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Re Muorte ( I Morti)

Scritto di Manuela Pelle (Marcellino Birillino)

La morte è un aspetto della nostra vita che, in generale, nessuno di noi desidera affrontare, pur avendo contezza che essa è ineluttabile, e soprattutto, giunge spesso inattesa, sconvolgendo la vita di chi ci circonda.
L’iconografia generale la smercia in due aspetti: sacrale e ironico ma credo che nessuno dei due  renda bene l’idea della morte: 

  • l’aspetto sacrale ne celebra i riti che, nei secoli e a seconda dei tempi e dei Paesi, hanno avuto la loro espressione con molte tradizioni, spesso grevi; fanno risaltare l’aspetto dolente e penoso dell’evento, anche in relazione all’età e alla modalità con cui è sopraggiunto;
  • l’aspetto ironico è compreso e diffuso con immagini ridicole, battute, scongiuri, proverbi e tutto ciò che serve ad allontanare, esorcizzare l’evento, trasformandolo in macchietta e satira.

La memoria storica ci riferisce di usi e costumi cresciuti e sviluppatisi nel solco di questi due aspetti: le ricorrenze, le commemorazioni, i luoghi di raccolta e consunzione, le rappresentazioni, gli eventi pagani e cristiani. Un modo per connettersi al mondo di chi ha perso la vita.

Ma cos’è la morte, dopotutto, se non la cessazione di funzioni elettriche che non svolgono più il compito per cui sono  state concepite, in parole più semplici e direi laconiche, un fine trasmissioni molto vicino alla nostra mentalità mediatica moderna. Il sistema elettrico, ben costruito e organizzato, d’improvviso si inceppa (non sempre per usura, può succedere anche per motivi contingenti),  non risponde più ai comandi, dichiarando uno stop improvviso, qualche volta con segni di preavviso,  dove  non c’è  più possibilità d’intervento. Questa la modalità con cui si presenta la Morte. Naturalmente, ci appare crudele e ingiusta specialmente quando ci colpisce da vicino. Noi, per cercare di sfuggirla, insistiamo con  la manutenzione dei congegni elettrici di cui siamo fatti e con tutta una serie di azioni consapevoli e inconsapevoli tendenti ad allontanare, relegare, distruggere, annientare la morte. Riusciamo, almeno ci proviamo, talmente tanto bene ad eludere la sua aleggiante presenza da dimenticarci che lei non ci dimentica ed ha ben presente il suo compito. La Morte fa parte della nostra quotidianità molto di più che nei secoli passati. L’evoluzione tecnica e sociale che ci espone a ulteriori rischi oltre quelli della malattia e degli eventi catastrofici, è accompagnata dalla divulgazione delle notizie,  affidata ai media, ai social e ai cellulari, sia per un evento singolo, sia per eventi multipli come è capitato negli ultimi tempi. Tutti sanno tutto in tempo reale e nei minimi dettagli con un bombardamento di informazioni abilmente dosate, intervallate solo da  eventi spettacolarizzati riproposti fino al successivo evento luttuoso. Si genera, così,  l’assuefazione all’evento, specialmente se non ci riguarda da vicino. Il risultato è che pochi sanno affrontare il concetto di Morte, inquadrandolo nella propria vita come elemento indissolubile della stessa; né le parole, le spiegazioni, le giustificazioni scientifiche o confessionali sanno preparare all’evento, che sia il proprio che sia quello delle persone più vicine. La Morte, quindi, viene percepita come la rapina di un qualcosa. Sentiamo che abbiamo subìto una perdita. Ecco la parola chiave: Perdita cioè privazione, sottrazione di un qualcosa o di un qualcuno che abbiamo considerato “nostro”e come tale da amare e da tenere più o meno vicino per sempre. Da qui il senso di smarrimento e le conseguenti insopportabili sofferenze: la  Morte perde il concetto di universalità, e diventa una fatto intimo privato che riguarda solo noi stessi.

Anche io, come tutti, ho avuto la mia parte di dolori ed ho fatto mio il concetto di rapina e perdita ed ho versato lacrime, ma ho anche ricordato alcune cose che la tradizione della mia famiglia celebrava nell’immediatezza di un evento mortale o il due novembre. La mia famiglia come tutte quelle del mio paese (Agnone, Is) hanno ricevuto una educazione cattolica,  ma i riti cristiani, perpetuati negli anni, hanno subìto influenze pagane antichissime che ancora si perpetuano.

A tal proposito torna utile il mio ricordo degli anni 70 del secolo scorso. Va detto che io ne parlo al passato ma molti di quegli usi e costumi sono ancora seguiti. 

Le azioni servivano alla “sistemazione” del caro estinto, ma anche, e soprattutto, ad impegnare i familiari in azioni concrete, grazie anche al conformismo del paese, che distogliesse la mente dall’evento; i riti, tutti, andavano officiati anche se dispendiosi e faticosi altrimenti si sarebbe fatta una grave mancanza all’estinto e inoltre “re crestejene che jivane a truvà ru muorte, putevane penzà” a una mancanza di rispetto. 

In occasione di un decesso, la prima cosa da fare era avvisare il sacrestano della propria parrocchia perché suonasse le campane “a morto”, vale a dire con rintocchi lenti e lugubri. Il prete era già stato allertato ancor prima dell’evento. Era l’annuncio, prima di ogni altra manifestazione, che un evento luttuoso si era verificato nel raggio d’azione della parrocchia. In alcuni casi, quando il deceduto era particolarmente importante, si facevano suonare anche le campane delle altre parrocchie i cui risiedevano persone che erano state vicine a quella scomparsa o alla famiglia, per parentela, amicizia, stima, ecc… Al suono delle campane che davano l’annuncio al quartiere e  ai limitrofi, essendo il suono delle campane percepibile anche in lontananza,  i residenti  chiedevano ai loro vicini o anche a qualche estemporaneo passante: “Chi s’é mmuorte?” I bene informati citavano nome, cognome e soprattutto soprannome della persona scomparsa, con un commento calzante a seconda se bene o male giudicato, senza escludere un rapido segnarsi.  Se il personaggio era importante o meglio, molto noto per diverse peculiarità, veniva subito citato con un ricordo collettivo che immediatamente chiamava a raccolta  i vicini che ne avrebbero tessuto le lodi oppure diffamato la memoria, ricordando episodi di cattiveria e malcostume. Peggiore della diffamazione, invece, era il commento che subiva  la scomparsa di qualche contadino, che viveva soprattutto nel proprio podere, nelle frazioni, e quindi poco noto in paese.  Alla domanda di rito: “Chi s’è mmuorte?” il passante occasionale o, comunque, l’informato rispondeva con calma serafica: “Cuviell, nu caféune de ngambagna” (Nessuno, solo un contadino della campagna). Potrà sembrare strano questo esprimersi, che altro non era che la rappresentazione delle distinzioni di classe, ritenute normali e neanche offensive, dove “ru caféune” (non tutti) non aveva diritto di essere ricordato nemmeno con nome e cognome. Il “cuvielle” cioè nessuno, espresso con grande semplicità, stava però, soprattutto, ad indicare una persona sconosciuta ai più.
Immediatamente dopo, si contattava  il falegname per la cassa  e si provvedeva insieme a vicine volenterose, in mancanza di familiari stretti, a sistemare la casa, in particolare se era piccolina. Quindi, grande spostamento di mobili per fare spazio alla cassa e ai visitatori che avrebbero partecipato alla veglia: cassa al centro e sedie intorno.
Seguiva la vestizione del caro estinto: doveva avere necessariamente abiti eleganti, degni di una evento importante. Se i familiari avessero già provveduto in tempo, il corredo funebre sarebbe stato lì pronto per il suo utilizzo, ad iniziare dall’intimo. Altrimenti si buttavano giù dal letto non solo i falegnami ma anche i negozianti di abiti e scarpe affinché provvedessero alacremente. Inutile dire che la vestizione di un morto è compito delicato e difficile; richiede forza e una buona dose di sangue freddo. Oggi le imprese funebri provvedono a tutto, volendo, ma gli anni che vado descrivendo erano caratterizzati da impegno familiare e capacità di persone estranee che, nel tempo, avevano acquisito una qualche professionalità. Ricordo perfettamente una signora chiamata “Mammina” che interveniva ed “aiutava”. Nel completare la vestizione del morto, dopo le abluzioni previste, non potevano mancare alcuni oggetti da inserire nelle tasche degli abiti o all’interno della cassa, perché cari al morto o di uso quotidiano, nonché l’ inclusione di qualche spicciolo che sarebbe servito a pagare il traghettatore di Dantesca memoria, per poter passare oltre. Come già accennato in precedenza, le tradizioni descritte avevano e hanno tuttora radici nei culti di antiche civiltà secondo le quali la Morte rappresentava semplicemente una nuova vita.  Il caro estinto doveva presentarsi al meglio e avere con sé tutto ciò che poteva essergli utile nella nuova vita. Come dire che la Morte non era considerata solo una perdita ma anche augurio di rinascita nelle migliori condizioni possibili.
Tutto pronto per la veglia, il morto non doveva essere lasciato mai da solo. Preghiere e litanie dovevano aiutarlo a  scontare un po’ i peccati commessi; venivano inframezzate solo da ricordi delle qualità del morto. Era esclusa la possibilità di consumare cibo o bevande, ma appena giorno, se l’evento capitava la sera o durante la notte, i parenti più “lontani” e  i vicini di casa si preoccupavano comunque di dare supporto ai parenti più stretti e più sofferenti.  Una alla volta, i diretti interessati dall’evento luttuoso venivano portati a forza in cucina, lontano da sguardi indiscreti ed invitati a bere un po’ di caffè o cioccolato e a mangiare un biscotto. Occorreva  mantenere forza e lucidità per affrontare tutto il lungo periodo  della veglia. 
Il portone della casa del deceduto restava aperto per i visitatori che sentivano il dovere di porgere le loro condoglianze ai parenti salendo a salutarli oppure apponendo le loro firme su un apposito registro per certificare la propria partecipazione e compenetrazione alla doglia. Il portone dei vicini più prossimi restava mezzo aperto e mezzo chiuso. Invece, restavano chiuse tutte le persiane di tutto il vicinato: la casa esprimeva il proprio lutto a conferma del concetto animistico che anche gli oggetti debbano/possano esprimere emozioni.
Passate le giuste ore previste per la veglia, arrivava l’ora del saluto estremo, l’attimo che spezzava definitivamente il contatto visivo tra il morto e i suoi familiari annullando ciò che rimaneva della fisicità. Non c’è possibilità di rendersene conto perché il rito sacro dell’et resurrexit, instillava tra gli affranti  la speranza della rinascita a miglior vita e affievoliva il dolore.
I riti confessionali terminano con benedizioni e ultime parole di conforto cui segue un corteo che trasporta il morto nell’altra città, quella dove la presenza di qualche segno ricorderà per sempre ai vivi chi è appena scomparso.

Al mio paese, per rispetto dovuto al dolore vero e inconsolabile dei familiari del deceduto, coloro che non facevano parte della cerchia ristretta della famiglia abbandonavano il corteo: il pudore di un dolore non ancora espresso, per il turbine degli eventi, doveva potersi esprimere nella intimità più assoluta, l’unica possibile di fronte al rito “necessario” della tumulazione, azione che certifica definitivamente la perdita subìta.
Si tornava a casa in piena dolorosa mestizia e qui, senza porre tempo al tempo, dopo aver fatto sparire le vestigia della rappresentazione del dolore, chiuse porte e finestre, recuperato per conservarlo il registro delle condoglianze, parenti e vicini di casa imbandivano, con tutto il necessario tra tovaglie, vasellame, piatti, bicchieri, posate, una tavolata pronta ad accogliere cibi leggeri ma nutrienti per corpi e cuori stanchi e provati: minestra in brodo, arrosto alla genovese, insalata, prosciutto, “trecce, scamorze e caciocavallo” pane fresco, vino, frutta e thermos di caffè. In dialetto si chiamava “ru recunzele” (pranzo o cena di consolazione).
Il tutto, che fosse il cibo  o fosse il vasellame,  doveva essere portato da fuori perché “Alla casa de ru muorte nze po’ tuccà cubbelle, manghe l’acqua” (alla casa non si può toccare nulla, neanche l’acqua) come se fosse necessario un periodo di lutto purificatore anche  per gli oggetti.
Un po’ per amore e un po’ per forza i colpiti dal lutto finalmente si rinfrancano dopo 24/48 ore di quasi digiuno.  Coloro che avevano offerto “ru recunzele” non partecipavano mangiando ma curando la tavola e offrendo affetto e consolazione a chi in quel momento era molto provato sia fisicamente che nell’animo. E’ qui che subentrava la possibilità di ricordare il caro estinto rievocando la sua vita negli aspetti sociali, lavorativi, familiari ed anche ilari, perché la memoria fosse dolce e quindi fosse possibile anche ridere e sorridere di certi aspetti e di certe peculiarità .

È il miracolo della vita che cerca di prendere il sopravvento sul dolore e sulla morte considerando momentanea l’assenza, facendo rinascere la speranza non solo di rivedere i propri cari, ma di continuare a “sentirli” ancora vicini. In quel momento il dolore si stempera in una dolce nostalgia che porta a una commozione malinconicamente struggente.

Manuela Pelle

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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

About Manuela Pelle

Manuela Pelle, molisana di Agnone, il paese dei campanili e delle campane forgiate lì, sul posto. Ci si immerge tutte le volte che ci torna, or che ne vive lontana per motivi di lavoro, esule, da 50 anni. Riporta con sé l’atmosfera che vi aleggia, la sua dimensione irreale, le sue contraddizioni che riversa in ogni suo scritto, in ogni sua impresa.

6 commenti

  1. Enzo Carmine Delli Quadri

    Brava

  2. Descrizione della “Morte”, evento universale ai vivi, minuziosa e direi non traumatica. Ma credo solo perché dalla stessa autrice “La Morte non E’ considerata solo una perdita ma anche augurio di rinascita nelle migliori condizioni possibili. ED A RAGIONE! Lo stile chiaro, consapevole, informato, rendono la lettura spedita e non troppo dolorosa, pur con un argomento Triste.

  3. EsthercDelli Quadri

    Io ricordo anche il drappo nero sui portoni delle case dei defunti che su di me bambina esercitava sempre una forte impressione. Ma forse negli anni 70 non si usava già più. Bravissima Manuela

  4. Bravissima ! La morte diventa magica!

  5. Bellissima…sacro e profano che si fondono in maniera impeccabile!

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