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Quando le carezze ai bambini erano contenute

Marisa Gallo
Sotto ombrelloni e palme, sul bagnasciuga o in acqua è frequente vedere e incontrare tanti bambini liberi di “volare” insieme all’aquilone, o giocare a costruire un castello di sabbia: gli adulti, genitori, nonni o babysitter li guardano, li assistono, dando un’occhiata di tanto in tanto allo smartphone; li coccolano, quasi viziandoli un po’; di rado qualche rimprovero…
Quanta strada è stata fatta nella cultura dell’infanzia e nel riconoscimento dei diritti dei fanciulli con la pedagogia, che ha migliorato non solo l’istruzione e l’educazione, ma tutta la vita e la formazione dei ragazzi! Soprattutto ha elevato, almeno nei paesi occidentali, l’obbligo scolastico, fino ai 14 anni e il limite per l’inizio dell’età del lavoro retribuito. Ua volta specie nei piccoli paesi il progresso “PEDAGOGICO” tardava ad arrivare e i figli erano affidati di solito alle cure materne- il padre spesso lavorava fuori casa e/o giocava meno coi figli… Forse lo facevano di più le classi signorili e abbienti, ma la numerosa “prole popolana” era lasciata allo spontaneismo, anche nei giochi, per strada, e le affettuosità erano scarse, ritenute superflue, o addirittura assenti… All’epoca della mia fanciullezza, insegnanti, genitori, nonni, si comportavano quasi tutti in adesione alla severità dei tempi! Non erano frequenti coccole e moine, anche verso i bambini, tanto che si diceva:<Mazze e panelle fa le figli bbelle> oppure abbastanza diffuso l’altro detto popolare: <“Le feigli zenne vascià quande dormene!”> “Bisogna baciare i figli quando dormono” ! In realtà contavano molto nelle famiglie patriarcali l’esempio e i consigli degli adulti; anche il vicinato era coinvolto e contribuivaall’accudimento/ rimprovero dei bambini. in forme varie e a richiesta. NON si viziavano molto i figli…le vacanze balneari erano ancora ai primi esordi, serbate ai ricchi, e il mare era solcato soprattutto da barche di pescatori e/o da navi e transatlantici per le merci e gli emigranti, che lasciavano la Patria, per l’avventura della “MERICA” ….
Eppure qualche carezza e/o una parola dolce, quando il bambino non dorme, non può che far bene e ingentilire l’anima! Ma TANT’È, o per meglio dire “TANT’ERA”!
Ho fatto parte di quella fascia sociale del mio paese, Montefalcone nel Sannio, non poverissima, ma molto “risicata” nelle possibilità economiche… ed affettive in genere, nata ottanta anni fa, nella casa paterna, di mio padre- quindi del nonno- quando era già stata un po’ modificata. Inizialmente infatti era un solo vano,” nu rite de casa” con uno spazio/cantina adiacente- al piano strada, per una famiglia di sette persone, ereditato da mio padre, che nel 1930 l’ha poi completato di un altro piano, per le camere da letto.
Possedere una casa di proprietà a quel tempo era un onore …ma anche un grande onere, per le scarse risorse economiche di cui disponeva la maggior parte della gente. Certo in paese il lavoro non mancava – tutto si faceva a mano e a braccia- ma era pur sempre limitato; si viveva “alla giornata” da parte di contadini e artigiani, come mio padre; mentre impiegati, insegnanti, autisti o personale dello stato -carabinieri e simili- erano ritenute persone di riguardo, che godevano di uno stipendio sicuro, quasi come le persone ancor più in vista: il dottore, il farmacista, l’avvocato, l’esattore, il parroco! E’ risaputo: la costruzione di una casa obbliga e richiede un gruzzolo non indifferente per l’inizio dei lavori, ma anche per il proseguimento e la sua completa realizzazione…e ,nel tempo per la sua munutenzione!!!! In paese la maggior parte erano case in pietra locale, spesso squadrate e “accapezzate”, martellate cioè con gli scalpelli, per renderle gradevoli all’aspetto. Cosa che non tutti si potevano permettere: significava incaricare prima uno scalpellino.
Mio padre divenne muratore, come il nonno, col quale trascorse i primi anni di apprendistato. Dopo aver terminato la 2 elem. nonno gli disse:”<Mo ti ‘mparate a ffa’ lu nome tei e pu’ menì ‘nche mai a fatijè!!! > “Ora hai imparato a scrivere il tuo nome e puoi venire con me a lavorare!!” Si cominciava APPENA a combattere l’analfabetismo, a saper FIRMARE col proprio NOME E COGNOME, non più col solo segno di croce. Semplicismo di MOLTE persone poco acculturate del secolo scorso, che nei piccoli paesi, basavano la vita sul soddisfacimento delle necessità comuni ed essenziali e una superficiale istruzione. Ma allora-nei paesi interni, molisani e non solo- erano brevi o assenti i viaggi, ci si spostava ancora e soprattutto con carri e muli, carrozze e cavalli; si leggevano pochi giornali e la radio era appannaggio delle famiglie ricche e benestanti. Era il 1915:scoppiava la I Grande Guerra! Cominciava una tragedia per l’umanità. Così -raccontava MIO PADRE- cominciò la sua vita faticosa, quasi un calvario: al primo lavoro con suo padre fu “costretto ” a camminare a piedi 5/6km -e Dio solo sa con quali scarpe- fin quasi a Montemitro, per costruire un “casino”, cioè una casetta di campagna, residenza di proprietari benestanti.
Mio padre cominciava a lavorare da muratore; invece un altro suo coetaneo- Classe 1908 – che pure aveva il padre muratore- Zi Giocondino- PROSEGUIVA la scuola. La sua pia mamma lo accompagnava, anche con la preghiera nel forte desiderio di diventar prete, ma ahimè il ragazzo Vittorio restò orfano a 13 anni. Zi Giocondino- rimasto vedovo, pure come mio nonno ed entrambi risposati- avrebbe voluto che il ragazzo facesse muratore, come lui, ma il destino e le preghiere della sua mamma ebbero la meglio: così entrò in seminario: ne uscirà Sacerdote: Don Vittorio Cordisco! Più tardi importante PARROCO in paese, fondatore della Casa di CARITA’ e dellla scuola MEDIA Parificata. Il destino, lo studio e la preghiera, operarono con forza all’unisono.
Il mio papà- ragazzino “assisteva” in tutti i modi suo padre, il nonno Domenicantonio; all’inizio era particolarmente faticoso “carrijè l’acqua”, dopo averla tirata su da un pozzo vicino, per l’impasto della malta,ma anche spostar pietre ecc ecc. Farà lo stesso anche l’altro ragazzo-Parroco; assisterà suo padre, ma sarà molto attivo in paese, a “PORTAR ACQUA” in ambito religioso e spirituale, con zelo e competenza teologica, per purificare l’anima dei suoi parrocchiani!
Io ho conosciuto Zi Giocondino, nonno della mia compagna di scuola, Siviglia, chè un girorno entrai un attimo a prenderci un po’ di “colazione”, a casa sua, offertami da lei, durante la ricreazione, abitando lei sullo stesso pianerottolo della SCUOLA MEDIA, da noi frequentata.Non ho conosciuto però il mio nonno paterno, nè quelli materni, morti,ahimè, prima della mia nascita. Credo però che MIO nonno non fosse molto disponibile, e forse, dal carattere autoritario. Papà ci raccontava COSì di aver “imparato l’arte” da suo padre, ma anche il vizio del fumo…perché il nonno “fumava come na ciminire”- Ciononostante papà non diventerà “grande fumatore”, ma non disdegnava il fumo <Mo me facce ‘n’alfe”>diceva sedendosi accanto al camino la sera, dopo cena…
Solo talvolta papà parlava del nonno, ma senza parole di grande, nostalgico o tenero rimpianto; anzi si lamentava che sempre nel lavoro non poteva applicare qualche sua idea “moderna”, nella scelta e/o posa di una pietra, di uno stipo incassato nel muro ecc Ahi, ahi il gap generazionale SEMPRE ESISTITO, s’insinuava a creare spesso tensione fra loro sul lavoro.
Perciò il nonno decise di fargli “continuare” l’apprendistato con altri mastri del paese. <“Cusciòi le vuide se pu fà’ de coccia tae! Tu ja arrispettà lu mastre, quille cummanne e nno ttu!>” -Così vedrai che non puoi far di testa tua; devi rispettare il maestro: lui comanda, non tu> Rispetto e soggezione verso il maestro a quei tempi! Però mio padre fu contento. Allora fu scelto lu mastre zi’ Silvio ROSSI, mastro-muratore affermato- che mio padre ricorderà poi con deferenza- scelto anche perchè vicino di casa, col quale papà crebbe e cominciò a nutrire l’idea di RI-costruire la sua casa paterna… ed in quella occasione, consigliato dal suo “maestro, prese anche a scalpellare qualche pietra,” tanto da appassionarcisi sul serio. Di lì a qualche anno “accapezzò” le pietre per ricostruire il muro del piano terra, e preparò gli stipiti e la pietra frontale della casa, che ancora oggi porta le sue iniziali: G E Gallo Emilio. Era il 1930, quando papà poi, alzato quel pianoterra “paterno”, pose la pietra frontale! Pietre prese lontano, oltre fiume, trasportate su forti muli e con tanto dispendio di forze e di spesa, per lui ancora molto giovane. Aveva 22 anni! Giovane serio ed onesto, ma povero! – che spesso lavorava fischiettando qualche motivo di opera, ascoltata dalla banda, alla festa del patrono SANT’ANTONIO!
Il suo amore per le pietre fu lungo tutta la vita, tanto che più d’una volta anch’io l’ho visto -passando insieme davanti ad una casa in pietra- che le lodava, quasi a voce calda, accarezzandole.< Che belle praete!> Dopo la morte del nonno egli continuò a vivere con la madre-nonna Carmela- che a suo modo gli stava accanto. Che la sera gli preparava la minestra da lui preferita: pizze e fauglie d’inverno, o le sagne ‘nche le pempedaure d’estate ( pizza di granturco e verdura o sagne col pomodoro- “. Così saporite …che come la sua mamma non le sapeva fare nessuno” -soleva dire papà- E si aiutavano a vicenda: papà dava una mano per qualche lavoro pesante in campagna: semina /raccolto/ vendemmia / raccolta delle olive… Una curiosa “spigolatura” a questo punto. Assolutamente diverso dal modo di ottenere oggi l’olio, per cui la molitura si fa subito alla raccolta delle olive per un olio meno acido e più genuino, papà pensava invece che le olive dovessero maturare, e le teneva in un angolo della cucina, ammucchiate per vari giorni … Poi pregava il trappetaro-il frantoiano – di dargli il turno di molitura la notte! Così il giorno poteva andare a lavorare come muratore; grande, indefesso lavoratore, senza grilli per la testa!
Che l’olio fosse acido o meno …io non l’ho mai avvertito: era sempre poco, questo sì, lo si capiva benissimo! E si viveva nel timore che finisse prima del nuovo raccolto! La nonna invece svolgeva i lavori più comuni e leggeri- sarchiare grano, granturco, fave e forse a luglio, dopo la mietitura, anche “spigolare” nei campi come tutte le donne del tempo in paese. Poi però l’instancabile e solerte nonna si adoperava di sostenere la famiglia anche con qualche aiuto esterno. La mia piccola e cara nonna, detta Carmenucce, era brava ad ordire le tele; pertanto era chiamata dalle famiglie con figlie femmine, presso le quali lavorava “a giornata”, ricompensata da alimenti in natura: olio, legumi, farina ecc che completavano quelli prodotti dalla sua campagna. A quel tempo tutte le famiglie– per lo più numerose- “tessevano”, tutto l’anno e tutti gli anni: ogni ragazza, appena o poco più che adolescente passava “la migliore età” non soltanto fra sogni di fantasia, ma a coltivare lino e canapa. Ricordo in particolare verso il fiume Trigno, campi interi coltivati con queste fibre; pezzi di cielo in terra, a maggio con la brezza di terra o lu “FAUGNE”-il favonio -secco e caldo, i fiorellini di un bel colore intenso, ondeggiavano desiderabili e promettenti! Quindi il lino si “scippava” con le radici, si faceva macerare per alcuni giorni al fiume, si faceva asciugare e si doveva battere con una specie di mannaia, per ridurlo a docilità e quindi filare, e finalmente tessere… Nostalgiche giornate estive nel paese, fuori nei cortili, quando lavoravano figlie, mamme e nonne! Un groviglio di pensieri, sensazioni e canzoni tra loro… Ma non è stata un’esperienza mia personale!
E l’amore premeva nei caldi cuori delle ragazze da marito, che aspettavano il promesso sposo o accettavano a volte il giovane scelto e destinato loro dai genitori! Matrimonio “combinato” da una “commara sanzane”…una sensale, alla quale bisognava fare come regalo per l’ambasceria…che cosa !? …Ma una camicia di lino, naturalmente! Tenera, semplice ricompensa, che a volte veniva scongiurata o ” dimenticata ” se il matrimonio naufragava…per un motivo qualsiasi! E’ stato maestro a raccontare una simile storia il poeta di Guardiagrele (CH) Modesto Della Porta con “LA CAMISCE DE LA RUFFIANE” (forse è trascritta sul blog ALTOSANNIO). Quindi più avanti nel tempo, mio padre ebbe come maestro e collaboratore il compare Agostino RAMPA; da ragazzina difatti qualche volta, pe’ ‘na mmasciata- un’ambasceria- mi mandavano a casa sua; ed io vi andavo volentieri, perché trovavo una delle sue ultime figlie, quasi della mia età, con cui potevo giocare un po’… Numerosa famiglia allora, alla quale papà fu legato per tanto tempo da lavoro e da comparanza! Ed io ho avuto modo di ricordare qcsa in un mio racconto…”UNA VALIGIA, COME UN BAULE”
Intanto papà dopo qualche anno cominciò a lavorare “in proprio”; diceva di essere un muratore “finito” “RIFINITO” e a guadagnarsi da vivere; le quattro sorelle più grandi si erano sposate, ed egli ultimo figlio provvedeva anche ad un fratello maggiore, zi Giannino, non del tutto autonomo-per un disturbo di parola/pronuncia, che viveva in casa, ancora a carico della nonna…
Giovanotto ormai, papà cominciava anch’egli a sentire l’attrazione del bel sesso e i suoi palpiti d’amore furono rivolti a mia madre; quasi sua coetanea, del 1909… Fidanzati per alcuni anni, si sposarono il 28 luglio 1938 – festa di san Nazario e san Celso, Patroni di Trivento, dove quell’anno mio padre lavorava come muratore… Fu stabilita quella data, perché a Trivento in quei due/tre giorni non si lavorava-essendo festa- ed egli così non avrebbe perso giornate di lavoro! Criterio assolutamente stacanovista, ma urgentemente necessario, per lui. Anche l’altro giovane di Montefalcone, coetaneo di papà, molto probabilmente era a Trivento, in quel periodo, ma con ben altre mansioni: Don Vittorio Cordisco era giovane RETTORE del locale Seminario Diocesano! Onore ed onere per lui, dal grande incarico, che durò vari anni. TRIVENTO inoltre ricorrerà anche nella mia vita di ragazza studentessa, perché nel locale Istituto Magistrale mi diplomai nel 1957, ospite nel convitto femminile. Del matrimonio dei miei genitori non ho alcuna foto; semplice e “contenuto”; non certo allargato, perché la famiglia della mamma non ostacolò il loro amore, ma era piuttosto freddina nei riguardi di papà, per la migliore situazione “culturale ” se non proprio economica di mamma. Che era sarta/ricamatrice, e lavorando in proprio, subito migliorò la posizione della famiglia: con la sorpresa della mia nascita -nove mesi esatti dal matrimonio -29 aprile 1939! Aveva come lavoranti, tre giovanette/nipoti di papà, che si erano molto legate a mamma, apprendendo da lei, che aveva frequentato la “sesta”- allora quasi una scuola “media” – non solo a cucire e ricamare, ma anche per svago qualche lettura e/o canzone. A detta di popolo, mamma-brava e affidabile- aveva tra le sue clienti alcune persone “bene” di Montefalcone del tempo: la zia comare, maestra e cugina di mamma,le altre cugine, le mogli del farmacista e di zi Silvio Rossi, vicini di casa, la moglie del maresciallo ecc. A tal proposito ricordo con nitida memoria, quando una volta mamma fece recapitare il vestito, che aveva cucito alla signora del maresciallo, tramite una nipote, sua lavorante. Io- intorno ai quattro anni- vispa e petulante accompagnai mia cugina pregandola: <Voglio consegnare io il vestito alla signora!> Era bello e di color verde chiaro … e quando lo porsi alla signora fui ricompensata con alcune buone e belle caramelle! Incartate con carte lucide e colorate: allora una leccornia di prestigio. E chi se lo dimentica!!!!!
Dopo tre anni nacque la sorellina, forse suscitando qualche gelosia da parte mia!? Strano, ma non ricordo carezze o moine nè di mio padre, né della mamma, mentre conservo indelebile la memoria del caldo profumo e la bontà del riso cotto nel latte, con la cannella, che mamma spesso ci preparava. Ricordo anzi che se facevo qualche capriccio, soltanto la nonna paterna- l’unica nonna da me conosciuta- talvolta mi consolava e mi allattava al suo seno vizzo, fra le sue braccia, seduta ad una “spera” di sole, che da ovest nel pomeriggio entrava dalla porta aperta di casa. Oh, quel sole allora caldo come una carezza! Chi può dimenticarlo!? Già…Ma ahimè, per me la mamma non ha fatto in tempo a ricamare alcun lenzuolo, neppure nonna Carmela ha “avuto tempo, nè modo” di ordire alcuna tela; non ha avuto la “fortuna” di veder realizzato un comò col noce che lei aveva piantato per me, alla mia nascita. Pratica questa piuttosto diffusa in paese, quando nasceva una bambina, che da grande “doveva portare in dote anche il comò!-Premuroso, caro auspicio, fallito, perchè in realtà il noce non crebbe ! Nè io ho tessuto, e quando ero prossima alle nozze…non avevo alcun capo di corredo! Però il destino ha rimediato con una situazione inaspettata, anche da parte mia!!! E con mia gratitudine! Ma questa è altra storia… PURTROPPO la nonna ci lasciò proprio in quel periodo: io avevo quasi 5 anni, e il destino aveva preparato malauguratamente l’agguato maligno anche per la mamma.
Era ancora in vita la nonna quando la mamma smise di lavorare, ammalatasi di tisi, già nel ’44- La medicina era allora molto carente per tutti, e tanti erano in paese i malati allora del mal sottile! Malattia e sofferenze che difficilmente si superavano!
E dopo un anno mamma, ricoverata a L’Aquila ci lasciò, giovane ancora, a 36 anni: morì il 9 dicembre 1945: io sei, la sorellina solo tre anni. Anche papà dovette affrontare la triste situazione, con animo forte e senza tempo per piangere a lungo; non poteva dedicarsi a noi, dovendo sempre lavorare sodo: ma non gli mancarono mai forza e volontà! Forse senza poter metabolizzare neanche il lutto, di lì a dieci mesi un suo compare /muratore di Palata, fu il tramite della conoscenza di una giovane donna, Maria, nata nel 1917, nove anni meno di lui.
Certo con una situazione familiare non proprio ottimale!
Sua madre colpita dalla “febbre spagnola” nel 1917, la lasciò orfana a pochi mesi,( con altri 4 figli); di lei e delle altre sorelle si occupò -bontà sua- la figlia maggiore, la quale, anche dopo sposata, avendo avuto a sua volta sei figlie femmine…fu lieta e spronata ad accogliere in casa sua le sorelle, per aiutarle ed esserne aiutata, con tante bimbe da allevare: tra pappe, camicette/abiti/ magliette da confezionare, pannolini e fasciatoi da sbiancare, non mancava il lavoro quotidiano…………. QUASI un matriarcato; e lei, Maria, si adoperava per le nipotine come zia baby -sitter, e a loro resterà molto legata, tanto che spesso d’estate verranno a visitarla nel mio paese, e così godere un po’ d’aria di montagna! Poi nel 1953, a 14 anni, andai anch’io a Scafa a star con loro-quasi settima figlia-per studiare all’Istituto Magistrale di Pescara- vi restai due anni soltanto- e le conobbi bene tutte …Nessuna aveva studiato, oltre le medie. L’ultima di loro aveva la mia stessa età.
Così papà e la giovane donna, Maria, unirono le loro situazioni familiari ed amorose e, a meno di un anno dalla morte di mamma, si celebrarono le nuove nozze di papà. MAMMà- così ci disse di chiamarla-aveva anche la permanente!- all’epoca una novità al mio paese- Gl’invitati furono accolti a pranzo tra la cucina e la saletta, su due tavoli quadrati, di noce, “a libro”!
La cosa che mi entusiasmava di più fu che mammà portò con sè una “grande bambola”, alta forse 50 cm, che pensavamo sarebbe stato il nostro giocattolo – mio e della sorellina! Ma così non fu! Era una bambola solo da guardare e alla quale si potevano fare poche carezze…Poverina anche per lei vigeva il clima di severità diffusa tra i bambini a quel tempo!? Perché mai anche a lei poche moine!? E che ci guardava essa pure, seduta sul mobile della radio o da una sedia, all’angolo della saletta, coi suoi occhi neri, il vestito d’organza gialla, le braccine tese in un abbraccio finto e irreale, le sue scarpette nere e le calzine bianche, che non si bucavano spesso come le mie, né si sporcavano, come le mie, con la cenere, quando accendevo il camino… Io e la sorellina avremmo tanto gradito portarla a letto con noi, convinte che in tre saremmo state più calde! Ma non ci fu concesso! Si sarebbe sciupata!!!?Ma era strano che  anche la bambola “Carmencita” mangiava poco e si sciupava talvolta come noi!
Le vicissitudini continuarono per papà. Che spesso andava a lavorare fuori nei paesi vicini: Roccavivara, Palata, Montemitro…Intanto mammà ebbe la prima figlioletta, ma morì a pochi mesi; quindi arrivò il fratellino tanto desiderato, nel 1949: < Il figlio maschio- diceva papà- porta avanti il nome della famiglia!>
L’anno successivo morì lo zio Giannino, che aveva quel difetto di pronuncia, ma che io ricordo con grata tenerezza, perché da piccolina mi portava in paese, non per mano, ma sulle spalle, come il buon pastore con l’agnello ritrovato. Così la sua camera fu adattata per noi sorelline: un letto ad una piazza e mezza su due trespoli di ferro, un saccone”crechelijente”, con foglie rumorose di granturco… d’uso frequente nel tempo, e un materassino di crine… Ma poiché noi figli crescevamo fu d’obbligo spostare il servizio igienico-niente affatto igienico davvero!-e toglierlo dalla cantina, che riebbe il suo ruolo naturale di accogliere botti e damigiane per il vino, legna da ardere, e dove si cominciò verso dicembre… ad allevare / ingrassare un maiale, per ammazzarlo durante le feste di natale, o giù di lì.
Papà quindi modificò mezza soffitta della casa, trasformandola in un terrazzino e un piccolo bagno…scomodo, all’ultimo piano, ma pur sempre un bagno, con la vasca celeste! Oh, ma il terrazzino era la parte più assolata della casa, utile a stenderci il bucato, e da una parte sul tetto, le grate di canna per i fichi secchi, che di tanto in tanto bisognava girare, o qualche serto di “iavulille rousce ” per condire le salsicce…Tanta gente questo lo faceva per strada o sul piazzale davanti casa, che noi però non avevamo. Piccolo terrazzino, ma per me uno spazio/pensatoio per sognare, assai godibile, specie nell’ora del vespero, a primavera, quando tornate le rondini, le inseguivo nei loro voli liberi, “impazziti” e nel loro garrire vivace. Puro divertimento, forse semplicistico- direi oggi- ma assai piacevole, per me allora appena adolescente, ancora poco maliziosa o malandrina.
Potevo seguire un tratto “panoramico” del Trigno e sulla sua riva sn Celenza, Tufillo, Palmoli, Carunchio, Schiavi d’Abruzzo, ecc. e una buona parte del mio paese: dall’edificio scolastico, al campanile; s’intravvedeva via Garibaldi, che portava alla piazza…e verso il Convento, più in alto, il Colle verde del calvario, con le tre croci.
Senza dire che sotto casa mia- essendo la strada principale: via Vittorio Emanuele II -si svolgeva il traffico delle macchine, pur se poche ancora- di qualche vespa e /o lambretta scoppiettante e…il passeggio specie della gioventù maschile del paese. E dove più tardi scenderà a passeggiare, dalla parte alta, dal “macchio”, anche qualche bella ragazza “macchiaiola”, mia amica, con le sue coetanee!
Nel ’60, giovanissima sposa io lasciai Montefalcone; ma già intorno al ’55 cominciò in paese il fenomeno dell’emigrazione verso le Americhe, e nel Canada; molti si orientarono nei lavori in Belgio,o in Germania ecc; papà divenne lavoratore stagionale in Svizzera, come scalpellino. E ad onor del vero migliorò la situazione economica familiare, con l’emigrazione di papà, tanto che decise di restare in Svizzera fino alla pensione-per 25 anni! Seguito dopo qualche anno anche da mia sorella, che vi rimase solo per 10 anni, lavorando sodo, ma proprio tanto, e dove nacque anche suo figlio, mio nipote! Le peripezie, continuate ancora e protratte nel tempo, hanno temprato mio padre, rendendolo nel fisico una “robusta quercia” dai modi severi, semplici e pratici… Non aveva una grande dimestichezza con la cultura, né con la religione, o meglio con le pratiche religiose. Colpito dal male ad 85 anni, divenne un fuscello e morì nel 1994! La sua casa, costruita personalmente, ora, vicina al secolo, sta deperendo piuttosto miseramente…
Ahi in paese si contano purtroppo tante casette in questo stato, con l’allontanamento dei proprietari, e la drastica diminuzione della popolazione..
Dal canto suo invece Don Vittorio, forse dal punto di vista “familiare” ebbe una vita meno austera; non lavoro di braccia il suo, ma forse più “pesante” ancora! Nel fisico più fragile, ahimè, si spense nel 1972! Anch’egli, come mio padre aveva modi “spirituali” severi e competenti come Parroco, ed altrettanto severi, preparati e ricchi come Preside della SCUOLA MEDIA, anche da me frequentata. Ma POTENZA della memoria! Egli ancora vive a Montefalcone nella /per la sua opera, la CASA di CARITÀ, oggi al suo 70° anno di fondazione! Nel PALAZZO DUCALE- da lui fatto ristrutturare all’uopo- ancor oggi sono accolte persone anziane, assistite con grande dedizione dalle Sorelle Francescane della Carità, fino all’ultimo miglio di vita! Detto per inciso: quella nipote minore del grande Parroco e mia compagna di scuola, Siviglia, pure lei e sua sorella maggiore rimasero, ahimè, orfane di madre. Ma ora lei è la Madre Generale, SUOR VITTORIA! Attiva e impareggiabile come suo Zio! Come quei due ragazzi coetanei ebbero due strade e due destini diversi, anche NOI due, uguali e diverse, donne/madri; lei di tante figlie, io soltanto di due!
Solo qualche rara tenerezza papà ha esplicitato apertamente, anche verso noi figli. Sono state scarse per noi le occasioni di feste familiari, o di vicinato o di parenti, che ci abbiano visto coinvolti! Una vita assolutamente normale, alquanto austera, “seriosa”, sempre senza superfluo…Quel che oggi sembra ancor più indispensabile del necessario! Papà aveva pochi amici…perchè poco accondiscendeva all’allegria e alla complicità festaiola! Quando, è risaputo, è comprensibilmente molto più facile ri-trovarsi in un cerchio amicale/ complimentoso!… E sarà così anche dopo, per me, col mio fidanzato/marito: stesso carattere “riservato”! Un ultimo suggestivo, lontano ricordo: nei primi anni di lavoro in Svizzera, papà ripartiva subito dopo l’inverno, entro marzo, appena arrivava il permesso di soggiorno col contratto annuale di lavoro dalla ditta Brawand; prima, senza contratto non si poteva ripartire! Beh, allora anch’egli si commuoveva forse di doverci lasciare e dopo aver salutato mammà e il fratellino nelle altre stanze, passava da noi, e nel lettino di paglia, ci baciava con baci forti e rumorosi, con paterna/ tenera raccomandazione: < Nen tenete penzire…Ssa fà’ a Ddije, la staggione passe subbete! Facete le brave, v’arreccumanne a tutte e ddu, Bianca e Marisa! Studiete a la scaule, ubbidite a mammà, nen me facete arruuè nutizie malamente! Specialmente a ttae Marise, che sije cchiù grosse!> Papà s’incoraggiava da solo!L’educazione spartana da lui ricevuta da ragazzino, in fondo col tempo si era addolcita e talora si rivelava TENERAMENTE AUSTERO! Non ci faceva scendere in cucina, col camino spento; diceva di non alzarci. Quindi usciva di fretta con la sua valigia di cartone! Nella quale, a Natale, al suo ritorno, ci avrebbe riportato tante tavolette di cioccolata, dolce come carezze…
Si sentiva la corriera già in moto, davanti all’edificio scolastico, partire dopo qualche minuto, e noi restavamo più sole, veramente senza alcuna moina o coccola! Era appena l’alba e faceva freddo… Le Sue parole restano ancora stampate nella mente e nel cuore, e da ragazza ho cercato di non deluderlo. Mi chiedo se la tenerezza è innata dote del carattere o s’impara e si tramanda in eredità!
TANT’ERA! (Così era)

Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri

About Marisa Gallo

Marisa Gallo, molisana di Montefalcone nel Sannio, insegnante, amante e cultrice della Poesia, più per hobby che per professione, impegnata a restare al passo dei tempi, ma con animo caldo, non sclerotizzato dai media aggressivi.

2 commenti

  1. Antonia Anna Pinna

    Cara Marisa, la nostra giovinezza è stata dura ma non la cambierei con nessuna al mondo. La tenerezza era imbarazzante per i nostri genitori e nonni perché non ne conoscevano la dolcezza. Il tuo racconto è ricco di storia vera che ci appartiene e ci unisce. Un caro abbraccio affettuoso

  2. Esther Delli Quadri

    Bello, interessante e coinvolgente come sempre il tuo racconto sulle memorie del passato!
    Una frase mi ha colpito particolarmente: che per i bambini di oggi il superfluo ( le attenzioni) sono forse più importanti del necessario!
    Come è vero, Marisa! E quanto questa tua riflessione ci da la misura del cambiamento dei tempi!
    Un caro saluto.

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