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Scope in saggina. Da ru miliacce (saggina) alla granàre (Scopa)

di Ivan Serafini [1]

scopa in saggina
scopa in saggina

Nella stagione invernale e quando il lavoro dei campi non era possibile, i nostri saggi predecessori si dedicavano a molti altri indispensabili lavori. Ogni famiglia era quasi autosufficiente e si ricorreva agli artigiani solo se indispensabile.

Sino al primo dopoguerra, nella stagione invernale, tutti si adoperavano con ingegno e laboriosità alla manutenzione della casa, alla cura degli animali domestici, alla macellazione del maiale, alla preparazione di insaccati,  alla filatura e tessitura della lana, del lino e della canapa.

Quando non esistevano negozi e centri commerciali, la Natura offriva (ed offre!) la materia prima per costruire ogni genere di suppellettile.  In particolare, i nostri nonni avevano una conoscenza profonda delle specie vegetali e dei loro migliori utilizzi. Grandissima era anche l’abilità manuale con cui realizzavano, con il semplice intreccio di rami, vere e proprie opere d’arte, pratiche e durevoli nel tempo.

La stagione fredda era anche il periodo in cui si riparavano gli attrezzi agricoli e si costruivano gli oggetti domestici. In riferimento a questi ultimi, in particolare, molto comune era la realizzazione di cesti, ramazze e scope di saggina.

La scopa da esterno, la ramazza, in Abruzzo meridionale si realizza prevalentemente con rami di sanguinello (Cornus sanguinea), con varie specie di ginestra (Spartium junceum, Cytisus scoparius) o con altri arbusti molto resistenti. In provincia di Teramo e nell’aquilano, le ramazze venivano realizzate soprattuto con l’erica (Erica arborea, Erica scoparia), arbusto assai durevole, presente sui Monti della Laga.

Il manico veniva realizzato con legno resistente e leggero, specialmente con il salice (Salix sp).

Scope (la granàre), scopini (lu pennàcchie) e spazzole si fabbricavano con una varietà di sorgo, coltivata esclusivamente a questo scopo: la saggina (Sorghum vulgare var. technicum). Il sorgo è una pianta erbacea annua appartenente alla famiglia delle Graminacee. Esistono anche altre varietà di sorgo, coltivate per l’alimentazione (soprattutto in Africa) e come foraggio per il bestiame.

In Abruzzo meridionale e in Molise la saggina è chiamata mìjie o miliacce (migliaccio), per antica confusione con il miglio, specie coltivata a scopi alimentari sin dalla Preistoria.

Lo scopino di saggina, disponibile oggi anche in commercio come prodotto semi-artigianale, è utilizzato in particolare per spazzolare la cenere del caminetto. Si realizza unendo un mazzetto di resistenti ramoscelli di saggina, raccolti in estate, essiccati a testa in giù e legati strettamente con i vimini (i giovani getti di Salice da vimini) o con fusti di giunco (Juncus spp). Il giunco, pianta spontanea presso stagni e corsi d’acqua, è un’ altra specie estremamente utilizzata, sino ad un recente passato, soprattutto per la realizzazione delle fruscelle(o fuscelle, nel Lazio meridionale), caratteristici canestrini abruzzesi utilizzati come contenitori per il formaggio e la ricotta.

La scopa tradizionale,  si realizzava con lo stesso sistema dello scopino, assemblando con grande abilità 3 o 4 mazzetti di saggina, a seconda della grandezza desiderata. La scopa in saggina viene associata alle streghe, la cui tipica immagine è a cavallo di una scopa volante. Secondo una leggenda, se una scopa in saggina è posizionata di traverso all’uscita di un ambiente,  la strega dovrà contare ogni singolo filo di saggina della scopa prima di poter abbandonare l’abitazione.

Molto tempo e buona tecnica richiedeva la fabbricazione di sedie, cesti, canestri e basti per animali da soma. A questi argomenti dedicheremo apposito articolo.

Anche se la tradizione dell’intreccio, per fortuna, non è ancora del tutto perduta, al giorno d’oggi solo pochi maestri conservano la tradizione di costruire questi oggetti. Sarebbe davvero auspicabile riscoprire l’importanza della manualità e imparare la tecnica per realizzare questi oggetti. Magari attraverso un corso e percorsi didattici nelle scuole, a beneficio delle future generazioni.

Articolo e foto: di Ivan Serafini. Ringrazio Nicoletta Radatta per i preziosi suggerimenti

Approfondimenti     Come costruire scope artigianali in saggina
Dal sito   http://www.gondrano.it/fare/lab/scope/melga.htm

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Costruzione della scopa di saggina
(scua de mèlga)

Tipica lavorazione del periodo invernale, che richiede, oltre ad una buona abilità tecnica, una notevole forza. Ho appreso questa tecnica da mio padre (Gaetano Comi 1921-1997); coltivava la Melga e realizzava con questa le scope per uso proprio.
Le scope di Melga rientravano tra i prodotti che quasi tutti i contadini erano in grado di produrre. Aspettavano l’inverno, quando il tempo freddo e nevoso non permetteva loro altro tipo di lavoro, e andavano nelle stalle a costruire queste scope.
La melga si semina in primavera in file di 50 cm. La raccolta e la pulitura dalle foglie vengono effettuate in autunno per poi fare dei mazzi da appendere ad essiccare fino all’inverno.

I fusti della Melga vengono ripuliti dai semi e dalle foglie, si passa poi alla legatura di un mazzetto avente un diametro di circa 5 cm con salice o corda.

Lungo i fiumi o semplicemente nei luoghi umidi troviamo un prodotto naturale: il salice. Usare, in questo caso, i rami dell’anno (germogli che non hanno ancora consistenza legnosa) e con diametro atto alla loro lavorazione. Tagliati dalla pianta, sono subito utilizzabili. In questo modo il salice non perde la sua particolare caratteristica: la flessibilità.

E’ utilizzabile proprio come una corda: fermare una estremità, arrotolare con più giri il resto del rametto attorno al mazzetto di melga e infilare la cima avanzante all’interno della legatura stessa.

Occorrono tre di questi mazzetti per fare una scopa. Si uniscono questi 3 mazzetti e si legano fra di loro nella parte superiore con la corda per favorire una prima strozzatura e poi si procede con il salice per la legatura finale. Si elimina la parte di fusto eccedente e la scopa è così fatta; basta inserire un manico di castagno opportunamente stagionato e scorticato.

Tiziana Comi  – Merate (LC) –

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[1] Ivan Serafini, Presidente del Centro Studi della Montagna Vastese e della Valle de Trigno, un’associazione senza fine di lucro finalizzata alla valorizzazione della cultura, della storia, dell’arte e dell’ambiente naturale del vastese (Medio e Alto Vastese), della Valle del Trigno e dell’AltoSannio.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

5 commenti

  1. Buonasera, sono alla ricerca di semi di saggina rossa. Per caso lei potrebbe vendermene un piccolo quantitativo?
    In attesa di una sua risposta, le porgo Cordiali Saluti.

  2. Questi lavori artigianali e assai diffusi ai tempi della mia adolescenza oggi sono meno praticati, ma non scomparsi. Per fortuna c’è ancora qualche nonno che tramanda il modo di produrre scope e scopini vari che in casa si rivelano utili e indispensabili, adatti ai più svariati usi.
    Certo la plastica fa grande concorrenza alla saggina o alla melga.
    Ma “la mazze de‘na bella granare”per molti di noi- persone dell’età del ferro?! -quando si prendeva sul groppone resta come ricordo duro appunto quanto il ferro!

  3. HO RILETTO E RI-COMMENTATO QUESTO GRADITO ARTICOLO…
    Oggetti utilissimi e adatti specialmente per abitazioni, con giardino e cortile. L’uso è frequente, anzi quitidiano e se ne deve avere più di una, SCOPA O RAMAZZA, nei vari angoli…
    Non so, ma oggi gli operatori ecologici usano ancora questi arnesi !? Forse no, con la raccolta differenziata , che si va estendendo fortunatamente in ogni dove….
    Ma come non ricordare TOTO’ E I BEI VERSI della LIVELLA, su “O SCUPATORE”?

    …..”Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
    nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
    abbandunata, senza manco un fiore;
    pe’ segno, sulamente ‘na crucella.

    E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
    “Esposito Gennaro – netturbino”:
    guardannola, che ppena me faceva
    stu muorto senza manco nu lumino!

    Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
    chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
    Stu povero maronna s’aspettava
    ca pur all’atu munno era pezzente?

    E Più AVANTI….
    “Lurido porco!…Come ti permetti
    paragonarti a me ch’ebbi natali
    illustri, nobilissimi e perfetti,
    da fare invidia a Principi Reali?”.

    “Tu qua’ Natale… Pasca e Ppifania!!!
    T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella
    che staje malato ancora è fantasia?…
    ‘A morte ‘o ssaje ched”è?…è ‘na livella.

  4. Ulteriore breve commento a questo lungo ed esauriente, utile e sempre attuale articolo, solo per dire quanto uso-da donna e nonna molisana-oggi io faccio di queste scope/ granare per il cortile della mia casa .
    Esse sono flessibili anche “vecchie”, io sempre più da vecchia divento in-flessibile e rigida!
    EPPURE SIAMO PRODOTTI NATURALI ENTRAMBI!

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