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La Ramera di Agnone

di Esther Delli Quadri

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Il sole  filtrava attraverso le persiane chiuse quando Anna aprì gli occhi. Da fuori proveniva il rumore del martello che batteva sul rame. Anna si alzò e a piedi nudi corse fuori sulla terrazza.

Era ancora presto, ma il sole già illuminava tutta la vallata facendo risaltare il verde chiaro della vegetazione e le chiome scure degli alberi che componevano la macchia dei boschi in lontananza.

Nei campi coltivati e negli orti che si vedevano sul pendio della “Ripa” già si distinguevano le figure degli ortolani e dei contadini dediti al lavoro dei campi.

Anna immaginò il fiume in lontananza scintillare sotto il sole e  pensò alla gioia che avrebbe provato fra poco, quando si sarebbe immersa nelle acque di uno dei suoi “cutini”.

Quello era il suo primo giorno di vacanza dopo la chiusura della scuola e già questo sarebbe bastato a renderlo un giorno fortunato perché a lei la scuola non piaceva molto.

Ma in aggiunta quell’anno alla sua famiglia era toccato di essere i primi insieme alla famiglia di zio Biase nel turno di “villeggiatura “ alla “Ramera”, mentre le famiglie degli altri zii  sarebbero andate più avanti.

Era questo il motivo della sua contentezza quella mattina.

Già pregustava la libertà di cui avrebbe potuto godere durante la vacanza e tutti i giochi che avrebbe potuto fare con i cugini.

Felice raccolse dal pavimento  un sasso che era servito a tenere fermi dei cartoni nei giorni precedenti e lo tirò alle galline che razzolavano nell’orto sottostante.

“Stupide bestie” pensò” per un po’ di tempo non vi vedrò e non sentirò più parlare di voi!”. Quelle galline erano la fissazione di suo padre !

ramera-1Tornò di corsa nella camera da letto per svegliare sua sorella. Letizia dormiva profondamente.

La scosse chiamandola “Letizia, Letizia! Arr’sbegliate! La b’chetta  è già arr’véata! Ce n’éma jii”. Letizia si svegliò di soprassalto. “Ma che ora è? Pecchè mamma n’ m’a r’sbgliéata! disse agitatissima. Poi vide che sua sorella rideva e capì che glielo aveva detto apposta. Poggiò di nuovo  la testa sul cuscino e brontolò  “T’ pozza afferrà ru tocc’, Annì, me scì fatta m’paurì”.

Anna scappò via .

Dalla cucina provenivano dei rumori e la voce di sua madre che parlava col suo fratellino già sveglio. Entrò, salutò sua madre, e corse alla madia a prendersi un pezzo di pane sorpresa di non vedere sul tavolo la ”zuppa ch’ le latte “ che di solito la mamma preparava a colazione.

None, Annì, n’n’t’ magnà le pane “disse sua madre ”Tuogliete la pizza che la pummadora. Mademane eme fatte le pane che c’ema purtà alla “ramera” e ‘nziembra em fatt pure la pizza  accuscì ve la magnete pe la via. L’aviscia dice a patrete! Ca quire dice ca j pense sempre a accattà. Fratte mademane s’è resbliete chiù sub’t dell’altre juorne  e n’en m’hà fatt accucchiè cubbell.Chiama sorda “ aggiunse”, dije ca s’ada ‘rrsbliè’,ch’ema f’nì de preparà la rrobba prima c’arriva la b’chetta.  Sennò chi l’ vò sent’ì patrete c’ha la feceme aspettà  Dopp lavate ascìu bella e và a chiamà Annina, cà chella la mamma c’e mette chisà quanta tiemp prima d’ abbierla.”ramera-2

Anna afferrò in fretta la pizza e corse giù dalle scale a chiamare Annina, la loro amica del cuore che sarebbe stata loro ospite alla “Ramera”. La sua casa era attaccata alla casa di Anna e anche i loro orti confinavano.

Il portone era aperto e Anna salì in fretta le scale chiamando “Annina,Annina sei pronta? Sbrigati che fra poco arriva la “b’chetta!”

Annina e sua madre stavano preparando le ultime cose ed Anna notando una scatola che conteneva dei nastri pensò “Annina è la solita “fanatica” Che cosa pensa di farci con i nastri giù alla “ramera” in piena campagna” ma non disse niente perché non voleva che la madre di Annina si offendesse.

Aiutò l’amica a prendere i suoi fagotti e una grande cesta con le provviste alimentari che la mamma le aveva preparato, aspettò che lei si congedasse da sua madre, cosa che richiedeva sempre parecchio tempo, e poi di corsa tutte e due giù dalle scale.

Fuori videro che la “b’chetta” era già arrivata e il padre di Anna aiutato da uno dei suoi fratelli stava già caricando la roba da portare. Arrivò anche Letizia con alcuni fagotti in mano.

Non appena suo padre la vide disse subito ”V’avessita scurdà ru sillabarie, tu e s’à ciuccia de sorda. N’jete solament zumbanne abball alla “ramera”. Facetev le leziune c’à quand arvn’ite accapp’ammonde le tabbelline l’eta sapè gnè l’ave Maria. Cà auanne ve rombe le coss’ se………”  “Viamóina, N’cò” intervenne la mamma che sopraggiungeva in quel momento ”c’e n’ema ji e tu v’è truanne le tabbelline!!!…ce stà tanta tiemp pe farse le leziun……. troncando così sul nascere una discussione che rischiava di prendere una brutta piega.

Suo padre continuò ancora un po’ a brontolare tra sé ma le cose da fare erano tante e dimenticò in fretta il problema. Tutto il necessario era pronto e sistemato. Le bambine presero posto dietro, la mamma invece con il fratellino in braccio prese posto a cassetta vicino al conducente. Il padre sarebbe venuto più avanti per qualche giorno ma solo alla sera perché c’era molto da fare alla “P’teca” di San Nicola e non la poteva lasciare.ramera-6  

Le bambine erano elettrizzate e chiacchieravano senza interruzione tra loro. La mamma dopo aver scambiato alcune parole col conducente , mentre attraversavano il corso, scambiò di tanto in tanto dei saluti con le poche persone che incontravano  cercando intanto di tenere buono il fratellino. L’aria era frizzante e portava con se tutti i profumi dell’inizio dell’estate.
Quando furono fuori paese si girarono per guardare Agnone, il loro paese, che adagiato sulla sua altura sembrava ancora addormentato. Nell’aria pura e rarefatta del mattino il suono delle campane che di tanto in tanto annunciavano qualche messa mattutina giungeva limpido e cristallino.
Anna guardando il suo paese pensava che il tragitto alla” Ramera” rappresentava per lei un vero e proprio viaggio perché le occasioni per uscire dal paese erano piuttosto rare. Si chiese se ce ne sarebbero state di più importanti, e per un attimo il suo pensiero andò al futuro. Cosa le avrebbe mai portato l’avvenire? Chissà forse “ru spose” lo avrebbe incontrato proprio lì in Agnone. O invece sarebbe stato qualcuno di fuori?

Ma presto i suoi pensieri furono assorbiti da altro. Letizia e Annina discutevano animatamente facendo programmi per la vacanza!Dopo circa un’ora  la “b’chetta” lasciò la strada maestra e si avviò per il sentiero che portava alla “ramera”.

Da lontano si sentiva il rumore del battere del maglio sul rame da forgiare e quello dello scorrere del fiume,  che però era coperto alla vista dal fitto sottobosco.

Dopo circa un quarto d’ora e dopo vari sussulti della “b’chetta” e richiami del conducente al mulo che la trascinava, arrivarono alla ramera.

Anna conosceva ogni pietra di quel luogo dove da sempre aveva trascorso le sue vacanze estive.

Il grande caseggiato bianco aveva a pian terreno delle grandi cucine e dei magazzini.

Collegato con una scala esterna in pietra e circondato da una balconata c’era il piano superiore, dove si trovavano le stanze da letto, enormi cameroni con vari letti,  anche questi per ospitare le famiglie .Sul retro del caseggiato si trovavano una cucina per “i magliente” ,gli operai che lavoravano alla ramera, ed un paio di stanze da letto per loro.

C’erano poi vari magazzini che servivano a contenere attrezzi vari per diversi usi e il grande lavatoio in pietra accanto alla casa. Ma era  il fiume a costituire per i bambini la grande attrattiva della “ramera”..ramera-8 

Anna ricordava come era stato divertente l’estate precedente fare il bagno nel fiume, la sensazione di fresco e di pulito dopo essersi immersi nelle sue acque, la pelle così liscia e levigata dopo il bagno,ciò dovuto alle particolari caratteristiche dell’acqua.

Ricordava perfettamente le grida dei suoi cugini: Antonino, Panfelino, Igina, Lina, Raffaele, Rosina e tutti gli altri, i giochi fatti con loro lanciandosi spruzzi d’acqua e, dopo,  la piacevole sensazione che dava sdraiarsi al sole , distesi sulle“ morge” ad asciugarsi mentre la mamma e le zie preparavano  il pranzo .

Mangiavano tutti insieme  consumando quello che le mamme avevano preparato.

Quelle occasioni erano gioia pura per i bambini perché “ la festa” in quel caso continuava anche durante il pasto con vari solleciti da parte delle mamme a stare zitti :” Re citre, stateve n’anzè zitt c’à n’en facete accucch’iè cubbell’”.

Talvolta i lavoranti della “camera” durante la loro pausa per il pranzo si fermavano alla tavolata , invitati a bere un bicchiere di vino fresco.

Dopo pranzo tutti i bambini  andavano a riposare, qualche volta nelle camere ma più spesso sotto gli alberi del fresco boschetto non lontano dal caseggiato.

Lì, prima che la stanchezza li vincesse, si raccontavano storie che li riguardavano o raccontavano ai più piccoli storie fantastiche per spaventarli. Oppure, se non erano molto stanche, le bambine giocavano con le loro “cucinelle” di cartapesta e i maschi andavano a cercare “le ceppe” per accendere il fuoco e “cucinare “ l’erba che le bambine preparavano. A volte erano loro stessi a modellare con la creta le “cucinelle” per le cuginette.

Dopo il “ sonnellino”, all’invito delle mamme a farsi “na picca de l’ziun” i bambini sparivano!

A volte si rifugiavano nei pressi del caseggiato  dove si trovava la fonderia del rame, la “ramera” appunto, attenti a non farsi scoprire.

Gli adulti, infatti, non volevano che stessero lì sia perché poteva essere pericoloso sia affinché non intralciassero il lavoro.

 L’acqua del fiume in quel punto ad opera di ingegnosi lavori deviava il suo corso per andare  a far girare una grande ruota di legno posta all’esterno del caseggiato che serviva ad azionare i potenti “ magli” di legno  all’interno della fonderia .Lì il rame veniva fuso in un grande focolare detto ” la forgia “ e poi  versato in vari recipienti. Questi, poi,  venivano  posti sotto i magli “, enormi martelli di legno ,che picchiandovi continuamente sopra davano loro varie forme :“cuttriell” ,”conch” “ tin’”e così via.

Quegli oggetti venivano poi trasportati in paese e portati alla “p’teca”di San Nicola  dove il padre di Anna, i suoi fratelli ed gli operai avrebbero dato loro una forma definitiva martellandoli ed infine li avrebbero decorati martellandoli con degli speciali martelli che lasciavano sul rame dei piccoli cerchi lucidi in contrasto con il matto del rame stesso.

All’interno della fonderia il rumore dei magli che battevano era assordante e l’aria incandescente a causa del calore emanato dalla “forgia”che doveva rimanere sempre accesa. Nella calura si intravedevano le figure dei lavoranti che si aggiravano intorno alla forgia e giravano la “colata”, altri invece si aggiravano intorno ai magli facendo ruotare i recipienti che contenevano la colata sotto i loro pesanti martelli, aiutandosi con delle lunghe pinze, in modo  che il maglio  battesse sopra uniformemente per forgiare il metallo.ramera-9

Oppure i bambini correvano giù al fiume in cerca di pietre.

Il fiume era ricco, infatti, di grosse pietre lisce e levigate che le bambine, dopo averle lasciate asciugare al sole, vestivano con i loro stessi vestiti immaginando che fossero delle bambole.

Non di rado era successo che caricandosi quelle pesanti pietre pretendessero di portarle nei loro letti alla sera per continuare a giocare “a mamma e figl’” ma trovandosi in completo disaccordo su ciò con le mamme che per niente al mondo avrebbero permesso alle figlie di portarsi a letto “le pretr p’ m’brattà le l’’nzora.”

Alla sera poi, subito dopo aver cenato tutti insieme, giocherellando nel frattempo con le ciliegie che magari qualche contadino dei dintorni aveva regalato e appendendole alle orecchie due a due per farne degli orecchini, correvano di nuovo intorno al grande caseggiato in cerca di lucciole oppure per giocare a “acchiapparella”.

Oppure seduti sul muretto che circondava la casa giocavano a “vricc”.O, ancora, le bambine saltando su un piede solo giocavano lanciando un sasso a “susicchia”e i maschi disegnavano sul terreno dei tracciati su cui far rotolare delle rudimentali biglie.

Facevano molta resistenza ad andare a letto quando le mamme ordinavano loro di farlo, ma alla fine si decidevano a salire la scala che conduceva alle camere e, piagnucolando davanti alla porta delle rispettive stanze da letto, si davano appuntamento per il giorno successivo.

Non appena appoggiavano la testa sul cuscino le palpebre si abbassavano pesantemente e si addormentavano di colpo. Ma , se non erano troppo stanche Anna, Letizia e Annina fino a quando la mamma veniva a coricarsi, chiacchieravano ancora respirando l’odore delle lenzuola pulite che sapevano di acqua di fiume .

Letì, vulem fa ca add’mane arrubbame l’ sapone a mamma e pure na picca de strecc e c’ ‘l purtame abballe arru sciume e facem finta ch’ema lavà l’ rrobbe?” “Scine……!!!”

None , chella mamma se n’addona ! Add’mane….……….”

Add’mane, add’mane,add’mane ………………… Mille progetti riempivano le loro testoline.

Fuori tutto era tranquillo. Il grande maglio taceva.

Nel silenzio della notte  si sentivano soltanto il frinire delle cicale, il canto dei grilli e lo  stormire delle foglie agitate dal vento che pian, piano le cullavano come una ninna-nanna.

 

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Da bambina restavo ad ascoltare rapita i racconti che mia madre mi faceva sulla sua infanzia. Avrei voluto che non smettesse mai perché quello di cui lei mi parlava mi sembrava un mondo incantato. Qualche anno fa decisi di dare forma scritta a qualcuno dei suoi racconti.  Questa è la storia che avevo scritto per lei.

Maria Rossi

Articolo connesso
(http://www.altosannio.it/se-non-e-di-agnone-un-ramaio-e-mezzo-ramaio/).

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

Un commento

  1. Condivido ogni parola, ogni emozione.
    Grazie

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