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A piedi, in luoghi di guerra, per una giusta missione.

di Maria Delli Quadri

I fatti che mi accingo a narrare sono realmente accaduti ed hanno visto come protagonista coraggioso, se non temerario, mio padre che all’epoca aveva 40 anni.

Era il 1943, periodo cruciale per le sorti dell’Italia e della guerra che ebbe i suoi contraccolpi anche nel Molise, soprattutto in quello altissimo (Capracotta e dintorni furono particolarmente colpiti, rasi al suolo, le popolazioni sfrattate). La nostra regione aveva allora una sola provincia: Campobasso, che, da alcuni mesi, era già sotto l’autorità degli alleati, mentre le nostre zone erano ancora presidiate dai tedeschi. Tale situazione impedì al provveditorato agli studi del capoluogo di attivare le procedure per il pagamento degli stipendi ai maestri dei nostri paesi i quali rimasero senza risorse  economiche per quattro mesi. L’unica fonte di reddito per la maggior parte di essi era questa paga che, se pur modesta, permetteva alle famiglie di fare la spesa. Si dovette ricorrere al credito nei negozi e non sempre l’uomo o la donna dietro il bancone accoglievano le richieste con gentilezza e  comprensione.

Alla fine di ottobre i tedeschi andarono via da Agnone, dopo aver fatto saltare con le mine ponti, strade, ferrovia, centrale elettrica e ogni altra opera che potesse servire agli alleati.

Ricordo quel pomeriggio di terrore. Le esplosioni si succedevano a ritmo serrato, una più forte dell’altra, terribili: tremavano le case, i vetri si frantumavano, la folla era quasi impazzita. Tutti ci recammo nella chiesa dei Cappuccini (quella vecchia) ed io, bambina  di otto anni, stringendo forte la mano della mamma, entrai: buio fitto fuori e dentro, sembrava che anche la luce di Dio avesse abbandonato uomini e cose. Le donne, riunite nel tempio, recitavano preghiere e giaculatorie, si battevano il petto e chiedevano perdono, invocando Gesù, Maria, tutti i santi del paradiso e le anime del purgatorio. Perdono per che cosa, poverine? Loro  erano le vittime, ma non lo sapevano. La nostra zona rimase desolata; per settimane restò terra di nessuno. Tuttavia ogni tanto una pattuglia tedesca veniva a rapinare i cittadini sotto la minaccia del mitra o della dinamite e poi andava via portandosi dietro maiali, galline, prosciutti, oro e argento, se lo trovavano ,ed anche uomini e, soprattutto, giovani da inviare nei campi di concentramento.

Intanto, per tornare alla nostra storia, il direttore didattico del tempo convocò i maestri per discutere sull’argomento “stipendio“. Si disse che i tedeschi erano andati via ma che potevano anche tornare, che l’inverno era alle porte e che bisognava recarsi assolutamente a Campobasso  per ritirare queste  benedette paghe che erano rimaste lì congelate.

Un solo insegnante, fornito di credenziali e di altri documenti necessari, doveva compiere la difficile impresa e riportare “in loco” le mensilità (quattro) di cinque comuni: Agnone, Pietrabbondante, Poggio Sannita, Belmonte del Sannio e Castel Verrino. Non era certamente facile, perché mancavano i mezzi di trasporto, ormai distrutti, e gli animali da soma erano inesistenti.

Unica soluzione: andare a piedi fino a Campobasso e ritorno, attraverso le mulattiere e i tratturi. Quanto tempo ci voleva? E le mine disseminate ovunque? E le possibili aggressioni di ladri e malfattori? Un uomo solo per le strade del Molise, con tutto quel danaro addosso era un boccone troppo ghiotto per essere trascurato. Dopo ampia discussione la scelta dell’ “eroe” fu fatta: unanimemente fu incaricato della missione mio padre, il quale, sia pure con qualche timore, accettò l’incarico.

Tutto fu organizzato nel massimo silenzio: nessuno doveva menzionare con la famiglia, coi parenti o con gli amici questo fatto, pena la vita del predestinato all’incarico.

La Partenza

Prima tappa, in bicicletta, fino a Pescolanciano, dove già c’erano gli alleati. Fiumi e torrenti attraversati a piedi col mezzo sulle spalle, sotto la pioggia battente che rendeva il terreno viscido e sdrucciolevole. Giunto al paese sopra detto, lasciò la bici da alcuni amici, poi, con un lasciapassare ottenuto dal comando, previa raccomandazione dell’interprete, il giorno dopo poté salire su un autocarro che trasportava sfollati dai paesi distrutti della riva destra del Sangro, fino in Puglia. A Campobasso l’automezzo non si fermò, passò oltre; poi, per fortuna, a un chilometro più in là un ingorgo di traffico costrinse l’autista a fermarsi. Mio padre ne approfittò e, dopo avere augurato buona fortuna ai malcapitati compagni di viaggio, scese e cominciò il cammino a ritroso per raggiungere il capoluogo. Il  pensiero dei poveri sfollati lo accompagnò per tutto il percorso: dove li avrebbero portati? C’erano donne e bambini che piangevano e Giuseppe, pensando a loro, fu assalito dall’angoscia più intensa. In preda a questi tristi pensieri, si ritrovò nella città.

L’arrivo a Campobasso

Era pomeriggio ormai; era stanco e aveva bisogno di mangiare: nei ristoranti niente maccheroni, niente carne, pane o vino; solo cicerchie cotte e acqua fresca. Si accontentò. Subito dopo si recò in provveditorato, dove fu ricevuto dal dott. Cammarosano,( provveditore agli studi). L’incontro fu cordiale: l’uomo ascoltò, guardò i documenti, diede disposizione che tutto fosse messo a punto per la riscossione presso la banca d’ Italia, carte da ritirare il giorno dopo. Così fu (non so dove abbia trascorso la notte.)

La mattina successiva, mio padre, dopo aver ritirato tutti i fascicoli necessari, approdò finalmente alla banca d’Italia per l’ultimo atto di questa missione che, tutto sommato, stava per giungere al traguardo finale.

Il diavolo ci mette la coda, come si dice; e cioé? Cosa accadde?

Difficolta’ Burocratiche

La banca non poteva affidare tutto il malloppo ad un uomo solo, perchè, prescindendo dalla fiducia nella persona, il trasporto del denaro sarebbe dovuto avvenire in condizioni precarie e pericolose, su strade dove era passata o era ancora in atto la guerra.

L’audace spedizione che era giunta quasi a compimento crollava miseramente. L’uomo uscì dalla banca in preda allo sconforto. Come fare per uscire dal vicolo cieco in cui era venuto a trovarsi?

Ad un tratto una luce si accese nella sua mente: la salvezza sarebbe venuta da un paesano: Rosario D’ Aloise, funzionario presso l’intendenza di finanza. Il sig. D’ Aloise ascoltò la storia dell’amico e mosso dal senso di appartenenza allo stesso luogo natio, stilò un documento in cui si attestava, previa consultazione di fascicoli polverosi, che mio padre era proprietario di una casa, che era maestro, padre di quattro figli (Flora non era ancora nata) ecc. ecc.

Provvisto del documento prezioso egli tornò in banca e questa volta fu fatto accomodare in attesa che la ingente somma venisse preparata .Era un malloppo impressionante: un pacco di “am-lire (Stampate dall’AMGOT, corpo di polizia alleata: era carta moneta).

Giuseppe accettò di firmare una dichiarazione di responsabilità: in caso di perdita, avrebbe dovuto risarcire tutti i colleghi. Col pacco tornò da Rosario, nel cui ufficio in segreto trasferì le preziose buste nelle tasche interne appositamente cucite nella maglia intima e nella camicia. In verità sembrava ingrassato ma nessuno mai avrebbe potuto sospettare che fosse imbottito di biglietti di banca.

Il Viaggio di Ritorno

Il viaggio di ritorno cominciò la mattina dopo: da Campobasso a Torella del Sannio, viaggiò su un camion, da Torella ad Agnone a piedi. Giunto al fiume Trigno il primo ostacolo: il ponte, fatto saltare dai tedeschi, non c’era più. E’ proprio vero che la fortuna aiuta gli audaci: lì, nei pressi, un mugnaio, impegnato nel restauro del proprio mulino, aveva un grosso mulo, sul quale, dietro compenso, il maestro poté attraversare il corso d’acqua e si trovò tutto intero sull’altra riva. Da qui il viaggio a piedi sulla salita per Poggio Sannita.

Lungo il tratturo trovò alcuni contadini agnonesi fermi a consumare una merenda. Tornavano da Bagnoli del Trigno, dove, alla fiera, avevano comprato i maialetti che grugnivano nelle gabbie legate sul basto dei muli che, a loro volta si rifocillavano brucando l’erba dei prati. Fu la salvezza!  Mio padre si rifocillò con pane bianco, formaggio e vino. Poi, insieme ad essi riprese la via del ritorno. Stanco e spossato si aggrappò alle corde del basto, facendosi trascinare da uno dei muli.

L’arrivo ad Agnone

Era notte fonda quando arrivò ad Agnone. Il paese, senza luci, era spettrale e deserto  Non un segno di vita, non una  piccola fiammella: il mondo taceva avvolto nel silenzio e nella paura: il giorno prima c’era stata una sparatoria per le strade, per fortuna senza vittime.

Giuseppe sgusciò in casa, sprangò la porta e nascose il tesoro. Aveva dovuto chiedere l’elemosina per una cosa che spettava di diritto a lui e ai compagni.

Tutto è bene quel che finisce bene.

La bicicletta lasciata a Pescolanciano fu recuperata in un secondo tempo. Gli amici l’avevano conservata per bene.

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Io avevo otto anni all’epoca, per cui ricordo pochi fatti, anche perché, per la mia età, non ero consapevole dei discorsi dei “grandi”.


Liberamente tratto dal libro” MEMORIE DI UN OTTUAGENARIO MOLISANO” di Giuseppe Delli Quadri

[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

About Maria Delli Quadri

Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere. Amava la musica, la lettura e l'espressione scritta dei suoi sentimenti.

2 commenti

  1. Flora Delli Quadri

    Bello questo racconto. Con la solita maestria, Maria riesce a trasmettere il pathos di quel viaggio avventuroso.

  2. Spesso, gli atti di valore rimangono ignorati. …
    Maria Delli Quadri, ricorda e, nello scrivere, quasi si immedesima completamente nella situazione e rivive un nobile e coraggioso comportanento di suo padre. Il suo papà, per una necessità molto importante ed anche per altruismo e per un nobile fine, accetta di affrontare un disagevole viaggio, a piedi e con mezzi di fortuna, da Agnone a Campobasso e ritorno, nel momento storico del passaggio del fronte … con tutti i disagi, i timori e i pericoli della eroica situazione! …
    Tutto questo è descritto con grande amore e filiale ammirazione da Maria Delli Quadri che ci ricorda anche alcuni momenti molto critici, vissuti dalla popolazione di Agnone. Ci fa rivivere i momenti in cui alcune forti esplosioni distruttive dei tedeschi, avevano fatto crollare i ponti delle strade che conducevano in città.
    Quelle esplosioni, oltre al resto, avevano fatto tremare anche il cuore ed ogni fibra alle persone, aumentando lo spavento e il terrore. Molti si erano sentiti “perduti e in pericolo di vita. In quei momenti anche lei piccolina, insieme alla sua mamma, andò in chiesa, ove vi erano anche molte altre donne che preghavano. “Si raccomandavano, …chiedevano perdono. Nella preghiera cercavano aiuto, conforto, fiducia, speranza e salvezza … per tutti i loro cari …
    Grazie, Maria Delli Quadri, per le emozioni che ogni persona, che legge il tuo splendido racconto, può provare!

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