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Sospensioni … d’amore – Racconto di Anna Paola Troilo

Anna Paola Troilo

Lo scorso 13 dicembre, la diciassettenne Anna Paola Troilo dell’Isiss Giovanni Paolo I di Agnone, grazie al suo racconto ‘Sospensioni…d’amore’, ha vinto il premio letterario Michele Buldrini, sezione giovanile.

Questo l’incipit del racconto nelle parole dell’autrice-vincitrice: “Si tratta della storia di un giovane contadino molisano, Francesco. Nonostante la sua vasta cultura, è destinato a lavorare la terra del podere di famiglia, a Guardialfiera. Tutto sembra procedere tranquillamente finché un imprenditore decide di comprare la proprietà della famiglia di Francesco che, naturalmente, fa di tutto per far si che questo non avvenga.”
  Questo è solo l’inizio dell’avvincente trama che potrete godere qui di seguito.

 

Sospensioni…d’amore

Un’altra giornata è giunta al termine, pensò Francesco percorrendo quelle poche miglia che distavano dal suo nido, come amava definire la sua casupola nascosta dalle fronde dei cipressi. Lo scorcio naturale, perennemente visibile dalla finestra della sua stanza, gli ricordava tanto quel Rio Bo di Palazzeschi; anche a Guardialfiera tre casettine dai tetti aguzzi, un verde praticello e un esiguo ruscello incorniciavano il paesaggio infondendo un senso di pace negli osservatori.

Guardialfiera ponte della reginella

Per Francesco era diverso. Avendo vissuto nel paese fin dall’infanzia, non si soffermava mai più di due secondi e mezzo a scrutare il panorama, preso quotidianamente dalle faccende agricole. Quando si trovava a discorrere con degli sconosciuti era sempre restio a parlare della sua attività; preferiva piuttosto mentire, inorgoglirsi farneticando su una certa sua azienda qui o là, forse all’estero, a volte accorpata ad una multinazionale. Solo a volte. Dio e nessun altro sapeva quanto egli fosse contrario ai grandi monopoli. Sudava sette camicie al giorno (più pertinente la sua espressione mi spacco il deretano) per ricavare…non profitto…sostentamento, era quello il suo scopo. Depauperato certo non era, ma neanche abbiente.

Suo padre Lorenzo, ormai troppo anziano e indebolito per essere di aiuto al figlio in un impiego familiare tramandato di generazione in generazione, aveva “abdicato” in favore del suo Checco. La moglie Cinzia, grande lavoratrice nell’azienda zootecnica di famiglia, cercava di alleviare gli affanni del primogenito con sorrisi e pasti succulenti. Perché lo considerasse primogenito nonostante fosse figlio unico è presto detto: cinque anni dopo la nascita di Francesco, Cinzia portò avanti una seconda gravidanza, dall’esito non proprio felice come quello della prima. La sindrome di Edwards aveva colpito crudelmente la nascitura, che a stento aveva superato i primi mesi di vita. Questo evento fu determinante per il fratellino, che crebbe con l’acuta curiosità di conoscere il mondo.

Studiava a lungo, quando non lavorava, ma dopo il diploma di liceo capì da solo che le risorse economiche sarebbero state esigue per un progetto universitario. Ciononostante, la sua sete di cultura non si era placata, per cui il giovane arrivò all’età di ventisei anni con un’erudizione invidiabile e nessun premio nobel in mano, a differenza dei sogni nel cassetto. Lorenzo e Cinzia all’epoca scelsero il nome del figlio in arrivo ispirandosi all’autoctono Francesco Jovine.

Quel giorno era particolarmente soleggiato e la mitezza primaverile aveva permesso una sosta maggiore nei campi e un raccolto più proficuo. Checco si sentiva come uno sfiduciato proletario abbandonato e impotente al naturale fluire delle cose. Mentre meditava su questo, autoconvincendosi dell’infondatezza di un possibile rimpianto, tornò a casa e sentì suo padre discutere con qualcuno.

Lago di Guardialfiera

Lorenzo era in cucina quando udì il campanello. Aprendo, si ritrovò davanti un signore dall’aria distinta, in giacca e cravatta e con la ventiquattrore sorretta dalla mano destra.

<<Buon pomeriggio!>>, esclamò costui senza batter ciglio.
<<A lei>>, rispose con fredda cortesia Lorenzo, <<Posso aiutarla in qualche modo?>>.
Se si fosse trattato di un vicino cordiale e senza puzza sotto il naso, sarebbe stato accolto in maniera quasi prosseneta; ma poiché il capofamiglia al primo sguardo aveva capito che questa visita non avrebbe promesso nulla di buono, si mostrava riluttante a farlo entrare.
<<In realtà sì. Mi chiamo Edoardo Agnarelli, gestisco una catena di centri commerciali sparsi per l’Italia.>>
Ah sì?! Che bella cosa. Mica come noi che sgobbiamo per mettere qualcosa in tavola la sera, pensò Lorenzo, ma disse tutt’altro:
<<Si accomodi. Gradisce un bicchiere di vino?>>
<<No, la ringrazio, non bevo mai prima di cena.>>
Sei già un mezzo fallito.
<<Allora le offro qualcos’altro?>>
<<Nulla, faccia finta che abbia accettato.>>
Queste forme borghesi per rifiutare, poi, non le capisco.
<<D’accordo, mi dica.>>
<<E’ bello qui!>>, tergiversò Mr. Edoardo, <<Quanti ettari saranno?>> <<Tanti.>>, rispose evasivamente Lorenzo.
Proseguì il tizio:<<Interessante…E se comprassi il terreno?>>
Colpo di tosse di Lorenzo. <<Temo di non aver compreso bene. Può ripetere?>>
<<Signor Fondelli, temo invece che lei abbia compreso benissimo. Ma non si preoccupi, le farò un preventivo impossibile da rifiutare.>>
Così dicendo, sfilò dalla tasca interna della giacca il taccuino degli assegni e con la stilografica profanò la carta con dei numeri e una firma scritti in maniera decisa, tipica degli avvezzi al commercio. Staccò il foglietto e lo porse a Lorenzo, che credette per un momento di vedere doppio alla vista di diversi zeri e della scrittura letterale della cifra, di lunghezza proporzionale al valore in numeri.
Che cosa triste, rifletté il signor Fondelli, cinquant’anni di sacrifici per veder portarsi via in un soffio una delle poche sicurezze della propria esistenza. La riflessione ad alta voce, invece, fu più veemente:
<<Mi sta prendendo in giro? Lasciare il mio terreno in cambio di quattro contanti???>>
<<I quattro contanti, come li definisce lei, sono migliaia di euro e le permetterebbero di trascorrere una lunga esistenza felice scevro dal rischio di morire di stenti.>>
<<Cosa vuole che me ne faccia dei soldi? Mio nonno, mio padre, il sottoscritto e mio figlio siamo sempre stati orgogliosi del lavoro ricavato dalla terra, senza ambiguità, senza crolli capitali, semplicemente col risveglio al levar del sole e la ritirata al calar. Cosa ne sa lei, che dalla vita ha sempre avuto tutto senza problemi?>>

Dintorni di Guardialfiera

Lorenzo avrebbe ucciso la fertilità del suo terreno cedendolo; esso rappresentava un patrimonio ancestrale troppo prezioso, troppo radicato nella famiglia per essere sottoposto alla mercé di un imprenditore qualunque. Se Francesco avesse potuto studiare magari sarebbe diventato come Agnarelli, suo padre lo avrebbe appoggiato e forse una prospettiva di indigenza sarebbe stata loro estranea.

Francesco entrò di soppiatto, dato che gli interessava appurare il motivo dell’eristica e interrompendola non avrebbe raggiunto lo scopo. Ma il padre si accorse del suo ingresso e lo chiamò per metterlo a conoscenza della situazione.

<<Salve.>>, salutò educatamente Checco.
<<Buon pomeriggio. Lei dev’essere il figlio del signor Fondelli.>>, rispose Agnarelli.
<<Esattamente. Lei chi è?>>
<<Mi chiamo Edoardo Agnarelli, come ho già informato suo padre.>>
<<Se ne vada!>>, irruppe a quel punto Lorenzo.
<<Che succede?>>, chiese Checco, piuttosto sbigottito.
<<Nulla, se non che il signorotto in questione voglia appopriarsi indegnamente della nostra terra.>>, ribatté suo padre sempre più stizzito.
Francesco cercò inizialmente di apparire diplomatico:<<E in che modo?>>.
Al che Agnarelli disse:<<In modo ragionevole, proprio degli imprenditori. Legga pure il mio assegno, caro Francesco, e poi ne riparleremo. Sono certo che il suo acume le farà prendere la giusta decisione.>>.
Il giovane lesse la cifra ed ebbe la stessa impressione di suo padre di essere in preda a una distorsione visiva; poi, però, sentenziò con lucida risolutezza: <<Vendere il mio latifondo per semplice denaro? Se lo può scordare! Arrivederci.>>.
Agnarelli si lasciò condurre alla porta, certo che non sarebbe finita lì.

Il signor Edoardo aveva ereditato imprese su imprese senza muovere un dito. I nonni avevano fatto fortuna investendo intelligentemente, peccato che non avessero potuto godere di tale ricchezza, poiché, lo sappiamo, siamo semplici passeggeri sulla Terra. Il padre di Edo aveva poi ampliato il raggio di manovra comprando zone rurali allo scopo di renderle industrie. Fin qui nulla da eccepire, ma suo figlio, da sempre inculcato di valori basati sul dominio e sulla proprietà, aveva ricorso a tutto, anche all’illecito, pur di impossessarsi di quello che desiderava. La renitenza dei Fondelli lo aveva indispettito, era pronto ad agire per vincere … … e avrebbe vinto.

Rincasò più uggioso del solito; unica consolazione era rientrare nella sua immensa villa molisana e ritrovarsi immerso nel lusso.

Sua figlia era diversa. La dolcezza di Agata era ravvisabile in ogni sua componente. Sebbene armonica sia fisicamente sia intellettualmente, ella non ostentava le sue qualità, inconsapevole di averle. Si sentiva certamente privilegiata, circondata da ricchezza e successo. Ma cosa avrebbe fatto di tali inezie senza la possibilità di condividerle con una persona cara? Sua madre l’aveva lasciata quando non aveva neanche sedici anni. Ciò l’aveva fatta sprofondare nel dolore più cupo. Anche adesso, a distanza di sette anni, percepiva quello smarrimento come la prima volta. Nodi alla gola e crampi allo stomaco non erano altro che il riflesso fisiologico di quanto accadeva nel suo cuore e nella sua mente. Un tormento senza fine, un ansioso desiderio di appurare da Dio il motivo per il quale le fosse toccata una pena in così giovane età pulsavano nella sua testa, a ugual maniera del suo cuore spezzato e semi-ricucito. Agli albori le era sembrata davvero la fine di tutto, la perdita di ogni interesse. Ma l’uomo dopo un po’ si adegua, se intende lottare per la sopravvivenza. E così si adeguò anche Agata, che si concentrò via via sui ricordi, sugli scritti, sulle foto, sull’amore. Sì, solo l’amore resta, viaggia nell’atmosfera, arriva all’etere e ridiscende nei cuori: questa congettura le aveva permesso di sopravvivere. E chissà che non sia applicabile ad ognuno di noi.

Suo padre aveva elaborato il lutto diversamente. Agata era certa che egli si fosse consolato con un’altra donna, e l’idea non le dispiaceva: se Edoardo era felice così, tanto di guadagnato.
<<Ciao, papino!>>, gli corse incontro la sua unica figlia,
<<Com’è andata oggi?>>.
Edo rispose con noncuranza: <<Ho cercato con le buone di concludere un affare. Non ci sono riuscito: agirò con le cattive.>> Così dicendo, raccontò brevemente l’accaduto ad Agata, la quale, pur sentendo in cuor suo che suo padre stesse agendo in maniera sconsiderata, si limitò ad ascoltare e a proporgli di far visita alla tenuta di Guardialfiera l’indomani.

Una BMW sfrecciò lungo i viali adiacenti agli acri dei Fondelli e si fermò. Checco stava falciando il fieno, quando vide due figure scendere da una macchina a suo giudizio spocchiosa, o, come dicono i ricchi, sportiva, anche se ho seri dubbi che i veicoli del XXI secolo siano in grado di giocare a football. Si avvicinò alla macchina senza farsi vedere dai passeggeri, spinto dalla curiosità. Due gambe lunghe come liane sorreggevano un busto dalle giuste proporzioni. Un collo color crema, quasi etereo, contribuiva a slanciare il personale di una fanciulla incredibilmente avvenente agli occhi di Francesco. La poca distanza permetteva di scorgere il viso, quel viso. Oh, quanto l’aveva cercato nei sogni! Quanto aveva sperato di trovare sotto i cavoli, un bel giorno, la ninfa dell’armonia! Ed eccola, era lì. Si girava attorno per scrutare il paesaggio, con fare circospetto. Ma in una frazione di secondo il fluttuante pensiero incantato finì. Apparve al fianco della ragazza un tizio abbastanza familiare: Edoardo Agnarelli???? Decise allora di uscire allo scoperto.

<<Posso aiutarvi?>>, echeggiò nell’aria.
Edoardo e Agata si voltarono di scatto e lo videro. Il primo lo squadrò con aria di disprezzo, la seconda, invece… … boccheggiava.

Dintorni di Guardialfiera

Se mia madre mi vedesse! Mi sento una cretina, rifletteva Agata, non riuscendo a staccargli gli occhi di dosso. Era sicuramente il ragazzo più lordo del Molise, con quella paglia sui capelli che sbucava dai pantaloni, per non parlare delle erbacce incollate ai suoi indumenti, pronte per essere brucate dalle caprette che scorrazzavano per il prato. Eppure in tutto quel caos era insito un idillio ineffabile. Il fatto che fosse un bel giovane era relativo, ne avrebbe trovati anche di più graziosi. Ma gli occhi, quegli occhi nocciola, l’avevano catturata. Si guardarono. Tanto. A lungo. Intensamente. Uno scambio di elettricità al massimo dei Coulomb.

 Dopo aver riacquistato la percezione della gravità e di ciò che li circondava, i due si ricomposero. Sempre più insofferente, Edoardo osservava Francesco, indeciso sul da farsi. No, il ragazzo lasciamolo stare, è un giovane ingenuo. Ma quel Fondelli senior mi causa non pochi problemi…

<<Ancora qui? Mio padre non le è sembrato abbastanza chiaro?>>, la voce di Francesco interruppe i suoi pensieri.
<<Vede, temo che la mia proposta non sia stata considerata a dovere. Trovo molto affrettato il vostro responso, per cui ho deciso di fare un salto stamattina ad argomentare meglio questa…>>
<<Non c’è nulla da argomentare.>>
La risposta secca zittì Agnarelli. Non mi pare resti altro da fare, pensò. Finse di aver gettato la spugna e girò i tacchi:
<<Agata, andiamo.>>
<<No, papà, voglio prima fare un giro nei dintorni.>>
Agata. Che nome meraviglioso. Mi ricorda la “kalokagathìa”. Come potrei lasciarla andar via così?
<<Se vuole l’accompagno io a visitare la zona.>>, disse Checco tutto d’un fiato.
La fanciulla arrossì, guardò suo padre e chiese, con tutta la dolcezza del mondo:
<<Posso, vero?>>
Sottomettersi alla volontà di questo qui? Puah!, pensò il giovane contadinello (perché era questo, ne era certo, che i due interlocutori avevano pensato di lui non appena si era materializzato davanti a loro) continuando a sorridere.
<<Ti aspetto in macchina. Ma sbrigati.>>,
la risposta perentoria di Edoardo esprimeva tutto il ribrezzo per una famiglia ostinata e miserabile al possesso di una terra altrettanto misera.

Dintorni di Guardialfiera

Francesco condusse Agata al vigneto, alla distesa di spighe, ai vari orti, all’azienda di Cinzia, ai giardini fioriti, fino al lago del Liscione. Non vi furono mai momenti di imbarazzante silenzio tra loro: Checco parlava, parlava e parlava, informandola di tutto ciò che potesse interessarle del territorio.
<<Sai che Guardialfiera è la patria di Francesco Jovine? Io sono un omonimo.>> <<Davvero?>>
Francesco, pensò Agata, “Francesco e Agata” suona d’incanto…Ma che sto dicendo?! Il giovane non le dava il tempo di interpretare le sue sensazioni, catturava la sua attenzione con ogni gesto, ogni sguardo, ogni osservazione.
<<Jovine diceva: Quando incontreremo le prime ulivelle magre, solitarie, in bilico sui dirupi…allora saremo in contado di Molise.>>
<<Mi piace molto questa regione! Ha un che di...>>
<<Ancestrale?>>, le suggerì quella sottospecie di cavaliere che passeggiava al suo fianco.
Agata ci pensò e rispose con una risata: <<Mmm…si, è una regione che tiene molto alle tradizioni.>> Ognuno dei due si sentiva stupido, come se non si fosse espresso con sufficiente intelligenza da suscitare interesse nell’altro.
<<Perdonami se sono passato a darti del tu senza nemmeno chiedertelo…ma ormai ho superato un tabù, dunque sarebbe inutile tornare alle formalità.>>
<<Hai perfettamente ragione.>>
<<I tuoi ti hanno chiamata così secondo il kalòs kai agathòs, per caso?>>
<<Che hai detto???>>
Un proletario che mette in difficoltà la figlia di un capitalista, è incredibile. Francesco rise della spontaneità della risposta:
<<Vedi, i Greci concepivano il bello (kalòs) e il buono (agathòs) come due concetti congiunti. Una persona è in un certo qual modo “virtuosa” se li possiede entrambi.>>
<<Interessante. Ma credo proprio non sia il mio caso.>>
<<Invece si!!>>.
La risposta calorosa del giovane le produsse un’aritmia cardiaca che non si sarebbe di certo verificata se avesse partecipato a una staffetta. L’ho fatta arrossire. Forse Dostoevskij non aveva tutti i torti: la bellezza salverà il mondo.
<<Sarei un pazzo a negarlo.>>
<<A negare che cosa?>>
<<La tua bellezza, la tua bontà così evidente.>>
<<Ma tu non mi conosci.>>
<<A volte capita di avere l’impressione di conoscere qualcuno da sempre.>>
<<A me non capita. E’ successo esclusivamente con te.>>,

e Agata arrossì di nuovo, il cuore palpitante, gli occhi pervasi da una luce soave. Francesco rimase in silenzio per qualche minuto, ad aspettare chissà quale attimo. Poi, quando gli sembrò che il diem fosse arrivato, lo carpì. Le prese le mani e sussurrò:
<<Proust le chiamava intermittenze del cuore.>>,
e Agata di rimando: <<Jane Austen non le chiamava. Usava il discorso indiretto.>>
<<Le esprimeva comunque.>>
Sempre più vicini, ormai sul punto di dischiudere le labbra e di unirsi in un sinolo, come due frammenti complementari di un puzzle, l’attimo fuggì troppo presto. Si udì un colpo sordo, e i due riacquisirono la forma individuale.

Lo sparo proveniva dalla zona abitata. Il sesto senso suggeriva a Francesco che qualcosa era accaduto in casa sua. Senza scambiarsi una parola, i due ragazzi tornarono indietro verso la tenuta dei Fondelli. Entrarono timorosi. Fu un flash: Lorenzo esanime sul pavimento, circondato da un lago di sangue e con gli occhi sbarrati rivolti verso il cielo. Francesco si gettò a terra, fuori controllo. In quel momento apparve Cinzia, che iniziò a urlare e a gemere inginocchiata vicino al corpo del marito. Nei pressi del caminetto, in un angolo, Edoardo osservava la scena. Aveva agito d’impulso e, pentito e svuotato com’era nella coscienza, avrebbe puntato verso di sé la pistola da cui era partito il colpo. Ma gli mancò il coraggio. In tutti i suoi stratagemmi imprenditoriali non era mai arrivato a tanto. Un affare mal riuscito gli procurava fastidio, ma l’omicidio di una persona gli era insopportabile. In preda allo shock, Cinzia sussurrò: <<Assassino. Sei solo un assassino. Oh, amore mio…>>. Le sue parole ruppero il silenzio. Ogni elemento naturale all’esterno con la sua morte aveva perso significato: l’armonia di Rio Bo era stata dissolta per sempre. Agata taceva, le guance rigate di lacrime. Era davvero suo padre quell’uomo spregevole nell’angolino? Come aveva potuto? Doveva essere fatta giustizia, lo avrebbe costretto a costituirsi, in modo da non portarsi addosso per il resto dell’esistenza il fardello della colpevolezza.

Per almeno un mese Guardialfiera fu in lutto. Francesco e Cinzia erano rimasti soli, autosufficienti nel materiale, ma non nello spirito. Dal giorno fatale Agata non li aveva più visti. L’imminente incarcerazione di Edoardo l’aveva indotta ad affrontare la nuova situazione da sola, perché chi si rialza davvero non è mai spinto da qualcun altro.

Ma un bel giorno di maggio ritenne che fosse necessario rivedere colui che le aveva fatto battere il cuore come nessun altro. Francesco era nei campi, come al primo incontro. Sentì una presenza al suo fianco, alzò lo sguardo e rivide quelle gambe e quegli occhi.
<<Ciao.>>, salutò dolcemente Agata.
<<Chi non muore si rivede.>>, rispose aspramente Checco.
La fanciulla rabbrividì. <<Come stai?>>
<<Non potrebbe andare meglio.>> Sarcasmo puro.
<<Penso di poterti capire.>>. Sì, poteva capirlo benissimo.
<<Davvero?>>
<<Forse non sai che sette anni fa ho perso mia madre.>>.
Francesco tacque, abbassò gli occhi e si commosse. Quant’è ingiusta la vita. Anche Agata fece gli occhi lucidi. Si abbracciarono. Finalmente le labbra di uno aderirono a quelle dell’altra, come fosse l’unica maniera per consolarsi. Il bacio non durò a lungo. Agata lo salutò tra le lacrime:
<<Difficilmente proverò per qualcun altro le emozioni che ho sentito con te. Ti auguro il meglio.>>
<<Se questo è amore, vorrei goderne fino all’esaurimento.>>

Però la legge del più forte aveva vinto come sempre. Era più giusto lasciare aperta una dolce parentesi, in un mondo ricco di affanni e parco di sospensioni… … … d’amore.

Francesco era riuscito a difendere la sua terra, ma aveva perso suo padre. Niente avrebbe mai compensato un dolore simile. Ma ancor più che la proprietà, egli aveva tutelato la sua appartenenza, aveva dimostrato che le gerarchie sociali non sempre coincidono con la grandezza d’animo. E così, mentre guardava la sua anima gemella andare via e si accingeva a rientrare, gli vennero in mente le Notti Bianche di Dostoevskij. I momenti con lei, seppur brevi, avevano avuto la stessa intensità. Forse gli sarebbe mancato un pezzo, “……… …….. ……. ma però…….c’è sempre di sopra una stella, una grande, magnifica stella, che a un dipresso …………..occhieggia con la punta del cipresso di Rio Bo“. 

Sarà solo un caso che la notte di San Lorenzo sia famosa per le stelle?

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About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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