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Ricordi dell’ex ragazzo Emidio Patriarca – Agnone: gli scarti, il pentito … il sangue.

Racconto di vita vissuta di Emidio Patriarca

So a cosa stai pensando … ma che c.. zo di partita fu, uno contro undici …

Fu una partita vera, dura, dove si scontrarono due diversi modi di guardare allo sport, il nostro che voleva includere, aggregare fare partecipare e quello dei nostri avversari che cercavano di dividere, escludere, primeggiare, ecc.

 Non ricordo gli avversari perché non fecero niente di significatico perché io, dopo tanto tempo, mi possa ricordare di loro. La partita segnò una svolta talmente importante che anche Arrigo Sacchi…

Forse è meglio raccontare quello che accadde dall’inizio.  

Era la fine della primavera dell’anno della mia maturità, si avvicinava il giorno d’inizio del torneo interno di calcio e anche quello degli esami. I contatti tra noi giovani, per la formazione delle squadre, si susseguivano a ritmi frenetici, purtroppo per alcuni di noi con scarsi risultati. La consuetudine voleva che i giocatori della squadra ufficiale del paese si dividessero, di solito con motivazioni molte volte campanilistiche, personali e intorno a loro si aggregavano gruppi di ragazzi, giovani, o meno giovani per creare la squadra di quartiere, parrocchia, ecc. Quell’anno non fu cosi. Le difficoltà per entrare e farsi accettare nei gruppi in formazione si rilevarono insormontabili e i motivi oscuri e incomprensibili e alcuni di noi non capivano costa stesse accadendo. Sapevamo che molti posti erano riservati a chi si metteva sempre in prima fila, ai fratelli di …, ai fidanzati di …, agli amici di …, ecc. 

Poi, qualcuno ci informò che il Mister aveva imposto a tutti i giocatori  di partecipare al torneo interno  con la formazione ufficiale. Scopo vincere il torneo. Fino allora la squadra ufficiale non aveva vinto mai niente.

Con alcuni amici, Guido, Italo, Tonino, ecc. avemmo l’idea di formare una nostra squadra. Prendemmo contatto con tutti quelli che si sentivano esclusi, messi da parte e riuscimmo con una grande opera di convincimento a formare un gruppo. Iniziammo gli allenamenti e a stare il più possibile insieme per creare uno spirito di gruppo necessario perché molti di noi, pur dello stesso paese ma di parrocchie diverse, si conoscevano poco e principalmente per far capire bene cosa intendevamo realizzare.  Tutti insieme decidemmo di autotassarci per comprare bibite per il dopo partita e la benzina per andare a prendere e riportare Italo a Pescopennataro; affidammo la responsabilità di presidente-allenatore al Sig. Felice Di Rienzo. Scegliemmo il Sig. Felice, persona con del tempo a disposizione, con buoni rapporti con tutti, anche perché quando incontrava me Guido e Italo rispondeva al nostro saluto con la frase: “ ru brasoil ” (“ Il Brasile”).**

Alcuni giorni prima dell’inizio del torneo gli organizzatori ci comunicarono il calendario degli incontri. Con nostra grande sorpresa apprendemmo che avremmo dovuto incontrare nella giornata di apertura la Polisportiva Agnone. Dopo lunghe discussioni ci convincemmo che il calendario era stato pilotato per sacrificare, a loro giudizio, subito i più deboli sull’altare e per la gloria dei più forti. Convinti di ciò decidemmo che, se durante l’incontro avessimo notato o subito dei torti, avremmo assunto un atteggiamento tale di non gioco da rendere palese a tutti le angherie subite. 

Una domenica pomeriggio, di fine giugno inizio luglio, afosa calda senza un alito di vento, scendemmo in campo per la partita di apertura del torneo. Le nostre divise, tutte diverse, contrastavano con quelle dei nostri avversari tirate a lucido e ci fecero apparire come un’armata “ brancaleone ”. Anzi come direbbe Papa Francesco, gli “scarti” della comunità.

Assolte le formalità di rito, l’arbitro fischiò l’inizio della partita. La direzione della gara era stata affidata al dott. Lino Lastoria, persona serissima fuori dalle beghe di paese … un signore perbene e molto equilibrato. 

Dopo pochi minuti dal fischio capimmo subito che per noi la partita sarebbe stata una sofferenza. I nostri avversari incominciarono un assalto selvaggio alla nostra porta con l’intenzione di scardinarla in pochi minuti e sommergerci sotto una valanga di reti. Noi cercavamo di applicare nel migliore dei modi gli schemi studiati; Tonino e Valente erano sull’uomo e svolgevano il loro compitino con diligenza, Franco, come libero, manteneva la sua calma e chiudeva tutti i varchi. Quintino velocissimo si muoveva in orizzontale, raddoppiava le marcature, aiutando i compagni di reparto. Filippo tornava sulla mediana, tratteneva bene il pallone e faceva respirare la difesa. Italo e Guido filtravano molto a centrocampo, Fernando svolgeva un lavoro fotocopia di quello di Filippo, Giovanni quel giorno era insuperabile … il migliore Bonucci … una fotocopia. Io mi ero andato a mettere tra il centromediano e il libero con lo scopo di mantenerli bassi e nel caso fosse arrivato un pallone “ vagante” bruciarli in velocità. Sul tratto breve, 30/40 metri, ero abbastanza veloce. Purtroppo, al primo scatto mi accorsi che più che correre rotolavo.  A causa della vita sedentaria, dovuta allo studio, avevo perso molto di quello che pensavo di poter fare. I nostri avversari continuavano ad assalirci con ferocia ma, purtroppo per loro, giocavano da individualisti portavano troppo palla, non collaboravano tra loro perché ognuno voleva essere il salvatore della patria e il risultato non si sbloccava. Questo fino al trentacinquesimo del primo tempo quando Giovanni con le sue lunghe leve abbatté un avversario in area. L’arbitro fischiò il calcio di rigore. I miei compagni iniziarono a protestare, gridare che non era rigore creando una enorme confusione. Accorsi anch’io per partecipare alle proteste. Giunto nei pressi dell’area vidi Giovanni, seduto sul dischetto con le gambe divaricate, una distesa mentre l’altra era ripiegata, con una mano poggiata sul terreno dietro la schiena che sosteneva il suo corpo e l’altro braccio disteso, con la mano aperta rivolta verso l’arbitro che ripeteva: il sangue … dov’è il sangue!!  Nei giorni no, ancora oggi, mi ripeto la scena e qualche volta mi torna il buon umore. L’arbitro, irremovibile, fece calciare il rigore e il risultato cambiò.

Dopo questo episodio, tenuto conto delle proteste dei miei compagni al momento dell’assegnazione del rigore da parte dell’arbitro, mi convinsi che avevamo subito un’ingiusta punizione e quindi dovevamo applicare quanto deciso prima della partita per queste circostanze. 

Il gioco riprese e dopo qualche minuto venni in possesso del pallone. Forte di quanto avevamo deciso nel caso avessimo subito delle ingiustizie e quel rigore era stato una grossa ingiustizia, mi misi a giocherellare come a voler prendere in giro gli avversari. Come prevedibile persi subito la sfera. 

Guido fece un lungo percorso e nel transitarmi davanti, senza guardarmi, disse: stiamo giocando bene. Capii che erano cambiati gli obiettivi e dovevamo proseguire la partita con lo stesso impegno e serietà. Arretrai la mia posizione, piano piano, dentro il cerchio del centrocampo, badando bene a non far salire i centrali avversari e mantenere la loro squadra divisa in due, e incominciai a fare da sponda a Italo e Guido. Mentre i nostri avversari continuavano nel loro gioco da individualisti con attacco e difesa scollegati, le cose per noi migliorarono leggermente. Si era alleggerita la pressione sulla nostra difesa e raggiungevamo con più facilità l’area avversaria. Purtroppo il nostro attacco era spuntato, privo di un attaccante vero e tutte le nostre azioni finivano nel nulla. Fino al 25/30 minuto del secondo tempo quando conquistammo un calcio d’angolo sul lato destro di Lucio. Mentre mi avvicinavo per battere il calcio d’angolo i tifosi avversari, che erano appollaiati sui terrapieni e gli spuntoni di roccia residui di vecchi sbancamenti, cominciarono a rumoreggiare.  Ben presto il rumoreggiare si trasformò in fischi, urla, consigli non richiesti (vai a zappare), paragoni non appropriati (bidone), e poi qualcuno esagerò. Immediatamente li gratificai con un bellissimo e mai pentito gesto dell’ombrello … che l’arbitro, un vero signore equilibrato, non punì. Posizionai il pallone e mentre arretravo guardai la disposizione dei giocatori. Lucio era all’interno dell’area sul palo lontano, gli altri erano raggruppati nell’area piccola e lasciavano un piccolo spazio libero in prossimità del palo vicino. Decisi che avrei battuto il calcio d’angolo a colpire il palo vicino e sperare nell’eventuale confusione che ne sarebbe scaturita o nella testa di Italo. Calciai e il pallone corse veloce. Dopo qualche istante mi accorsi che un alito di vento divino stava spingendo la sfera direttamente all’interno della porta. Chiusi per un attimo gli occhi e quando li riaprii vidi Lucio, che spostatosi velocemente verso il pallone si allungava come fosse un elastico, il suo braccio destro, con la mano aperta, che roteava e smanacciava il pallone ricacciandolo dall’interno della rete. Il pallone non aveva oltrepassato completamente la linea bianca ma per qualche centimetro. Quante volte nella vita mi sono chiesto cosa può impedire a una persona di entrare nella storia calcistica, o … la risposta è stata sempre la stessa: una mano di troppo. Mentre tornavo verso il centro del campo, avvertii una strana sensazione che mi spinse a girarmi e guardare, sempre continuando a muovermi per riposizionarmi, verso i tifosi che prima mi contestavano. Li ricordo tutti, silenziosi, pallidi … con disegnati sui loro volti i segni della paura. Paura di perdere la partita e le conseguenze che questo avrebbe comportato sul piano degli sfottò, prese in giro, ecc. che sarebbero durati minimo per un anno intero. La partita, purtroppo, non cambiò e nemmeno il risultato. La sera durante la cena i miei genitori mi chiesero se avevo pensato alle conseguenze sui miei esami di Stato qualora mi fossi fatto male durante la partita. Capii che dovevo appendere almeno momentaneamente gli scarpini al chiodo. Purtroppo sono ancora lì pieni di polvere e accartocciati dal tempo e dall’umidità. Non avrei mai pensato che, non ancora diciannovenne, quella sarebbe stata la mia ultima partita. Ripensai a quella partita dopo la finale persa dall’Italia contro il Brasile nel campionato mondiale disputato negli Stati Uniti. Anche Arrigo Sacchi, pur avendo studiato l’incontro, perse la partita per un rigore sbagliato e per avere schierato una squadra senza punte vere. Per me è la stessa cosa perdere una partita per un rigore subito o sbagliato. 

La mattina successiva eravamo raggruppati, come un gregge, davanti al negozio di stoffe dei genitori di Guido. Mentre si discuteva, naturalmente della partita del giorno prima, degli errori, dei complimenti ricevuti, di cosa potevamo fare meglio, notammo che stava transitando l’arbitro. Per un momento smettemmo di discutere aspettando che l’arbitro transitasse e si allontanasse da noi. Purtroppo, l’arbitro rallentò il suo cammino e giunto alla nostra altezza si fermo quasi, guardo verso di noi e disse: Assassini.

“ … quel giorno più non vi discutemmo avante …”

Con grande sorpresa il mercoledì ci fu recapitato, sempre nel negozio dei genitori di Guido, un pacco anonimo ma indirizzato alla squadra dell’Indipendiente. Dentro il pacco trovammo undici divise complete da calciatore e mentre la signora Carmelita (mamma di Guido) cuciva i numeri sulle maglie, cercavamo, discutendo e ipotizzando, di individuare il donatore. La sig. Carmelita, non esperta, cucì il numero quattro con la cuspide orizzontale a destra. Quintino, comunque, la indosso con disinvoltura la partita successiva.

Per giorni, per individuare il donatore, discutemmo e ipotizzammo, alla fine ci convincemmo che solo l’arbitro poteva essere stato perché persona sensibile, intelligente … un signore. La sua sensibilità lo aveva portato a un pentimento quello di avere assegnato un calcio di rigore senza che fosse stata versata una goccia di sangue.

… INDIPENDIENTE… per noi era il desiderio di partecipare a un divertimento collettivo con piacere e in amicizia.  

… e non credete a tutto quello che ho scritto perché mi ricordo di tutti anche degli avversari e dei tifosi contestatori … quando ci incontriamo, noto che avete ancora i segni della paura sul volto …

… a Lucio dico di non avere nessun timore, ho abbandonato da anni l’idea di tagliarti la mano …

Dedicato a Italo (Talò per gli amici) e a tutti gli altri che non ci sono più.

Aprile 2020                                 Emidio Patriarca

** Il sig. Felice coniò per noi l’espressione “ ru brasoil” dopo avere assistito, qualche anno prima, a una partitella di allenamento disputata da noi tre contro la Polisportiva Agnone nella quale avevamo espresso un calcio, per intensità e qualità, molto elevato per la nostra età.

Copyright: Altosannio Magazine
EditingEnzo C. Delli Quadri

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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