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Quattro donne beffarono i soldati tedeschi

di Ugo del Castello [1]
S.Ippolito

C’è un episodio, accaduto nei giorni dello sfollamento di Roccaraso, imposto dai soldati tedeschi in questa parte centrale della linea Gustav, che i roccolani ricordano con religiosa e commossa soddisfazione: il salvataggio della statua argentea di sant’Ippolito.

La statua del protettore di Roccaraso è  un busto argenteo contenente le reliquie del santo. Fu commissionato nel 1688 agli abili orafi napoletani da due munifici coniugi, il barone Donato Berardino Angeloni e Agata Florini, gli stessi che dieci anni dopo promossero e finanziarono la costruzione del teatro. La statua fu restaurata la prima volta nel 1777; la seconda volta nel 1849 e successivamente nel 1985.

Il secondo giorno dello sfollamento, 4 novembre 1943, la piazza tra la chiesa madre, la torre e la chiesa dei morti era gremita di gente in procinto di sfollare verso la Valle Peligna e in quel trambusto generale un ufficiale e due soldati entrarono nella chiesa madre. Mia zia Vittoria, che abitava dentro la Terra Vecchia, il cuore di Roccaraso con accesso sotto la torre, e che sarebbe dovuta scendere con la famiglia a Sulmona il giorno successivo, era scesa in piazza per rendersi conto di quello che stava accadendo. C’era con lei Concetta Chiaverini. Le due donne notarono i tre soldati e si affacciarono furtivamente in chiesa. Videro che essi giravano davanti agli altari, parlavano animatamente e poi entrarono nella sacrestia, dove era custodita la statua del santo protettore. Dopo qualche istante si accorsero che i tedeschi stavano uscendo e li precedettero sul sagrato della chiesa, dove si fermarono a guardare quello che accadeva in piazza. I soldati uscirono e da come parlavano e gesticolavano si capiva chiaramente che sarebbero tornati. Preoccupate per quello che sarebbe potuto accadere, le due donne si recarono di corsa a casa di Giuseppina Liberatore. Giuseppina collaborava con il parroco Don Tito Mancini nelle faccende della chiesa e sapeva dove il parroco conservava le chiavi degli armadi e della saracinesca che proteggeva la statua di sant’Ippolito e il braccio argenteo con le reliquie. Zia Vittoria e Concetta arrivarono trafelate mentre a casa di Giuseppina c’era anche la zia Antonietta Valentini. Spiegarono loro cosa aveva visto e cosa avevano intuito e dissero che dovevano andare immediatamente a nascondere la statua del santo. Così presero  una coperta imbottita, un sacco per contenere le patate, alcuni spaghi e si avviarono a passo svelto verso la chiesa. Mentre camminavano, tra un respiro affannoso e l’altro decisero il da farsi e conclusero che la statua doveva essere portata a Sulmona alla Curia Vescovile.

Un ufficiale tedesco posa davanti alle rovine di Roccaraso

Don Tito si era recato in quella città per chiedere al vescovo, Luciano Marcante, affinché intervenisse tra la popolazione locale per sistemare i suoi parrocchiani, laddove c’era disponibilità di alloggio.

Quando le donne entrarono nella sacrestia gli sportelli di legno della nicchia che sovrastava l’altare erano stati aperti, la saracinesca era stata sollevata ed era rimasta incastrata, appena di traverso. Nel frattempo Giuseppina, che si era recata nella adiacente abitazione del parroco, tornò con la chiave; la infilarono nella serratura e con un candeliere diedero un colpo sulla parte più alta della saracinesca che scese e fu aperta. La statua apparve in tutto il suo splendore. Ci fu un breve momento di commozione e si inginocchiarono. Mai avrebbero pensato che a distanza di soli due mesi dalle cerimonie del 13 agosto avrebbero rivisto così il loro protettore. La tradizione voleva, come accade ancora oggi, che il busto argenteo di sant’Ippolito, data la sua preziosità, venisse esposto in chiesa la sera della vigilia con una solenne cerimonia e riposto nella nicchia in sacrestia l’ultima domenica di agosto. Le donne immediatamente scesero la statua e la avvolsero nella coperta insieme con i simboli che il santo stringeva nelle mani; la spada, la palma e la colomba, nonché il braccio con le reliquie e le piume del cimiero; la infilarono nel sacco e lo legarono con gli spaghi. Senza perdere tempo, temendo l’arrivo dei soldati, si recarono affannate nell’appartamento del parroco, dove c’era una scala che scendeva dietro la chiesa. Uscirono chiudendo a chiave tutte le porte e s’inoltrarono per i vicoli e le stradine dentro il paese per evitare, possibilmente, di incontrare i tedeschi, che erano intenti nelle operazioni di sgombro vicino ai mezzi di trasporto. Fortunatamente incontrarono solo altre persone che si recavano a Sulmona e a chi gli domandava cosa portassero dentro quel sacco lo informavano di quello che stavano cercando di realizzare. Arrivarono dietro l’orto della signora Imperatrice, dove sio fermarono un attimo per vedere quale fosse la situazione in Largo Luigi di Savoia. In quel punto erano parcheggiati diversi automezzi che caricavano gli sfollati e si resero conto che proprio quello più vicino a loro era mezzo vuoto. Si diressero verso quel camion e Giuseppina e Antonietta salirono con la statua, sistemandosi in fondo per non correre rischi. Però prima che salissero un soldato che presenziava alle operazioni di carico volse lo sguardo con un misto di curiosità e di sufficienza dando con il calcio del fucile un colpo sul sacco, che fu attutito dalla coperta interna e probabilmente soddisfatto di quel saggio fece salire anche gli altri sfollati.; chiuse il cassone e l’automezzo partì. Fu più rumoroso il sospiro emanato in contemporanea dalle due donne che il botto della sbarra che si chiuse. La voce si era sparsa immediatamente e mentre il camion si muoveva tra la folla le persone si fermavano e facevano il segno della croce, invocando sant’Ippolito affinché salvasse loro e il paese.

Purtroppo Roccaraso fu distrutta, ma la quasi totalità della popolazione tornò, nonostante le sofferenze di un anno e mezzo di sfollamento. Tornò anche il loro protettore, che nel frattempo fu custodito diligentemente nella Curia, grazie al coraggio e all’intraprendenza di quelle quattro donne.

Il pomeriggio del 22 ottobre 1946, presso la chiesa di san Rocco, l’economo della Curia Vescovile di Sulmona. Don Adolfo Scalzitti, alla presenza del Sindaco Ippolito Del Castello, e di quattro testimoni, Leopoldo Silvestri, Sabatino Giardini, Giovanni Valentini e Gabriele Strizzi, consegnò proferendo le testuali parole “la monumentale statua in argento di sant’Ippolito, con il braccio destro e la reliquia, nonché le piume del cimiero, la colomba, la spada e la palma”. Al nuovo e giovane parroco di Edmondo De Panfilis, appena ordinato sacerdote, che ne rilasciò ricevuta.

Fu quello quasi l’atto notorio che chiudeva la tragica vicenda dello sfollamento della comunità.

Don Edmondo, resse la parrocchia di Roccaraso con grande spirito di solidarietà e di abnegazione e sostenne con energia la popolazione nell’opera di ricostruzione del paese. Egli restò in carica fino alla metà degli anni ’70, quando divenne Canonico del Pantheon e responsabile della Pastorale del Turismo della Conferenza Episcopale Italiana; congiuntamente svolse l’incarico di Cappellano degli atleti olimpici italiani. Durante il suo ministero parrocchiale per alcuni anni fu anche presidente del locale sci club e data la sua frenetica attività fu insignito di Stella d’oro al merito sportivo.

Don Edmondo premia il vincitore delle gare di sci Alpino dei Campionati italiani giovani del 1964

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[1]  
Ugo Del Castello, Abruzzese di Roccaraso (AQ), dirigente amministrativo-finanziario, da sempre ha avuto due passioni, la scrittura e la ricerca sulla storia del suo paese.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Emotivamente coinvolta nella lettura di questo racconto – simpatico e vero- ho tratto anch’io un gran sospiro di sollievo per la buona RIUSCITA dell’impresa sacro- profana delle coraggiose donne di Roccaraso. Grazie a loro.

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