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Quando non c’era la lavatrice …..

di Maria Delli Quadri [1]

Mani-di-lavandaia

La più grande invenzione del ‘900, per la donna, è stata la lavatrice che l’ha affrancata da uno dei lavori più pesanti che si possano immaginare: schiena curva, braccia forti, polsi vigorosi, “strusciate energiche” su e giù per la “ngrespataura” di legno, ben fissata sul fondo della “callara” di rame. La donna buttava l’anima in questo lavoro massacrante aggravato dalle difficoltà derivanti spesso dalla mancanza di acqua corrente.

Io, da ragazza, oltre a fare il pane in casa, ho svolto anche questa incombenza  che toccava a me, essendo mia madre sempre un po’ malata. Il bucatino settimanale, incarico mio improrogabile, si svolgeva in quella povera cucina dove si srotolava la vita domestica: si mangiava, si accendeva il fuoco, si impastava, si conversava, si  facevano i compiti d’inverno, si giocava con povere cose racimolate qua e là.

Ero ragazza quando mia madre mi mandò a fare una commissione da una zia il cui figlio si era sposato da qualche giorno. Trovai la giovane moglie davanti a una “callara” piena di panni da lavare, panni che erano serviti per il suo matrimonio. Lei strusciava con lena, poverina, per dimostrare che era una brava donna di casa e, quando mi vide, si fermò un attimo, poi, con voracità, addentò  una mela, da me offertale come regalo. Il viso arrossato per lo sforzo, i capelli, già di per sé ricci, arruffati e disordinati che scendevano a cascata sulla fronte, non si asciugò neanche la mano per afferrare il frutto inatteso che le forniva l’occasione di fare una piccola pausa. La scena mi è rimasta impressa tanto che non l’ho mai dimenticata. La ragazza voleva fare bella figura, nella sua nuova casa, con la suocera che, dal suo canto, l’aveva già messa alla prova, affidandole un compito così gravoso. Quella fu la sua “luna di miele”; così andava il mondo allora.

Tornando al mio bucato, lo facevo per lo più di sabato e, mentre i compagni andavano a ballare in qualche casa compiacente, dove poi si spegnevano anche le luci, io, inchiodata alla “callarella” sbattevo i panni con malagrazia, sapendo solo io il perché. Mia madre mi diceva che ero pazza: non rispondevo, non potendo dire la verità.

Lavandaia all’opera

Per il bucato grande si ricorreva, una volta al mese, a una lavandaia di mestiere. La più antica che  io ricordi si chiamava Rosina, vedova, tranquilla, umile, silenziosa, che campava facendo questo lavoro. La donna doveva essere avvisata con anticipo, per cui la sera prima veniva a casa per prendere accordi, riceveva la chiave del locale dove lavorare e poi, insieme con mia madre o con una di noi sorelle, metteva a mollo i panni con acqua tiepida e liscivia (soda Solvay), disponendo le lenzuola grandi torno torno al recipiente, poi quelle da lettino, quindi gli asciugamani e poi, via via al centro, le altre cose come mutande, strofinacci, tovaglioli, qualche tovaglia da tavola. Maglie e sottocalzoni di lana subivano un  trattamento diverso e da parte.

In casa eravamo 5 donne e usavamo biancheria tessuta a mano. Per i giorni critici adoperavamo grossi quadrati di lino e cotone, per il cui lavaggio erano necessarie alcune accorgimenti: metterli a bagno da parte in acqua fredda, sciacquarli spesso e, infine, insaponarli e strofinarli ben bene utilizzando via via acqua sempre più calda e, se c’era da sbiancarli, insaponati si stendevano sulle pietre al sole.  Il sapone era fatto in casa con i grassi residui del maiale

Il primo giorno i panni venivano strofinati sull’asse (valchèra dicono a  Capracotta) una prima volta sempre col sapone “biologico”, risciacquati nella medesima acqua, poi  di nuovo  in acqua pulita, quindi ripassati, uno per uno col sapone quasi a secco, che aveva un potere sbiancante particolare. Io stessa l’ho usato anche negli ultimi anni, quando me lo regalavano e mi ci lavavo pure la faccia. Non dico quanto bene facesse alla pelle o ai foruncoli tipo herpes, strofinandolo sulla parte malata.
L’ultimo atto del primo giorno consisteva nel disporre di nuovo i panni nella callara secondo il precedente sistema e ordine, poi buttarvi sopra acqua bollente, portata dalla cucina con “cottrellucci” più piccoli: uno, due, tre, secondo il necessario, liscivia e, al centro dove c’era la fontanella, i panni piccoli.

Un grosso coperchio chiudeva il prezioso recipiente. Li dentro la biancheria riposava nella notte, ben protetta e riscaldata da coppe di carboni poste sotto la callara. I panni, così sistemati, pian piano riacquistavano il colore naturale e al mattino, alle prime luci dell’alba, erano pronti per il risciacquo.
La donna tornava, sempre con la chiave in tasca; dopo aver riaperto il “sacrario” ed essersi accertata che non ci fossero sorprese come per esempio macchie di ruggine, ricominciava a tirare fuori uno per uno gli stessi panni già trattati più di una volta; li strofinava, li comprimeva, li attorcigliava, li torceva fino a farne uscire tutta l’acqua saponata che, dopo tanti trattamenti, era chiara e non “iorza” (acqua nera) come le prime volte. In quel liquido quasi pulito venivano trattati gli indumenti di lana di pecora: maglie intime, calze e mutandoni da uomo.
Se il tempo era galantuomo, la lavandaia portava il prezioso carico, ben sistemato in una conca di rame o bagnarola, sulla testa, poggiando il tutto su una solida “spara” (cercine).

Dove andava? Alle fonti di San Lorenzo, a sciacquare, con altre donne, i panni nelle acque calde d’inverno, fresche d’estate, di questa sorgente.
E lì, tra canti e stornelli impertinenti, le signore del bucato si mettevano all’opera. Assegnandosi i posti in ordine di arrivo, non senza qualche bisticcio, sciacquavano, sciorinavano, sbattevano aiutandosi a vicenda, piegavano, quindi spandevano sui prati. L’erba verde e il sole facevano miracoli: anche le macchie più ostinate sparivano come per incanto.

Non parlo poi della neve che sembrava trasmettere alla biancheria il suo candore. Certo le lenzuola mostravano i loro anni con belle pezze ricucite che non erano una vergogna. Ultimo gesto, quasi di congedo, era il lavaggio della “mandera” ( grembiule). Il momento del relax arrivava quando tutte in circolo consumavano la colazione data loro dalla padrona, bevevano un bicchiere e si ritempravano  raccontando qualche pettegolezzo recente.
Nessuna si allontanava dal gruppo per timore del “lupo cattivo”. Se faceva caldo si toglievano la casacca quasi sempre scura e rimanevano col corsetto un po’ scollato che mostrava la pelle bianco-latte.
Nessuna perdeva di vista il proprio bucato che veniva lisciato con le mani, piegato, ridisteso, cambiato di verso e di posto. Era ormai pomeriggio, i panni, pronti per il ritorno a casa, venivano disposti in bell’ordine nella conca ripulita e lucidata, prima i più pesanti, poi i leggeri; un asciugamani, piegato, rimboccava il carico facendo da sponda.

Il sole tramontava e le donne rientravano nella casa da cui erano partite la mattina, per ricevere ciascuna la paga stabilita. Il bucato, così trattato, era di un bianco abbagliante, profumava di aria e di pulito, era stirato perfettamente solo con le mani, poteva essere conservato nelle casse o negli armadi fino al mese successivo, quando Rosina sarebbe tornata di nuovo.
La donna vestiva sempre di nero, con la gonna lunga arricciata in vita, la camicia, il fazzolettone legato a pizzo sulla testa, il grembiule per ripararsi gli abiti. Educata e tranquilla, godeva della massima fiducia in casa nostra. Quando si ammalò (era ormai anziana) fu sostituita da Antonietta, più allegra di carattere e più chiacchierona. Usava un linguaggio diretto e spontaneo, anche un po’ disinibito: “Vide, mi diceva, indicandomi la bolla d’aria, un rigonfiamento del lenzuolo nell’acqua del risciacquo , “chescta se chiama la cuglia de z’ preit” (questa si chiama ernia del prete).
Più mastodontica, forte e grossa era Vittoria di Poggio Sannita, la quale cantava sempre canzoni paesane, allegre e vibranti di passione politica, a base di “tavuti” (bare) per l’avversario e di “don Torquato comanderà” (elezioni amministrative). Costui poi “comandò” davvero con gran gioia della donna e divenne sindaco del paese. I panni in mano a Vittoria subivano sbattute e torture impensabili. Con lei si chiude un’epoca di fatiche, di lavaggi con la liscivia, di donne maestre del bucato, di panni lindi e profumati. Sta già arrivando “Olà” e si sa, “dove arriva Olà lo sporco sene va”. Il petrolio invade il mondo e porta con sé mille altri detersivi per tutti i gusti e tutte le esigenze; basta un pugnello e la schiuma trabocca dal recipiente.


Non più Rosina o Antonietta, non più Vittoria che arrivava con la corriera da Poggio Sannita: atterra da Marte Lei, l’amica della donna, dapprima semi-automatica, poi sempre più perfezionata, che libera “l’angelo del focolare” da questa schiavitù, le dà respiro e più tempo per sé, ma soprattutto la affranca da una fatica immane che lasciava le ossa rotte e lo spirito affranto.

La  lavatrice è docile: lavora se tu vuoi, si ferma se tu vuoi; con una pezza “Acchiappa colori” ti lava contemporaneamente il bianco, il blu, il grigio. Noi donne abbiamo fatto una conquista di portata storica di cui non tutti (soprattutto la maggior parte degli uomini della nostra generazione) si sono resi conto.

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[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Maria Delli Quadri

Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere. Amava la musica, la lettura e l'espressione scritta dei suoi sentimenti.

12 commenti

  1. Minella Busico Marcovecchio

    grazie!

  2. Personalmente non ho vissuto questi ricordi, se non dai racconti della mamma e dalle tue righe. Lo ammetto, gli occhi si sono riempiti di lacrime.
    Grazie

  3. Io ricordo anche la “colata” con la cenere e quando mamma e un’altra signora “torcevano” davanti casa coperte e lenzuola a noi bambine sembravano enormi e sempre, per gioco, andavamo sotto “la doccia”dei panni che con fatica si strizzavano con tutta la forza delle mani!
     

  4. Il sapone di casa! mamma faceva bollire in una  una grossa “callara di rame”il grasso di maiale, avanzi di olio, soda e scatole di olà che io stessa andavo a comprare alla ripa da “Maria Ciamenga” o”Lina Garibaldi”,… Quando era bello sodo l’impasto si faceva raffreddare e poi si tagliava a pezzi un poco più grandi di una saponetta, il bucato veniva bello bianco e profumato!

  5. mia mamma, nata nel 1926 Schiavi d’abruzzo, mi raccontava che per il bucato andava al torrente della frazione ed in ginocchio e sulle pietre strofiniva le lenzuola e poi aggiungeva la cenere per farli diventare bianche

  6. Antonia Anna Pinna

    Maria, mia nonna si portava i panni alla bottega per passare il tempo diceva lei, pensa che ha fatto arruginire la lavatrice senza mai usarla perchè non le piaceva il risultato dei suoi lavaggi. Mi ricordo tutte queste belle cose, da noi andavano alla fonte vecchia, sui sassi più grandi si inginocchiavano e ci davano dentro le ragazze mentre cantavano e poi stendevano il bucato sui prati che gioia rileggere queste storie, grazie.

  7. Leonardo Tilli

    Erano tempi molto duri, le cose descritte si facevano anche a Fraine, con qualche piccola differenza: l’asse di legno su cui si strofinavano i panni si chiamava “LA STRUVLATORA” = (LA STROFINATORA) che veniva messo non in una “CALLARA DI RAM’e” ma “A NU TUNICC’e” = (IN UN TINACCIO … di legno). Come detersivo si utilizzava il sapone di casa. La liscivia che si otteneva dalla bolliture della cenere “pulita”, tanto consumata al fuoco che diveniva quasi bianca, si chiamava: “L’ACQUA COLA” o semplicemente “LA COLA”. Questa liscivia veniva utilizzata nel bucato, per togliere alcune macchie particolari, oppure per fare “LA CULATA” = (LA COLATA), che consisteva nel riempire di panni da lavare, disposti in un certo ordine, un tinaccio particolare con la caratteristica di avere sul fondo un piccolo foro tappato con un “turacciolo di legno” che poteva facilmente essere tolto. Questo tinaccio con i panni veniva posto in posizione sopraelevata con il vuoto sotto in corrispondenza del foro in modo da potervi inserire agevolmente un recipiente vuoto, per raccogliere i liquidi della colata. Questa operazione veniva predisposta la sera prima del lavaggio dei panni. Come atto finale si copriva il detto il tinaccio pieno di panni con un tessuto grezzo, rustico, con la trama molto fitta, chiamato “LU CULATURe”. Su di esso veniva versata lentamente la “COLA” in modo tale che filtrasse la “L’ACQUA COLA” e trattenesse eventuali residui di cenere. La colata poteva essere anche calda. I panni da lavare si lasciavano in ammollo tutta la notte. Il mattino successivo, si toglieva il tappo al tinaccio, e lentamente la “COLA” defluiva nel recipiente sottostante. Al termine si procedeva al lavaggio dei panni.

  8. Leonardo Tilli

    N.B.: “LA STRUVLATORA” a Fraine in tempi più remoti si diceva “LA STRUVULATAURA”

  9. Leonardo Tilli

    N. B. Correggo l’errore di “battitura”: “LA STRUVLATORA” = (LA STROFINATORA) che veniva messa non in una “CALLARA DI RAM’e” ma “A NU TUNICC’e”. Inoltre, “LA STRUVLATORA” veniva chiamata anche: “LA STRUVULATAURe”.

  10. cara Maria, cronaca perfetta, ricca di particolari -PRECISI E SIGNIFICATIVI RELATIVI AL TEMPO- ma accattivante come un “FANTASTICO racconto”, che “più reale” non si può. Posso confermare quasi ogni parola del lungo e sfiancante procedimento per il lavaggio della biancheria fatto da me pure, di persona… Ma fortunatamente interrotto–solo dopo due anni dal matrimonio -con l’acquisto della prima lavatrice. E chi se la dimentica!!… Anche se devo confessare che ancora oggi però io non disdegno il lavaggio a mano di parecchie cosette, specie i delicati….

  11. Descrizione avvincente …!
    Come al solito Maria Delli Quadri, descrive in modo mirabile fatti vissuti in prima persona di cui conserva un ricordo indelebile. La narrazione è ricca di particolari avvincenti che catturano l’interesse del lettore e gli fanno “rivivere” i tempi che furono. Nulla è affidato al caso. Anche le belle foto fanno capire la fatica ricorrente delle donne nel fare il bucato, … quando non c’era ancora la lavatrice. …
    A Fraine. nel 1865, (la data la cito a memoria, avendo letto l’argomento, da ragazzo, su un vecchio giornale), appunto, nel 1865 era stato costruito dal Comune “LU LAVATURe” = il lavatoio, con una fontana con annesso abbeveratoio, addossati al muro orientale del lavatoio, in località “Fonte nuova”. … In seguito essi vennero entrambi demoliti, dopo “l’arrivo”, nelle case, della lavatrice.
    “LU LAVATURe”, insieme alla fontana con annesso abbeveratoio, aveva dato il nome al luogo che veniva chiamato indifferentemente “LU LAVATURe”, oppure ” LA FONDe NOVe”.
    Oggi, come nome è rimasto “FONDe NOVe”. … Penso che il lavatoio con la “nuova fonte” siano stati demoliti anche per ampliare l’imbocco della strada che, dal “girone” della strada provinciale, conduce al santuario di Santa Maria Mater Domini, e/o, forse anche per altri motivi che non conosco. …

    Voglio correggere un errore “concettuale”, nel mio commento dell’otto luglio 2016, di cui sopra, quando scrivo: ( Questa liscivia … per fare “LA CULATA” = (LA COLATA), che consisteva nel riempire “di panni da lavare”, … . ) L’errore è questo: nella “colata” la sera si mettevano i “panni già ammollati e lavati durante il giorno”, di solito era calda, e non, come ho scritto: (la colata , … nel riempire di panni da lavare). Nel correggere non sempre si riesce ad essere chiari,

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