PANTÀSEMA: stregheria negli Abruzzi (VI) – Nove notti di scongiuri

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di Rita Cerimele**

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La ballata che segue è stata scritta da Evandro Ricci* in due versioni, una in italiano e l’altra nel dialetto del suo paese, Secinaro (AQ).

In essa si ritrovano tutti gli elementi che hanno circondato l’immaginario popolare in fatto di malocchi, scongiuri e preghiere, e sono presenti anche riferimenti  sulla marcatura, la trasmutazione, la protezione degli usci delle case, la novena e la triplicità.

 

NOVE NOTTI DI SCONGIURI (versione in italiano)

Non ha forza per piangere la bambina nella culla;
le gambette correvano già per tutta la casa
e sembrava una danza che non lasciava tracce;
gli occhi pieni di sole parlavano d’amore;
la faccetta pallida le labbra scolorite non hanno più fiato.

Sul tetto nero si posa la paura:
canta la civetta l’uccello della morte.
Sono trascorse otto notti
manca l’ultima notte alla sete della strega.
Spunta l’ultimo giorno, la gattarola è chiusa, sulla porta serrata,
la scopa di saggina ha il manico a terra.
La strega non può entrare se non conta uno a uno i fili della scopa.

La sera è un tormento, momenti di ansia e di affanno,
pare lontana secoli l’ora della mezzanotte
quando la strega arriva a bere il sangue.
Si fermano a mezz’aria imprigionati i minuti nell’attimo presente.
Un brivido del cuore afferra la gente…
Nel tempo stabilito una gattastrega arriva, pare che esca da una nuvola;
come vento di nebbia ha volato dall’alto noce di Benevento;
spande dolore intorno e si tinge più nero il nero della notte.
Chi piangerà domani?
Il cuore della mamma e tutto il paese, il nido del passero,
il filo d’erba, il fiore che si secca.

“Francesco, con la pistola spara alla gatta strega,
anche se le esce una goccia del sangue bastardo
in vero si potrà sapere se è giovane o se è vecchia!”;
ma la mano tremante fa perdere il proiettile nel muro di pietra
e la gatta scompare nell’ombra dei tetti.
Terminate le nove veglie la strega non verrà più.
In cielo, deboli stelle illuminano il buio della notte di sabba,
il tempo non si è fermato sulla culla bianca.

Giunge Giovannina che toglie i malocchi,
l’acqua nel piatto è pronta, con il cucchiaio e l’olio;
si fanno gli scongiuri: con incomprensibili parole
la goccia dell’olio si spande sull’acqua,
intorno alla culletta si passa e si ripassa il segno della croce,
e sotto il guanciale si pongono le corone.
Tre corone benedette, un ramo di rosmarino,
tre foglie di basilico,
tre foglie velenose dell’oleandro in fiore,
ma la comare desidera fare un poppatoio di latte;
vi si attacca la bambina che riprende la vita
i colori di un angelo;
è passata una fata con le ali di luce;
con un ramoscello d’oro scrive parole nell’aria
e cancella dal cuore il dolore della morte.
Il malocchio è finito con la fame saziata.

Filtra quiete di sonno fra le crepe del cuore.
Tra i timidi fiori il ricamo dell’alba fa sbocciare un bocciolo,
nella voce di una rosa.
Lo specchio del tempo
ha registrato fatti avvenuti in un paese
dove la fantasia si mischia col sacro,
la musica del cuore con bolle di silenzio,
il profumo dell’aria con i solchi della terra,
dove per essere felici si vive per sognare,
si sogna per vivere.

Le donne alle quali veniva dato l’appellativo di streghe hanno sempre affascinato la gente, per le molteplici capacità attribuite loro. Si trattava di magie, sortilegi, malocchi che potevano essere scatenati a seconda delle situazioni interpretative. Lo scongiuro serviva ad annullare il malocchio e veniva praticato attraverso litanie che mescolavano sacro e profano, le cui formule venivano tramandate oralmente, in forma strettamente segreta. La ritualità, attribuita alla strega, di bere il sangue delle sue vittime per trarne l’energia vitale, era ricollegabile alle cerimonie d’iniziazione. Il mito del ramoscello d’oro era la chiave di accesso agli inferi (VI libro dell’Eneide). La bambina era stata purificata per nove veglie; tre volte protetta e nutrita con il latte, riprese a vivere. Tutto questo poteva avvenire in una terra dove “per essere felici si vive per sognare e si sogna per vivere.”

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*Evandro Ricci, è uno scrittore abruzzese nato a Roccacasale nel 1927 da genitori di Prata d’Ansidonia (l’antica Petinium) e vissuto a Secinaro, sua patria adottiva. Ha compiuto gli studi presso il Liceo Classico di Sulmona, città dove attualmente risiede.  Ricercatore attento di documenti storici, ha ricostruito sotto il profilo archeologico, etnico, storico, politico e sociale il mondo dei Peligni Superequani. Cultore appassionato del dialetto, che ama profondamente, ha scritto numerosi poemi e ballate che descrivono la natura dei luoghi dove è vissuto e gli usi e costumi delle tradizioni locali. (n.d.r.)  

**Rita Cerimelemolisana di Agnone (IS), ama scrivere racconti memory, fantasy e favole. Compone poesie in tutte le sue forme, da quelle tradizionali – Endecasillabi e Sonetti, anche in lingua antica- a quelle più innovative: Haiku, Sedoka, Haiga e Keiryu.

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Musica : The Magical Forest
Editing: Flora Delli Quadri
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