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San Martino – 11 novembre

di Domenico Meo[1] – tratto da Le Feste di Agnone – Palladino Editore, Campobasso 2001

 

San Martino è conosciuto come il Santo dell’Abbondanza. In una zona ancora oggi denominata San Martino, a pochi chilometri a sud di Agnone, lungo la strada che conduce a Castelverrino, sorgeva anticamente la chiesa rurale omonima.

Nei campi, al seminatore si dice: San Martino; San Martino si dice alle donne, allorché sono occupate a fare il pane, il sapone, a mettere il lievito, ad impastare i maccheroni; San Martino si dice quando si pigia l’uva, si cuoce il mosto, si tramuta il vino, s’insacca la carne del maiale.

Un tempo la festa si concludeva con forti ubriacature, tenendo fede all’usanza di assaggiare il vino nuovo, dal famoso proverbio:

A Sande Martojne
le mušte arvènda vojne.[2]

Nel giorno di San Martino si parla generalmente di corna. Perché San Martino è diventato il patrono dei cornuti?

«Un proverbio romagnolo rammenta: Per San Martino volta e gira, tutti i becchi vanno alla fiera. Si sostiene popolarmente che, siccome una volta si svolgeva in questo giorno la fiera più importante di mucche, buoi, tori e capre, la fantasia popolare avrebbe collegato assurdamente gli animali cornuti di San Martino ai mariti traditi, promovendo il celebre vescovo di Tours a ironico patrono dei becchi.

Ma il vero motivo è un altro. Con questa festa si concludeva anticamente il periodo del Capodanno contadino, le dodici notti di sfrenatezza carnascialesca prima dell’imminente Avvento, detto anche “Quaresima minore”, che durava fino a Natale. Fra i tanti comportamenti scherzosi vi era la caccia dei cornuti. Secondo la mentalità maschilista dell’epoca, i mariti traditi si erano macchiati di una colpa grave, poiché l’adulterio della moglie era considerato un segno di debolezza per l’uomo, d’incapacità a controllare la consorte. Sicché, in quel periodo carnascialesco, si celebrava una simbolica “caccia al cornuto” durante la quale dei giovani del villaggio mascherati e chiassosi, che impersonavano i morti, giravano per le vie con un paio di corna di cervo o di vacca incoronando a caso i malcapitati passanti: in questo modo la beffa si stemperava in un gioco collettivo, evitando di additare chiaramente le vere vittime, che avrebbero potuto reagire molto pesantemente. Si trattava evidentemente di un rito apotropaico per scongiurare future corna. Quanto al simbolo, sarebbe dovuto al fatto che durante la caccia rituale il marito “colpevole” era identificato con il cervo, preda per eccellenza dei cacciatori: il cervo dalle grandi corna».[3]

La festa di San Martino era come il martedì grasso, per cui si faceva una grande festa con pranzi e ricche libagioni.

Ad Agnone ancora oggi il pranzo rituale di San Martino, a base di cavatièlle e carne de puorche[4], è uguale a quello dell’ultimo giorno di Carnevale. Che questa ricorrenza sia un “Capodanno” è testimoniato anche dall’usanza, in alcuni paesi, di preparare la pizza con i soldi, simbolo di fecondità e di ricchezza.


[1] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.
[2]A San Martino / il mosto diventa vino.
[3]A. Cattabiani, Lunario, Mondadori, Milano 1994,  p. 341.
[4] Gnocchi e carne di maiale

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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