Home / Cultura / Petunie viola

Petunie viola

Antonella Litterio

Alle mie sorelle

“Eravamo una famiglia felice. Per Tolstoj, dunque, una famiglia non troppo interessante. Ma chi mai desidera essere interessante a costo d’essere infelice?”.

In esergo: 

“Oh, non si preoccupi, signora sto solo evocando dei ricordi; sa, dopo tanti anni ogni cosa scompare. Ecco, veda, nel punto dove era il mio letto è cresciuto un melo, e la Singer si è trasformata in un cespuglio di rose. Ma degli ippocastani, signora, come vede, non c’è traccia. La ragione, signora, è che gli ippocastani non hanno ricordi propri.”  Danilo Kis, “Dolori precoci” 04.02.1956

“Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono piu’.”Ferzan Ozpetek.

Era l’inverno del 1956, bianca e brillante la neve accecava e gelavano le tubature dell’acqua; quelli erano tempi in cui non c’era il meteo a tenere informata la gente, la natura seguiva il suo corso e le stagioni erano scandite da ritmi regolari. Quell’anno l’inverno era tale e il “generale bianco” si era impadronito di tutto con i suoi sottoposti: gelo, brina, vento. Il signor Luigi, il capofamiglia, doveva provvedere all’acqua, che non veniva giù dai rubinetti, nonché a tenere a bada la sua ultima frugolina che lo seguiva dappertutto. Così fui incappucciata da non potermi muovere, il babbo mi prese a mò di fagottino, riparandomi sotto un cappottone di pesantissima lana.

Era una vera famiglia, la nostra, quattro sorelle e una supermamma, che aveva un bel da fare. Cecilia, la più grande tra noi: una massa di capelli neri e due olive per occhi, una gradevole figura, piccolina, con un seno prosperoso, sposata con Michele, giovane talentuoso e serio; l’anno seguente sarebbe nata la mia prima nipote, non mi sembrava vero poter condividere i giochi con qualcuno, ma, un po’ mi infastidiva: ero la più piccola e ne godevo ogni privilegio. Piera, colta, dolce e riservata, aveva un fidanzato bello, dagli occhi verdi e i capelli in piega come un attore del cinema, poi mi faceva ridere e i suoi doni erano deliziosi, in cambio dovevo dargli: “un bacio alla castagna”.

In autunno sulla nostra stufa trionfavano le caldarroste e le ballotte, queste ultime odoravano di alloro fresco, che la mia mamma adoperava insieme a tante altre erbe mediterranee. La cucina, soprattutto, ai primi freddi, sembrava l’antro della Maga delle Spezie. Tornando alle sorelle … Piera insegnava da maestra nelle campagne più sperdute della regione: una volta l’ho accompagnata e mi sarebbe sembrata un’avventura fantastica se solo non ricordassi ancor oggi il buon sapore di un pane fresco con burro e acciughe, al mattino, sì burro e acciughe, altro che brioche e caffellatte. Piera mi cuciva i vestiti, mentre Vittoria, un’esile figurina dai capelli corvini e dagli occhi enormi, tentava di addormentarmi al pomeriggio: scherzavamo un po’, poi mi spaventava con l’imitazione di “Jesebel”, angelo cattivo, tremavo di paura e forse, qualche volta, è riuscita nel suo intento. Le mie tre sorelle erano anche un po’ le mie mamme, ma nessuna di noi avrebbe potuto competere con lei: indomita, un po’ selvaggia nell’accezione più giusta del termine. “Un asino di fatica”, così si autodefiniva, non era tenera con noi o, per lo meno, non lo dimostrava, ma è stata travolgente, passionale, istintiva e, da vera leonessa, salvaguarderà le sue cucciole anche quando Luigino non sarà più con lei. Era bella e accogliente la cucina di mattonelle bianche e nere: c’era una stufa, alimentata a legna, su cui sobbollivano le pietanze. Faceva caldo in quella casa e non era certo il braciere ad emanarlo, da quello salivano soltanto gli effluvi delle bucce di arance e mandarini che inebriavano l’ambiente. L’unione e l’amore riscaldavano casallegra: su una splendida radio con giradischi andavano “Only you” dei Platters, “Scandalo al sole” e vecchi 78 giri cari a mio padre: “Verdeluna” e “La danza delle spade”. Il cantante in voga, Domenico Modugno, spopolava con “Ciao, ciao, bambina…” e il mio babbo la cantava con lui per me sola. Molto tempo dopo ho appreso che il vero titolo era: “Piove” ma quelle note per me corrisponderanno a un dolcissimo, inaspettato commiato.

Ricordo ogni momento di quei giorni. Le feste natalizie venivano allietate da tanti doni: era il tempo in cui la Russia e l’America mandavano satelliti nello spazio, lo Sputnik con la cagnetta Laika; tra i doni di Natale avevo ricevuto un gioco spaziale: stendevamo il cartone blu, che era l’universo, e si giocava con i satelliti colorati, li conservo ancora, anche quello con due piedi, perché il terzo era gravitato indecorosamente sul fuoco del braciere. La casa era bella, c’era l’eco di parole, risate, benevoli improperi di mia madre e la condiscendenza un po’ sorniona di papà Luigi. Cecilia si era trasferita, poco distante da noi, mentre Piera e Vittoria lavoravano e pensavano ai loro amori; com’erano belle con le gonne larghe stile anni ’50, oggi si direbbero “vintage”, belle signorine di buona famiglia nella loro gioventù compassata, ma briosa. Vittoria, fiera della sua somiglianza con un’attrice del tempo, Ilaria Occhini, si era fidanzata con Nini un giovanotto che a me sembrava un po’ cupo, ma tanto dabbene. Ricordo le sue camicie a quadri e ancora, quando cominciai a frequentare la scuola, la dolcezza e l’attenzione che poneva nel farmi attraversare la strada quando veniva a prendermi all’uscita. Il tempo trascorreva veloce e i tigli e le conifere di fronte casa accompagnavano, sentinelle mute o fruscianti, i momenti della nostra vita. Vittoria m’insegnò l’hula-hoop mentre Piera tentava di guidare le mie facoltà intellettive.

Non potrò mai dimenticare il vestito di carta che indossai a Carnevale. Piera mi portava con sé, ai corsi pomeridiani nella scuola in cui insegnava e io ero orgogliosa di indossare quello splendido fiore di cartapesta, mi sentivo Trilly, la principessa del prato, ero davvero felice con un abito di carta. Ci si ingegnava con poco, ma il materiale non era importante, contava la fantasia, la creatività e l’amore che ci legava. Quando Cecilia scoprì di attendere la sua bimba, anche mia madre si mise in competizione, era molto inibita, inizialmente, dato che aveva poco più di quarant’anni, ma poi fu bello sapere che c’erano due vite in arrivo. Quello che non potevo certo prevedere era che, di lì a poco, la mia infanzia avrebbe avuto uno scossone brutto. Nella nostra casa non eravamo mai soli, venivano a trovarci i parenti di Michele, ricordo il fratello Peppino che, addirittura, compì i suoi studi a casa nostra per poi finire a Beirut tra petroli e tappeti. E mamma faceva miracoli. La mortadella era un lusso, bastava soltanto una fettina per ogni commensale, la tavola era gioiosa. Quando Cecilia andò sposa, un primo ricevimento si tenne in casa, e i dolci erano sotto il lavello, in cucina; nella stessa cucina, sistemata alla meno peggio, dormiva la sposa. Uno zio del coniuge, il famigerato zio Canio, fu sorpreso di notte, a far incetta di dolci, con somma meraviglia di mia madre e le folli risate di noi tutti. Le estati erano bellissime, io giocavo nel quartiere; piccola come un furetto, facevo disperare tutti perché non ero quel che si dice un modello di bambina e poi, non amavo il cibo. A  sera, quando il mio babbo, stranamente per me, sistemava un cuscino sul davanzale della finestra, per godersi l’aria frizzante e respirare meglio, iniziavano le mie manovre per appropriarmi, indebitamente, del lettone.  Mia madre non voleva, ma, veloce, m’infilavo sotto le spesse canotte di mio padre che di lì a poco s’impregnavano di un liquido paglierino. La mamma urlava, ma il babbo la rasserenava e mi stringeva in modo complice a sé. Siamo stati così felici. Ad Aprile del ’59 nacque la sorellina, non mi piaceva molto, babbo aspettava un maschio, ma quando la vide la carezzò piano e disse: “Però è bella!”. Vittoria esclamò, quasi indignata: “Un’altra femmina!”. Io non pensai nulla, neanche realizzai che ormai non ero la più piccola, perché continuai a essere la principessa di casa. Paola  era la sorellina zitta, tranquilla, quasi un fagotto, non dava fastidio a nessuno, per lo meno non quello che avevo dato io, per molti versi. A luglio del ’59, il 24, in piena estate, quando il sole era alto, il cielo terso e non dovrebbe morire nessuno, il babboimprovvisamente ci abbandonò nello sconforto più totale: cantavano i grilli, c’erano le giostre, tutto strideva con quanto ci era accaduto. Io gli passai una mano tra i capelli folti e neri, come per un saluto rancoroso, Paola continuava a dormire e a mangiare, ignara del dramma che ci era piovuto addosso. La nostra casallegra era un andirivieni caotico di gente conosciuta e non, ricordo mia madre che, con la sua forza indomita, tentava di sconfiggere la morte, massaggiando i piedi del suo sposo, del suo amore; io ero lì che guardavo e mi rendevo conto che questa volta anche tutta la nostra forza non sarebbe bastata a sconfiggere la morte. Ho odiato per sempre i cavalli neri e una strana carrozza che portò via da me il mio principe, ingoiai tutte le mie lacrime, pensai di non aver più spazio per le fiabe. Invece il vero miracolo lo compie anche la morte: continuammo a vivere sorreggendoci l’un l’altra e, mia madre, fu il nadir e lo zenith, l’est e l’ovest. Tutto ciò che è venuto dopo l’abbiamo costruito insieme. Era difficile farle accendere il famoso forno Virtus, uno strano aggeggio o forno a campana, per un dolce o una ciambella, ma pian pianino quella donna riuscì ad adempiere tutti i doveri verso le figlie, vivendo per loro stesse. Ci stringemmo tutte vicine in un mutuo scambio di amore, centralità del rispetto e del sentimento che lei ha preteso, la vigoria e il coraggio di chi è abituata da sempre al sacrificio, ha permesso che noi crescessimo. Poi c’era la piccola cui pensare ed è proprio in questi frangenti che mi commuovo nel ricordare la forza di una donna semplice, intelligente, intraprendente che ha accettato il destino, senza sentirsene schiacciata, ma opponendogli sempre la vita, l’ilarità, lo scherzo. Non frequentava le funzioni liturgiche la mia mamma, ma la sua vita è stata una missione, non si recava in chiesa a pregare, ma aiutava le figlie, cercava di fare quello che andava fatto, sempre. Ed è per questo che i suoi nipoti e tante persone giovani hanno compreso il suo spirito, il suo messaggio, l’essere  progressista al punto di dire alla figlia incinta: “Non sposarti, ci penso io a te, alla tua creatura”. Lungimiranza di madre, no, di mia madre, che ha vissuto la sua lunga vita senza un lamento, dandosi e infondendoci coraggio fino a quando, ormai allettata, ancora desiderava ascoltare le mie poesie per potermi dire poi: “Bella di mamma, continua, continua…”.

Questa è una storia comune, di una famiglia comune, ma ogni volta che ascolto “Only you” o ricordo gli ultimi giorni di mia madre, mi torna in mente una sua filastrocca, che era solita recitare per dimostrarmi che c’era, anche se la sua mente e i suoi occhi rincorrevano chissà quale passato!

“Mazzamarriell’ arret’ alla porta,                     “Uomo cattivo dietro la porta,
n’c’ menì p’ chesta nott’                                    non venire per questa notte
ch’è turnat’ tata mi’                                          perché è tornato il mio papà
ha purtat’ na ‘unnella                                        e ha portato un grembiule
chiena d’ cioff’ e zaganell’ ”                              colmo di nastri colorati e fiocchi”

Di tanto in tanto anch’io recito quella filastrocca e, per incanto, ritorno bambina, sul balcone di casa mia, con le bolle di sapone, a mangiare i peperoni verdi fritti, a tinteggiarmi le unghie con i petali dei gerani. Con Paola e Clementina si giocava alle telefoniste, infilando le mollette dei panni tra i ferri del balcone, o a sentire le parole di mia madre: “Non sciupate le campanelle”. Le petunie viola, le preferite da mia madre, i gerani, le rose, gli oleandri trasformavano il nostro balconcino in un giardino esotico e noi in fortunate principesse di chissà quale regno. 

Sono stata felice. I ricordi dell’infanzia ci predispongono agli adulti che saremo. Qualunque vita verrà dopo, essi saranno custoditi gelosamente in uno scrigno per vivere appieno tutti gli eventi e spiegarci il senso del nostro essere al mondo.

3 giugno 2008, h. 15.30.

“Ti parlo del mio libro, dici che forse lo sapevi già e rincorri chissà quali altri pensieri, ti ho portato le mie rose, pensi subito di donarle a Luigino e io provvedo. Intanto il tuo sguardo è vuoto, vaga, però pensi a chi potrebbe farmi compagnia oggi e forse per la vita… non vuoi lasciarmi sola, non vuoi andare via senza avere assolto tutti i tuoi compiti. Torni a guardare in alto, a rincorrere cosa? Chiami, esclamando d’un fiato, tua madre e io, in questo gelido giorno di Giugno, penso a me e se mi sarà dato, un giorno, chiamarti. Provo a farlo ora, ma il congiungimento delle labbra, pronunciando “mamma” m’impone un groppo alla gola e allora piango, piango adesso perché ti sento lontana; quando non ci sarai più mi ricorderò questo momento e tenterò di essere più serena. Quella volta, il taglio del cordone ombelicale sarà definitivo e io avrò smesso di essere figlia; ora piango e non per me, ma per il dolore che provi tu e, lo manifesti tutto, a smettere di essere madre. Non ti consola neppure una preghiera, hai paura dell’ignoto, tu che sei stata forte, pronta a consolarci, a districarti nel fitto bosco della vita. Adesso questa tua fragilità dovrà essere la mia forza, non voglio ricordarti così debole e in attesa… Tu sei quella dei travestimenti carnascialeschi, delle continue prediche, dei conti spicci e del rifiuto dell’Euro, quella che non ha avuto tantissime gioie dalla vita, ma che l’ha intesa e accettata per quello che è; e quando proprio non ti andava a genio pensavi tu a trasformarla con le tue performance, le fantasie e le bugie. Con quanta passione e libertà hai vissuto, adesso ti stai arrendendo e, a volte, hai anche paura, ma quando arriverà “Mazzamarriell’arret’ alla porta…”tu lo sfiderai ancora perché ti aspetterai in dono “cioffe e zaganelle”, ti voglio bene, te l’ho detto sempre e mai con la convinzione di questo momento, con la stessa paura che hai tu… quella dell’abbandono…

Antonella  Litterio

________________
Copyright: Altosannio Magazine; 
EditingEnzo C. Delli Quadri

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

7 commenti

  1. Commovente ed avvolgente come soltanto i ricordi d’infanzia sanno essere.
    Grazie Antonella

  2. Maria Antonietta Vignola

    Molto interessante e ,soprattutto ,piacevole la lettura, uno scritto davvero eccezionale!

  3. Carmen Ciranna

    Il racconto di Antonella ci porta indietro nel tempo, in un’atmosfera che un cinquantenne ancora riesce ad avvertire attraverso il riecheggiare di sensazioni provate: giochi in strada, profumi di piatti prelibati, costumi carnevaleschi di cartapesta, il calore di una famiglia riunita intorno ad un tavolo e il lettone di mamma e papà…… Una famiglia felice é più bella di una famiglia interessante. Oggi molti tendono a raggiungere obiettivi alti e a sacrificare gli affetti, é la società che ce lo impone: tutti a rincorrere chissà cosa…. e non sappiamo neanche quali meravigliosi profumi ci può riservare un giardino fiorito sul nostro balcone…. Grazie Antonella per questo racconto pulito, complimenti per la tua scrittura all’insegna delle sensazioni

  4. Antonia Anna Pinna

    Il tuo racconto fatto di pezzi di vita vera e bella ci trasporta nelle nostre memorie antiche e pur fresche di potature ancora odorose. Le nostre mamme ci hanno fatto viaggiare in classe economica ma facendoci sentire Regine; che grande dono abbiamo avuto. Complimenti

  5. Leonardo Tilli

    Ciao, Antonella Litterio.
    Splendido il tuo racconto.
    Personalmente penso che esso possa essere condiviso da tutte le persone che hanno lasciato il luogho natio e, in seguito, vi hanno fatto annuali ritorni.
    Infatti, comuni sono i sentimenti e le emozioni che ad ogni rientro si “riprova”, anche dopo molti anni, ed anche dopo lunghe assenze. …
    Tornare da adulti, purtroppo, ci dà meno gioia. Si trovano sempre, ogni volta, meno persone presenti. Molti amici, non ci sono più … e vediamo che, ad ogni ritorno, molte più porte rimangono “serrate” … per sempre. …
    Grazie per il tuo scritto.

  6. Complimenti!Ho gradito e apprezzato tanto lo stile e il contenuto di questo RACCONTO VIVO E VIVIDO, di vita vera e di bambine amate! Eh sì amate dalla Mamma, “che fu il nadir e lo zenith, l’est e l’ovest,” che le ha cresciute con tutto l’amore, pur senza andare alle funzioni liturgiche! Ma non posso tacere di dire che io ho perso la mamma a sei anni e la mia sorellina di soli tre !La nostra NON è stata “casallegra”, riscaldata dall’unione e dall’amore … pur se mio padre è stato poi “il nadir e lo zenith, l’est e l’ovest.” Ma una storia al maschile è un’altra STORIA !

  7. Leonsrdo Tilli

    Antonella Litterio, ciao, ti piace scrivere. Scrivi molto bene e sei in grado di trasferire le emozioni in chi legge. …
    Saluti, ciao.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.