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Santo Spirito al Morrone

Magnificenza e sacralità del monastero celestino nel 700.mo anno della canonizzazione di fra’ Pietro – futuro papa Celestino V  –

di Alfredo Fiorani

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Edward Lear – da “Viaggio attraverso l’Abruzzo pittoresco” – Badia Morronese di Santo Spirito

Non è così imprudente sostenere che l’Abbazia di Santo Spirito al Morrone o Badia Morronese è uno degli edifici più rappresentativi dell’Italia centrale. L’Abbazia sorge presso l’anonima località Badia a pochi chilometri da Sulmona (Aq).

Dall’alto medioevo ad epoca recente il monastero ha rappresentato un centro nevralgico di attività umane e spirituali tanto contenutisticamente significative da varcare  non solo i confini degli “Abruzzi”, ma persino quelli nazionali in funzione del percorso di evangelizzazione della parola cristiana nella vecchia Europa. Ci riferiamo all’Ordine dei Celestini che proprio dalle pendici aspre dei monti Morrone e Maiella, attraverso gli insediamenti monastici, ha irradiato il verbo di Cristo, contribuendo all’unità religiosa europea.

In una nota a margine del suo monumentale e straordinario studio, intitolato Le fondazioni celestine dalle origini alle soppressioni, la professoressa Rita Quaranta ci informa che nel corso del processo di canonizzazione (quest’anno ricorre il 700.mo anniversario, 1313-2013) il teste Gentile da Rainaldo da Sulmona affermò di aver condotto Pietro di Angeleriofuturo papa Celestino V  –  all’età di ventiquattro anni sui luoghi del monaco Flaviano da Fossanova. Tenendo per buona la data di nascita di Pietro nel 1209, la prima ascesa sul monte Morrone risalirebbe dunque al 1233. Vi fece poi ritorno, affascinato dal silenzio, dall’essenzialità della roccia e dalla sacralità del sito, nel 1241 dimorandovi fino al 1246.

Pietro aveva 32 anni. Là, sull’eremo di Sant’Onofrio, vivrà nella preghiera e nella meditazione in un ascetico esercizio di innalzamento di sé, con rinunce e mortificazioni della carne, al fine di raggiungere una superiore spiritualità. Ma anche, in qualche modo anticipando Giovanni Calvino, per preparare e favorire un’azione concreta nel mondo che porti a regole e controllo razionale di ciò che ci circonda.

Dall’assunzione dell’abito benedettino in Santa Maria di Faifoli (Cb) erano trascorsi ventidue anni di sacerdozio. Attraverso tale percorso aveva via via fortemente maturato la virtù del silenzio, della contemplazione, della solitudine. Indispensabili tragitti verso Dio che, in seguito, rappresenteranno i pilastri su cui poggerà la regola del nuovo ordine celestino, benché derivante da quello benedettino, con particolare accentuazione della pratica dell’ascetismo. Inoltre, povertà, castità perpetua, distacco mondano, umiltà, disprezzo verso se stessi, lavoro, penitenza saranno gli elementi ispirativi, fecondi e fondativi del nuovo modus vitae dei monaci.

         Nel 1263 papa Urbano IV autorizzò la fondazione, inglobando l’Istituto di Santo Spirito a Majella nell’Ordine benedettino, riconfermata poi da Gregorio X, dell’ordine degli Eremiti di San Damiano o Frati dello Spirito Santo o Majellesi. Sarà soltanto con l’ascesa al soglio pontificio di fra’ Pietro col nome di Celestino V che i monaci assunsero il nome di Celestini.

La Badia Morronese nel 1293, dopo la sede di Santo Spirito a Majella, si costituì Casa madre dell’Ordine dei Celestini, ovvero caput congregationis.

A seguito del pontificato, il 31 luglio 1294, l’Abbazia Morronese ricevette la protezione del re Carlo II d’Angiò. La congregazione dei celestini crebbe e si diffuse a tal punto da annoverare nel XV secolo ben 90 monasteri sparsi tra l’Italia e l’Europa.

         Il monastero di Santo Spirito al Morrone venne edificato da Pietro tra il 1270 e il 1280 sulla piana Peligna, luogo strategico per la rete viaria dell’epoca. Nel 1299 si pose mano ad un intervento di completamento e ristrutturazione anche per volere del re Carlo II il quale concesse al monastero rilevanti donazioni ed aiuti finanziari. Né mancarono i lasciti dei fedeli che permisero all’archimonastero progressivi rifacimenti e restauri anche per quelli occorsi a seguito al disastroso terremoto del 3 novembre 1706 (Mg. 6.6). L’intero patrimonio artistico/monumentale della Valle Peligna patì le conseguenze peggiori.

Il monastero, a pianta rettangolare, misura 119×140 m. raggiungendo una superficie totale complessiva di circa 17.000 mq. Una ciclopica muraglia ingloba una serie di edifici articolati da formare cinque cortili. La struttura generale del progetto fu opera del capo mastro del cantiere Caterino Rainaldi da Pescocostanzo. Alla chiesa in stile borromiano si affianca un campanile di quasi 30 m. di altezza, dovuto probabilmente a Matteo Colli, giacché la torre campanaria richiama quella della SS. Annunziata di Sulmona e fatta realizzare nel 1596 dall’abate Generale Donato di Taranto. La chiesa si oppone al portale attraverso cui si accede al cortile centrale detto dei “Platani”.

         La sontuosità dell’Abbazia si compone di vasti ambienti adibiti a sala capitolare, oratorio, refettorio, biblioteca e numerosi altri destinati a sale di lavoro.

Cuore spirituale dell’Abbazia è la cripta medioevale posta al di sotto della porzione presbiterale della chiesa. Il magnetismo dell’insieme è arricchito da un dipinto del XIV (autore anonimo) raffigurante Celestino che sorregge con la mano sinistra la palma del martirio, mentre la destra un libro (la regola dell’ordine?) al cospetto di numerosi confratelli innanzi a lui genuflessi.

Altro luogo che desta stupore per la vastità è il Refettorio a cui si accede per mezzo di uno splendido scalone composto da due gradinate simmetriche in pietra della Maiella. Una sala di 34 m. di lunghezza per 8 m. di larghezza sul cui sfondo si staglia un ampio dipinto riproducente “L’ultima cena” opera del frate Joseph Martinez. Il dipinto dirige l’occhio della mente del visitatore all’essenza più profonda e al punto nevralgico dell’intera storia del cristianesimo.

         Non c’è nulla nell’Abbazia che non sia motivo di riflessione. Cultura e storia, laicità e religiosità, magnificenza e umiltà trovano nel luogo la loro sintesi definitiva dai monaci celestini tramandata nel segno del lavoro, della preghiera, della penitenza, della meditazione.

I monaci hanno soggiornato nel complesso abbaziale fino all’emanazione della legge napoleonica con decreto del 13 febbraio 1807, ovvero fino a quando Giuseppe Bonaparte ordinò la soppressione degli ordini religiosi e la confisca alle Congregazioni dei beni. Nel tempo, l’Abbazia ha cambiato diverse finalità d’uso: destinata al Collegio reale delle Province d’Abruzzo, poi ad ospizio di mendicità “Ospizio dei tre Abruzzi”, quindi a quartiere militare con annesso ospedale. Nel 1868 venne tramutata in casa di reclusione penitenziaria fino al 1993. Il 12 marzo 1998 fu consegnata al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dando così finalmente avvio ai lavori di restauro protrattisi sino alla fine degli anni novanta.

         Il monastero di Santo Spirito al Morrone resta dunque quale pietra miliare a dimostrazione della perfezione del credo cristiano che si raccoglie e si concentra intorno alle virtù dell’obbedienza, della carità, della pazienza, dell’umiltà e della povertà. La vita e l’opera di Celestino stanno lì a darne senso e conferma. Neppure quando indossò la tiara papale l’eremita del Morrone venne meno alla parola di Cristo. Limpidissimo esempio di fede da cui gli uomini che pur nei secoli si sono allontanati, ma che mai hanno potuto ignorare se ancor oggi papa Bergoglio richiama, invocandolo, il ritorno ai valori di fra’ Celestino e di suo fratello, Francesco.

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Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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