Palà

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Racconto di Luca Fasano[1]

Nel suo libro “Scì benditt’ lu citro” [2], Luca Fasano racconta alcuni episodi della vita santangiolese (Sant’Angelo del Pesco). Qui ricorda il suo amico Palà.

Gianni Mattu: Ragazzo con la fionda (particolare)
Gianni Mattu: Ragazzo con la fionda (particolare)

Palà

Ma mi piace ritornare su Palà, da tutti conosciuto come “Palazzo”, il già citato Giuseppe (Peppino) de Palatis, omonimo, ma non parente di mia madre Anna. Palà è stato per molti anni il mio inseparabile compagno di vacanze santangiolesi, sin da quando portavo i calzoncini corti. In effetti i calzoncini corti, appena sopra il ginocchio, anche se non voluti, erano un po’ il mio carattere distintivo rispetto ai ragazzi del posto, votati sin da piccoli al più pratico pantalone lungo. Io, per questo, mi sentivo un po’ a disagio. Non volevo passare per il ragazzo di città, tutto precisino, con pantaloncini da college inglese e calzettoni bianchi lunghi, che si dava le arie con gli amici del paese, tutti, rigorosamente, con i pantaloni…da battaglia. Purtroppo, in quel tempo, contrariamente ad oggi, l’abbigliamento dei bambini o dei ragazzi lo decidevano le mamme ed io avevo poco da protestare.

Pantaloni a parte, con Peppe siamo sempre andati in perfetto accordo. I giochi, allora, erano ovviamente molto diversi da quelli di adesso, molto meno tecnologici e molto più semplici, in alcuni casi persino crudeli. Da più piccoli, per esempio, Peppe provò ad insegnarmi a tirare con la fionda ai piccioni che numerosi popolavano il campanile della chiesa o i ruderi di palazzo de Palatis. Dapprima, mi mostrò come costruire la fionda (una forcina levigata di legno, alla quale bisognava applicare un elastico nero, ricavato in genere da vecchie camere d’aria di biciclette); quindi passammo alle prove “in campo”. Nonostante i suoi sforzi, credo di essere riuscito a colpire un solo piccione, una sola volta, ma il sassolino arrivò così debole sul suo petto, che rimbalzò, lasciando il piccione molto contento.

Un’altra cosa, nella quale eccelleva, era la ricerca delle cosiddette “coppe”. Le coppe (nome latino: Lactarius deliciosus – N.d.A.) sono dei funghi che popolano generalmente le abetaie e le zone circostanti. Prima e dopo Pescopennataro (“r’ Piesch” per i santangiolesi), a pochi chilometri da S. Angelo, c’è uno stupendo bosco di abeti, che, nel periodo autunnale, è il regno delle coppe e di altre specialità di funghi. Se adesso sia io che mio fratello Bruno riusciamo a riconoscerle pressoché senza possibilità di errore, gran parte del merito va a Palà, che più volte ci fece da guida “indigena”, mostrandoci i posti più adatti per la raccolta o le differenze morfologiche e cromatiche con altri funghi simili, insegnandoci in pratica tutti i trucchi del mestiere. Ovviamente, l’esperienza serve a qualcosa e, quando uscivamo insieme le prime volte, io e Bruno riuscivamo a raccogliere 4-5 coppe, Peppe portava a casa le buste piene. Non so se avesse un radar, ma era capace di vedere una coppa, perfettamente mimetizzata sotto un cespuglio di felci, anche passandoci con la macchina a distanza di dieci metri. Inoltre, era di un’enorme generosità, per cui le sue buste piene si tramutavano spesso in boccacci di funghi sott’olio per noi, magari accompagnati da qualche “cuacchitto” (cacchietto, pezzetto) di salsiccia immerso nella sugna. Tra i suoi incarichi di “fatica”, infatti, c’era anche l’uccisione del maiale, con relativa successiva lavorazione, nonché il taglio dei ciocchi di legna per il fuoco. Era in pratica un perfetto boscaiolo.

Dell’abilità calcistica ho già parlato, anche se, come detto, era più cuore e polmoni che tecnica. Le uniche attività in cui forse avevo maggiori chance di batterlo, erano lo sci e la pesca. Nel primo caso, ero molto avvantaggiato dall’attrezzatura. Ricordo ancora quando si presentò con un paio di sci di legno, che dovevano essere sopravvissuti alla seconda guerra mondiale e con quel cimelio storico mi sfidò in mitiche discese sulla neve lungo il ripido praticello di fianco alla chiesa della Madonna, vicino al cimitero (su e giù con gli sci ai piedi, altro che impianti di risalita di Roccaraso!). Stesso discorso a pesca. Il suo unico vantaggio era una migliore conoscenza dei posti ma, per il resto, non raggiunse mai i livelli di suo fratello Florindo (“Sergente”), vissuto però, come Bruno, in tempi sicuramente migliori per i pescatori.

Sul fiume, comunque, passammo il maggior tempo delle nostre vacanze, almeno delle mie, perché lui alternava sempre l’utile (molto) al…dilettevole (troppo poco). Fu così che spesso ci trovavamo a gareggiare a chi prendeva più “ruvelle”, per la gioia di Salvatore, mentre i pesci più pregiati si tenevano quasi sempre alla larga, anche perché Palà, a pesca, era quello che a Roma chiamerebbero un gran “casinaro”, essendo capace di fare a botte con tutte le piante del fiume, creando giganteschi grovigli di canne, lenze ed ami, non disdegnando qualche involontario tuffo in acqua…

Io, da ragazzo, non ero, comunque, da meno. Ricordo che una volta, recatomi a pesca con Bruno sulla Vandra, un piccolo torrente nelle vicinanze della stazione ferroviaria di S. Pietro avellana, tentai una sorta di lancio del giavellotto con la canna da pesca, dalla quale pendeva la lenza. Il risultato fu che mi infilai l’amo nel braccio, con tanta violenza che la lenza si spezzò e l’amo mi entrò nella pelle con tutto l’ardiglione. Solita corsa all’Ospedale di Castel di Sangro, dove, al pronto soccorso, si limitarono a stringermi i bordi della lacerazione con una pinzetta e a strapparmi via l’amo senza farsi troppi scrupoli. Lo avessi saputo prima, me lo sarei tolto da solo, soffrendo sicuramente molto meno…

Tornando a Peppe, con gli anni i nostri incontri santangiolesi si diradarono. Lui emigrò in Svizzera, io continuai la mia vita romana per poi emigrare anch’io a Caserta. Oggi, tuttavia, quelle rarissime volte che le nostre strade tornano a incrociarsi, ci basta uno sguardo e un abbraccio per ricostruire il vecchio feeling, ovviamente intriso di ricordi e nostalgie.

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[1] Luca Fasano, Giornalista pubblicista, ha già pubblicato, per “ilmiolibro.it” del Gruppo editoriale l’Espresso, quattro opere: “Il cassintegrale” (2009), “Roma-Caserta solo andata” (2010), “Scì benditt’ lu citro” (2011) e “Viaggio al centro della Terra…di Lavoro” (2014), tutte dichiaratamente autobiografiche.
[2]

Sciambenditt.
Sciambenditt.

1 COMMENTO

  1. L’ copp’ d’abbit” profumate e deliziose nel loro colore arancione non si prestano molto ad essere “invasate” sott’olio. Al sugo risultano bavose. L’unico modo per gustarle è: farle arrostire sulla cenere calda condite con un pizzico di sale. Bon appetit’ a viù!

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