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Ru purton’ – Il Portone

Racconto di Esther Delli Quadri

Ricordo che i miei bambini trascorrevano molto  tempo  nelle loro camerette , stipate di giochi e giocattoli.  Soprattutto ci stavano volentieri se avevano amichetti in visita. Allora  li si vedeva in cucina solo per la merenda e poi ….. via in cameretta , un loro mondo privato al quale noi  genitori eravamo ammessi con riluttanza.

Durante la mia infanzia invece non c’era l’abitudine per i bambini di trascorrere il tempo libero nelle  camerette , vuoi perché esse erano costituite da poco e indispensabile mobilio, vuoi perché della camera da letto si aveva ancora una concezione di luogo dove trascorrere le sole  ore della notte e al massimo fare i compiti.

Noi peró avevamo degli spazi a disposizione che i nostri figli per lo piú, con delle eccezioni ovviamente, non hanno avuto.

Prima di tutto avevamo la possibilitá di giocare in strada perché i possessori di auto non erano ancora cosí tanti e quindi il traffico era contenuto.

Inoltre , e mi riferisco qui alla mia esperienza di bambina cresciuta in un paese, abitando  molte famiglie in case singole perché non era ancora arrivata l’epoca della corsa ad abitare in appartamenti nei condomini, i bambini avevano la possibilitá di stare, quando non era la stagione fredda, “abball ‘a ru purton’“.

Ru purton’ ” é nelle mie zone  l’ ampio  ingresso a piano terra.  Era quella la nostra stanza dei giochi!

Del portone di casa nostra  io ho un ricordo preciso.

Era molto ampio , questo nella mia infanzia, prima che le ristrutturazioni successive della casa lo rimpicciolissero. Aveva da un estremo la porta  d’ingresso sulla strada e, sulla parete opposta due porte ,una che conduceva a “ru fun’ch” e l’altra che portava giü in cantina, luogo assolutamente proibito a noi bambini. Sulla stessa parete, ma all’angolo,  c’era poi l’arco di accesso all’ampia scalinata che portava al piano superiore, la casa vera e propria. Era pavimentato con una pavimentazione molto tipica delle nostre zone : “l’ chiench'”.

Accanto alla porta d’ingresso c’era una grande cassapanca alta e profonda dove venivano conservate quelle provviste alimentari che non erano di uso quotidiano come per esempio un enorme vaso di terracotta ripieno di olio e chiuso da un coperchio di cui ancora ricordo il colore , blu con varie ammaccature, un vaso simile ma di dimensioni piú piccole che conteneva pezzi di salsiccia nella sugna, altri vasi che contenevano in modo distinto uno la salsiccia di carne, uno quella di fegato, uno quella “pazza” e uno i prelibati “supr’sciat’“. Un altro vaso ancora  conteneva la “líva ch’ruota” immersa in acqua salata . Le varie bottiglie “d’ pummadora, chell” d’ such’ e chell” d’ p’ zzett‘ ” erano invece conservate in cantina. Questa cassapanca aveva un lucchetto o una grossa chiave per aprirla , particolare questo che non ricordo esattamente forse perché  per lo piú non veniva chiusa.

Su ognuno dei  lati lunghi del portone c’era poi una cassapanca molto meno alta, “la Cascia ”,  che conteneva tutti quegli oggetti non più utili che stavano lí in attesa dell’atto di coraggio che portasse alla decisione di disfarsene. Per me quindi, erano una “riserva di caccia” nella quale spesso andavo a curiosare tirando fuori cuffie e abitini del tempo in cui io e mio fratello eravamo infanti, copertine fatte ai ferri risalenti alla stessa epoca,  oggetti che mia madre aveva usato in gioventú, prima di sposarsi , ma che ora non erano piú utilizzabili, libri di favola letti e riletti sostituiti in casa da libri più nuovi, abitini di organza che trovavamo nei pacchi che ancora arrivavano dall’America dove mia madre aveva una zia e che io avevo indossato nella primissima infanzia ma che  erano diventati del tutto fuori moda , e tante altre cose, per me altrettanti tesori. Sia il cassone che le casse ricordo che avevano delle “cuvr’tur” di un tessuto panna con disegnati dei grandi fiori con petali di un rosso vivo  e foglie di un verde intenso.

Nel portone é rimasta poi per molti anni la carrozzina che era stata quella mia e di mio fratello appena nati ed é poi passata ad altri cuginetti ma che io ho fatto in tempo ad usare per portare  a spasso ( all interno del portone)  e ninnare la mia bambola prima che una munifica befana in un anno di grazia mi facesse trovare una fiammmante carrozzina giocattolo di colore giallo con dentro un bambolotto con la maglietta a righe bianche e blu e i pantaloncini corti blu.

C’era poi in un angolo il mio cerchio da hula hoop e un cestino con dentro una corda con i manici per saltare , una cerbottana di mio fratello e un paio di sue vecchie pistole giocattolo. Tutti giochi che non potevano stare in casa perché non erano adatti. Piú avanti, intorno agli undici anni, il portone divenne anche la rimessa per la bicicletta che ricevetti in regalo una estate, ma a quell’epoca gli altri giochi ” da bambini” erano scomparsi. Il nostro portone era talmente grande che io ricordo riuscivo a praticarci  l’ hula hoop e anche a saltarci con la corda.

Vi invitavo le bambine del “vicinato”, non tanto vicine per la veritá perché nelle immediatezze della mia  casa non c’erano bambine tranne una che veniva spesso a trovare sua nonna e con la quale avevo perció occasione di giocare. Altre bambine abitavano un po piú distanti e a volte venivano da me previo appuntamento preso il giorno prima.

Giocavamo a “mamma e figlia” cambiando e nutrendo i nostri bambolotti sulle ” cascie ” che usavamo pure per sederci oppure, sdraiandoci, come letti. Fungevano anche da ” piano cottura” per la preparazione di cibi immaginari per le nostre bambole .

I nostri portoni erano cosí ” le case” nelle quali ricevevamo altre bambine  che giocavano in altri portoni. Non era raro che una di quelle testoline si affacciasse alla mia porta per chiedere “signora, possiamo venire a fare la visita?”

E  poco dopo arrivavano due o tre bambine con le rispettive “figlie” nelle loro carrozzine e noi offrivamo loro in minuscole tazze giocattolo ” il caffé” , che altro non era se non  qualche grano di liquirizia sciolto in acqua. E chiacchieravamo, imitando le nostre mamme, lamentandoci per i capricci dei nostri bimbi.

Quello che mancava alle nostre ” famiglie” erano i mariti, i papá. Infatti cosí come noi non volevamo giocare , con i maschi nostri coetanei e amici,    con i soldatini , loro non volevano giocare con noi a fare i” mariti” e i ” papá”. Perció noi ne parlavamo dicendo che erano molto impegnati col loro lavoro. Ogni tanto, uno di questi “mariti” che intanto giocava fuori con altri “mariti” a fare la guerra   impersonando cow boys  indiani , rangers ecc… ecc faceva irruzione nel nostro portone “armato” fino ai denti in cerca di un nascondiglio per sfuggire ai “nemici” destando tutte le nostre ire e riusciva a strapparci la promessa di non rivelare il suo nascondiglio solo giurandoci che il giorno dopo avrebbe giocato con noi a fare il “marito” !

É ancora vivido il ricordo della volta in cui il nostro amico A. cercó di convincere me ed altre bambine a prestargli una delle nostre carrozzine da lanciare giú dalla discesa che costeggia le scale accanto alla chiesa in cima alla strada come carro rubato ai pionieri e incendiato per scagliarlo contro gli indiani e fermare cosí la loro avanzata!!! Le nostre grida si levarono altissime a quella richiesta, anzi pretesa, perché giá le loro mani ghermivano le nostre carrozzine nelle quali riposavano i bambolotti “figli” e il clamore fece accorrere qualche mamma che mise fine al litigio intimando ai maschi di non toccare le carrozzine perché se le rompevano erano guai per loro.

E cosí i guerrieri dovettero rinunciare ma non prima di averci lanciato la loro ultima minaccia che non avrebbero mai piú giocato con noi a fare i papá. Minaccia alla quale noi bambine facemmo spallucce dimostrando tutta la nostra noncuranza, dovuta anche al fatto che sapevamo bene di non poter far conto comunque su di loro per quel ruolo .

.

I nostri giochi volgevano al termine al richiamo di una delle nostre mamme che annunciava l’avvicinarsi di “mezzogiorno” . Allora ci salutavamo dandoci appuntamento per il giorno successivo, tra mille convenevoli e saluti ai ” mariti” .

I nostri “portoni”, le nostre case immaginarie, si svuotavano e tornavano alla loro silenziosa penombra.


Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

Un commento

  1. Racconto limpido e preciso, condotto con estrema coerenza ed anche con simpatia… direi da “brava insegnante ” che passo dopo passo conduce il lettore- e quanti come me ormai anziani -a ricordare i vecchi portoni delle case signorili di un tempo, muniti di quelle belle “casse” di legno intagliate!!!
    Già perchè lu “purteone” era veramente un luogo di “ricevimento di visita” per bambine più ricche e fortunate…Io e la maggior parte delle mie compagne avevamo l’ingresso diretto in “casa” e quasi sempre direttamente in cucina!

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