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Si torna a scuola. Ai miei tempi non era Barbiana.

Racconto di Maria Delli Quadri[1] 

Si torna a scuola e i ragazzi lasciano i giochi all’aria aperta, con qualche difficoltà. Tuttavia, il dovere va rispettato, la scuola va amata perché segna il futuro di tutti. Ai miei tempi si tornava tra i banchi il 1 di ottobre….e non era Barbiana, la scuola di Don Milani.

Scuola no Barbiana 1 copia

Il primo giorno di scuola

Il primo ottobre noi della nostra generazione tornavamo sui banchi di scuola per iniziare il nuovo anno scolastico. Un grembiulino nero col fiocco rosa noi bambine, celeste o azzurro i maschietti, un altro fiocco tra i capelli per farli essere più ordinati, un’espressione di attesa sui volti, l’incontro con altri compagni (noti e non) per andare insieme e infonderci coraggio l’un l’altro. Stivali di gomma d’inverno, zoccoli di legno d’estate. La scuola, lontana da casa, era situata nel convento di S. Chiara, un edificio antico, un po’ tetro, dove le aule erano dislocate qua e là. Eravamo un piccolo esercito di ragazzi e ragazze, bambini e bambine, tra cui era facile trovare quelli che, alla prima esperienza, piangevano a calde lacrime. . Maschi e femmine, separati, fiocco rosa, fiocco blù, grembiule nero, cartella di cartone, scarpe autarchiche, boccettina dell’inchiostro in mano: che disastro! Libri e quaderni di una miseria unica.

La cartella

La cartella era rigorosamente di fibra (nulla a che vedere con gli zainetti variopinti di oggi ) e conteneva poche cose: un quaderno a righi, specifico per la classe, dalla prima alla quinta, uno a quadretti, una penna tradizionale nuova, una matita, una scatolina contenente pennini vecchi e nuovi di ricambio, una pezzolina per pulirsi le mani, una mela e poi, terrore delle mamme, la boccettina dell’inchiostro che dovevamo portare da casa. I più fortunati avevano i pastelli e la gomma “cancellativa”, come la chiamavamo noi, che aveva un lato per la matita e un altro per la penna. I quaderni erano di carta spugnosa su cui l’inchiostro lasciava intorno alle lettere un alone che dilatava le parole e le sfumava.

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Cominciava l’avventura

La distribuzione dei posti avveniva per intervento della maestra: i più bravi e i più piccoli avanti, i più asini dietro. Se qualcuno aveva la “rogna” ( e poteva capitare), veniva sistemato in fondo all’aula in un banchetto da solo o accoppiato con un pidocchioso. Veramente pidocchiosi lo eravamo un po’ tutti. La gente diceva che era l’aria che tirava; noi oggi sappiamo perché allora c’erano tanti parassiti.
La preghiera era la prima cosa: tutti in piedi. Poi, una volta seduti mettevamo le mani sul banco affinché la maestra, munita di bacchetta, ce le passasse in rassegna e si comportasse di conseguenza. I banchi erano vecchi, grigi e scrostati, con la ribaltina inclinata e la scanalatura in alto per la penna o la matita. Al centro un buco per il calamaio in cui delicatamente si intingeva la penna.

banco di scuola


Per anni ho giocato a casa mia, nei pomeriggi d’inverno, a ricreare l’aula con sedie e sgabelli, con la rognosa sistemata da parte (le classi erano solo femminili o maschili) e, poiché la fiction da me interpretata era solitaria, a volte ero la maestra con la bacchetta in mano pronta ad usarla, a volte ero la bambina con la scabbia che piangeva e si difendeva dalle minacce; è incredibile come certi episodi incidano sulla psiche dell’individuo e rimangano sepolti nel subconscio per riaffiorare poi alla prima occasione. Mia madre mi lasciava fare anche se il disordine in cucina era totale. Chissà perché io imitavo la maestra solo e sempre negli atteggiamenti rigidi e mai col sorriso (le facce allora erano sempre arcigne e poco inclini ad usare benevolenza) eppure di lei conservo un bel ricordo. Sicuramente i maestri avevano anche loro un lato umano, ma con noi non lo mostravano mai, forse perché erano tempi di educazione rigida e a loro si richiedeva un simile atteggiamento. Quando un’alunna veniva colta impreparata, le si faceva indossare un cartello con su scritto: “io sono un’asina” e la si accompagnava in giro nelle aule dei maschi, esponendola al ludibrio degli altri ragazzi. La bacchetta funzionava regolarmente a seconda della mancanza commessa: 10 bacchettate o 8 o 5, di taglio sulle nocche o spalmate sulla manina aperta che diventava rosso-fuoco, mentre grossi lacrimoni silenziosi scorrevano lungo le gote. Le mamme gioivano e dicevano sempre: “signora maestra, menaij, menaij, ca  chessa  è scusc’tumeata e nu n’ c’apputaim”.  Eppure allora non c’erano bambini con gli apparecchi ai denti e non ce n’erano con gli occhiali. Ci sarebbero stati eccome!

I libri di testo

Il libro di lettura, in bianco e nero, conteneva brani e racconti inneggianti al lavoro nelle officine o fornaci, e nei campi, dove il contadino cantava felice sotto i raggi cocenti del sole, spingendo l’aratro trainato dai buoi. La donna, madre giuliva e appagata, assisteva i suoi cari, amava marito e figli con devozione e ringraziava il Signore per la famiglia numerosa che le aveva dato. Tutti erano contenti, in attesa del parco desinare e del riposo ampiamente meritato. I bambini erano un modello di bontà e di educazione, quasi una copia sbiadita degli eroi di Cuore. La società rappresentata era conforme alla propaganda di regime, i sentimenti erano sempre nobili, il bianco e il nero erano colori rigorosamente separati e antitetici. Il sussidiario, sempre bianco e nero, arrivava in terza e mostrava sul frontespizio della prima pagina tre immagini che a noi sarebbero dovute essere molto care: le facce nobili del re Vittorio Emanuele terzo da un lato, della regina Elena dall’altro e, un po’ più in basso al centro, l’immagine di Lui, il Duce che ti fissava con occhi magnetici ma con benevolenza, mentre aprivi il libro. La didascalia recitava più o meno così (non ricordo esattamente): “Noi ti amiamo e vegliamo su di te. A noi sta a cuore il tuo avvenire”. Leggendo queste parole e indugiando su di esse, tu eri felice e ti sentivi rassicurato; provavi grande gioia, perché credevi fermamente in Dio, nel re, nel duce e nella nazione.

 buone maniere

Il Sabato Fascista

Il sabato tutti all’adunata fascista, con la divisa: gonna nera, camicetta bianca e una grossa “M” argentata sull’incrocio delle bretelle davanti, proprio sul petto (Mussolini doveva essere nei nostri cuori). In fila, segnando il passo, percorrevamo le vie del paese, accompagnate dalle maestre in sahariana e fez. In piazza Vittoria eseguivamo esercizi ginnici con coreografie fantasiose, usando spesso i cerchi e ammirando soprattutto i “giovani avanguardisti” che si esibivano in acrobazie spettacolari. Infine tutti sotto un balcone nella stessa piazza (c’è sempre un balcone da cui arringare le masse plaudenti), dove il forsennato di turno si sbracciava a parlare di duce, di patria, di sacrificio estremo fino alla morte. Le parole infuocate scivolavano su di noi come l’acqua sulla pietra, forse senza lasciare traccia, non so, ma col tempo ho imparato anche che “gutta cavat lapidem”, qualche semino avrà sicuramente attecchito e avrà generato i suoi germogli.

sabato fascista


Avevo otto anni quando queste sceneggiate (1943) sono terminate e mi sono fermata solo al rango di “figlia della lupa”. Allora ignoravo che questo era il volto benevolo e folcloristico del fascismo: altrove c’erano le spedizioni punitive, l’olio di ricino, il manganello, il pugnale, gli omicidi. Mio padre era stato vittima, anni prima, di un vile attentato: era stato pugnalato, incarcerato, poi rilasciato per una polmonite causata proprio dalla ferita che avrebbe avuto ripercussioni negative per tutta la sua vita. Noi ci siamo formati così; siamo stati una generazione sacrificata dalle ristrettezze, dalla retorica e dalla guerra che poi è arrivata implacabile a distruggere le nostre illusioni.

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[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere. Amava la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

About Maria Delli Quadri

Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere. Amava la musica, la lettura e l'espressione scritta dei suoi sentimenti.

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