullino che viene dall’esterno delle mura.

Usciamo dall’ambiente medievale  dalla porta che guarda verso il tratturo e andiamo vagabondando per le strade selciate e pavimentate da lastre di pietra bianca del borgo basso che rimane abbarbicato ai piedi del Castello e ai fianchi del colle.

Poche voci s’odono in  giro. Il paese si è spopolato a causa della carenza annosa di posti di lavoro;   i giovani sono andati ormai tutti via, in cerca di fortuna altrove. Esso è abitato, per la maggiora, da anziani e solo durante i mesi estivi ritorna a brulicare di tanta gente, da turisti e da giovani, in occasione di sagre, feste patronali ed eventi particolari come la manifestazione del “Volo dell’Angelo”, che è la sacra raffigurazione dell’Annunciazione nella quale si intrecciano religiosità popolare e spettacolarità.

Vastogirardi – Il Volo dell’Angelo

Il “Volo” si realizza  con un sistema di carrucole che collegano la facciata della chiesa al balcone della casa di fronte per un percorso di 40 metri ad un’altezza di circa 5 metri da terra. Viene compiuto più volte  da una bambina dall’età tra i 4 e 6 anni. Durante il tragitto la fanciulla non dà mai le spalle alla Madonna. La sera del 1° luglio, alle ore 21:30, l’Angeloal primo volo – giunto davanti all’immagine della Vergine – recita una preghiera di ringraziamento; al secondo volo incensa la statua; al terzo lancia petali di fiori alla sacra immagine. Il giorno successivo l’evento si ripete ma ai tre voli se ne aggiunge un quarto che consiste nel dono da parte della famiglia dell’Angelo alla Madonna. Si svolge da oltre cento anni (dal 1911) davanti la chiesa della Madonna delle Grazie. Una tradizione suggestiva nel suo genere tant’è che il Capo dello Stato emerito, Giorgio Napolitano, ha conferito una speciale medaglia di rappresentanza alla comunità vastese definendo la manifestazione “una fra le più sentite e originali forme devozionali d’Italia” e la Rete Italia di Cultura Popolare ha insignito l’evento del marchio “Patrimonio Culturale Italiano”.

Questo ci dice la ragazza del bar dove sorseggiamo un caldo buon caffè. Con lei intratteniamo un breve colloquio circa il valore del matrimonio e  la fedeltà nella convivenza fra due persone, dopo che l’amico Lillino le ha chiesto che fine avesse fatto il suo fidanzato.

Poi ci rechiamo, a poca distanza dal centro urbano, in contrada S. Angelo dove visitiamo i resti di un tempio italico e di un edificio di epoca sannitica; ne cogliamo l’imponenza per i grossi blocchi di pietra lavorati che ne avrebbero costituito la struttura.

Al ritorno, per spegnere i morsi della fame, ci fermiamo presso un ristorante dove degustiamo alcuni prodotti tipici locali di eccellenza (caciocavalli, burrini), dell’agnello arrostito sulla brace, il tutto bagnato dall’ottimo vino “Tintilia” prodotto da una rinomata azienda del Basso Molise. Poi, prima che il sole vada a nascondersi dietro i monti lasciando all’orizzonte qualche lingua infuocata e dia posto alla luce azzurra delle costellazioni stellari, riprendiamo la via del ritorno tra il verdegrigio dei pascoli e grandi querce secolari, correndo verso Campobasso.

 


[1]Mario Antenucci, così come rileva Francesco D’Episcoponella prefazione del suo libro, si addentra nei segreti di un Molise meno conosciuto e battuto, perché più interno e collegato più intimamente all’Abruzzo. Ma questa è terra nostra e il fiume che l’attraversa scandisce il ritmo di una fondovalle che aiuta anche l’autore di questo libro a ricomporre il saliscendi di una terra, geologicamente, tra le più varie e tormentate d’Italia, come ebbe bene ad arguire Francesco Jovine nella sua suggestiva descrizione.


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri

About Mario Antenucci

Mario Antenucci, Molisano di Roccavivara (CB 1947). Insegnante. Ha sempre coltivato l'interesse per la letteratura e la passione per la poesia. Pubblica scritti e poesie su diverse testate giornalistiche. Ha partecipato a diversi concorsi di poesie, ottenendo riconoscimenti per  meriti letterari.

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