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Lo Struscio, tra passato e ….. presente

di Rita Cerimele [1]

 

 

struscio in via roma

Il rito…
«Ogni mondo è paese» recitava un vecchio proverbio e in ogni paese venivano tramandati i proverbi come vere e proprie perle di saggezza. I vecchi erano i custodi del sapere, tramandato oralmente, dalle diverse generazioni e lo si poteva riscontrare facilmente nei libri oppure nella scuola di vita personale. Ogni paese conservava determinate abitudini seguite, scrupolosamente, sia dagli abitanti che dai paesani che vi facevano ritorno durante le feste o le vacanze estive. Una di queste abitudini era il rito dello «struscio».
I turisti che arrivavano nei nostri paesi invidiavano l’aria pulita, e infatti, le esclamazioni più frequenti erano: “Che aria buona avete qui!”
E respiravano a pieni polmoni lasciando la possibilità a quell’aria, di purificare tutto il loro essere.
Lo struscio resterà vivo nella nostra memoria per sempre; il rito si ripeterà tutte le estati per i paesani diventati quasi forestieri, e, apparentemente… sembra che nulla sia cambiato

…Il presente
L’orario è rimasto all’incirca lo stesso, dalle diciannove alle venti, venti e trenta e, né prima né dopo, è facile incontrare gente.
Si fanno esattamente le stesse cose ma con abiti diversi, bar più moderni e maggiore traffico automobilistico.
Oggi non si respira più  la stessa aria pulita osannata da quei turisti e ce ne accorgiamo quando sostiamo per un caffè, una cedrata, un prosecco o una birra, sedendo fuori dai bar lungo il corso principale del paese.
Le passeggiate sgranchiscono le gambe, sono motivo di riconciliazione con la natura, favoriscono la chiacchiera, il pettegolezzo, l’ammirazione o la critica per l’abbigliamento altrui, oppure, incoraggiano sguardi d’intesa e il primo amore. Passato e presente trovano la giusta collocazione e riproposizione per alcune abitudini, che si ripetono nel tempo, nonostante tutto.

Oggi, la rete con …la tecnologia
Durante le passeggiate moderne, il possesso di cellulari tecnologicamente avanzati, ha permesso un allontanamento dei rapporti umani.
Si assiste alla visione di giovani, e meno giovani, che camminano con il cellulare ben in vista, e mentre sono connessi in rete o messaggiano, passeggiano e, sempre con il cellulare alla mano, si siedono ai tavolini dei bar o sulle panchine.
La connessione non ci abbandona mai e anche il semplice saluto si è spostato su WhatsApp o Facebook.

I ricordistruscio1
Proponendo in rete, un piccolo sondaggio a diversi amici sull’interpretazione dello struscio, ne sono scaturite delle risposte che meritano di essere condivise nella vetrina rivolta a un pubblico più ampio per meglio comprendere le differenze su come eravamo e come siamo.

Incoronata: Lo struscio mio aveva orari diversi. Sono stata in collegio (alla strada che porta alla ripa) quindi le passeggiate avvenivano principalmente di domenica ed arrivavano fino all’ospedale.

Maria Mercede: Il famoso “struscio” aveva su di me, che tornavo in paese per le vacanze estive, uno strano effetto. Dopo aver passeggiato su e giù per due o tre volte cominciava a girarmi la testa. Dovevo sedermi ed aspettare un po’ prima di riprendere la passeggiata, con un po’ di meraviglia da parte delle mie amiche, che non comprendevano questo strano fenomeno. Era la mancanza di esercizio! A Roma dovevo fare solo lunghi percorsi per andare a scuola e le passeggiate erano rare. Dopo qualche giorno di permanenza, tutto diventava facile e naturale e lo “struscio” diventava anche una parte importante della mia giornata.

Ida: Il corso è stato la location per eccellenza dell’adolescenza mia e di tante e tante ragazze come me. Si andava su e giù senza mai stancarsi; ciò che ci frenava era l’orario che ci imponevano (almeno per me) i genitori. Oltre le venti non si andava…. finiva la festa! L’ultimo struscio, quello che precedeva il ritorno a casa, era il più ….sofferto! Il rientro si faceva di corsa (con il cuore in gola). Per me il tratto peggiore era quello che portava alla chiesa dell’Annunziata, passo svelto e per di più in salita, compresa la scalinata sotto il campanile. L’ultimo tratto poi ….diventava interminabile…

Carmen: Lo struscio dei miei quattordici anni:
S – Sette, sono le sette, è l’ora… tanto attesa.
T – Telefonare per confermare gli appuntamenti.
R – Rivedere le amichette lasciate qualche ora prima.
U – Uh, uh, ma che hai fatto? Hai messo un po’ di rossetto?
S – Sorrisi… sguardi… sospiri…
C – Ciao, ciao, ciao! Mille volte ciao….
I – Incontrare e incrociare tutti… tranne LUI.
O – Otto, otto e dieci, otto e venti… E’ l’ora di correre a casa!

Flora: Il mio struscio da adolescente risale a quando i maschi e le femmine non potevano camminare insieme. Se qualcuno dei maschi si avvicinava era per pochi minuti e noi, col torcicollo, intente a controllare la strada per verificare che all’orizzonte non comparisse un padre o un fratello. Tutto questo all’altezza del “ru ponticello”, ossia il più possibile lontani da casa.
Se si intravedeva colui che temevamo, allora con fare indifferente, ci posizionavamo noi femmine davanti con i maschi subito dietro, come se ognuno di noi stesse camminando per proprio conto.
Quante sgridate mi sono presa da mio fratello!!!

Ndoni: Conda e arrconda, ca chessə so le chienghə də ru corsə! (Conta e riconta è sempre lo stesso numero di mattonelle che formano il corso del paese)

Carmen: Flora, leggendo il tuo commento, mi sono ricordata di quanto noi ragazze fossimo, durante lo struscio, delle “sorvegliate speciali”. Mia madre si raccomandava con tutti i parenti perché mi tenessero d’ occhio, in particolare si rivolgeva allo zio Ercolino, dicendogli: “Se non fila dritta me lo devi venire a dire!”. Lo zio, da parte sua, non ha mai riferito niente alla mamma, anche se, probabilmente, mi avrà vista parlare sia in gruppo che con qualche ragazzino.

Mariapia: Carmen…e così papà è stato complice…non me lo sarei aspettato…comunque la frase di zia Maria è emblematica e riguarda più generazioni… Tutti i nostri genitori l’hanno riferita a parenti ed amici.

Enzo: Ho passato 18 anni della mia vita in questo tratto di strada. Da bambino, il marciapiede di destra era il mio campo di calcio. La pasticceria di fronte era il mio punto di riferimento in tutti i «sensi».

Marcello: Non vorrei deludervi, ma lo struscio da qualche mese, si è quasi dissolto all’improvviso, parlo dei giorni normali I ragazzi, che facevano “folla” pare si riuniscano in ritrovi fuori mano e gli altri vedendo il vuoto non escono. A piedi vanno in pochi. Un sociologo ha ipotizzato che «Facebook ha ucciso lo struscio» e in effetti, specie in inverno, è più comodo dialogare da casa, piuttosto che uscire per fare quattro chiacchiere con qualcuno al freddo… Speriamo nella bella stagione.

 Ida: Marcello…ai tempi nostri Fb non c’era ma eravamo contenti lo stesso e ci bastava poco…anche una passeggiata di un’oretta la sera ci stava bene! Non so se ti ricordi ma non ci fermava neanche “ru spulvərizz” (bufera di neve) e quando congelavamo sostavamo al Circolo. Una giocata a carte, una partita a flipper, un disco al jukebox e via… avevamo realizzato la serata.

Marcello: Certo Ida mi ricordo…se c’è lo spool we ritz (come dicono gli inglesi) io giro piu’ volentieri… Farsi un giro per i vicoli più’ nascosti del centro storico quando c’è la bufera… è il massimo!

Ida: Da tanti anni ormai non lo faccio più! Piaceva tanto anche a me! Del resto, anche alle Elementari e d’inverno, non ci accompagnavano mica con la macchina… Si camminava a piedi su e giù per salite e discese.

Minella: Quando gelava si facevano le “piste”… che la mia povera mamma, dovendo prendere la corriera alle ore sette e quarantacinque, temeva di affrontare. A volte, chiedeva aiuto al primo passante disponibile. A quell’ora spesso trovava Giggiotto il facchino.

Sandro: Io ricordo che andando a scuola mi fermavo sempre all’angolo di Via Gamberale, aspettavo che passasse la mia amata, dopodiché ci recavamo all’Avviamento. Camminavamo su due marciapiedi, una da una parte e uno dall’altro, scambiandoci sguardi fuggenti.
Mi fermavo a comprare qualche confetto riccio per offrirglielo in regalo ma era sempre un’avventura  rischiosa… perché qualcuno avrebbe potuto vederci.
A scuola, dalla finestrella che affacciava dai bagni femminili, sul lato destro c’era una stradina stretta, se uscivo prima, aspettavo che ella mi gettasse il fogliettino per un eventuale e fugace appuntamento consumato sempre di corsa… Il fratello poteva essere in agguato. Comunque erano bei tempi.
Ritorno spesso in paese, con mia moglie, ospiti a casa proprio della ex ragazza di cui parlo. Entrambi non ci siamo dimenticati di quel bel periodo.
Mi sono dilungato, ma mentre scrivevo, tutto scorreva come se fosse stato ieri. Gli anni di cui parlo sono dal 1959 al 1962, l’amicizia dal 1960 al 1962.
Ringraziamenti
Ringrazio tutti gli amici che hanno partecipato regalandoci questi meravigliosi e intimi ricordi che prima di questo momento, giacevano, custoditi gelosamente in fondo al cuore.

viale-con-gente-a-passeggioConclusione
Ricordare diventa il modo per fermare il tempo presente, calandoci in un’atmosfera magica che ci rasserena, pur facendoci notare quelle differenze che si sa, fanno parte dei tempi che cambiano e noi con loro. Siamo consapevoli che tutto quanto riusciamo a comunicare attraverso i mezzi conosciuti, non si limiterà a rimanere una semplice parte indissolubile della nostra evoluzione, ma contribuirà a lasciare il segno del nostro «struscio» per questo ciclo di vita.

 

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[1] Rita Cerimele, Molisana di Agnone (IS), ama i racconti ma soprattutto la poesia in tutte le sue forme, da quelle tradizionali a quelle più innovative (haiku, senryu ed haiga).

About Rita Cerimele

Rita Cerimele è nativa di Agnone (IS). Scrive libri di favole e poesie. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: “Lascia che il Tempo Corra” Ed. Mondi Velati; “La Bambina con la Valigia Rossa”, “Abbiamo Tanto da Dire” e “Haiku” tutto di Etica Edizioni.

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