oro rosso – Capitolo 6

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Questo è il sesto Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc’ osserva il lavoro dei ramai, incontra ru masctr che gli fa una interessante proposta, fa una commissione gustosa e conforta un’anziana donna sola e lontana dal figlio.

per il Capitolo 5 – oro-rosso-capitolo-5

Agnone – Ramai a bocca di portone dell’officina

Capitolo 6

Come accadeva in tutte le botteghe di ramai e calderai del paese,  alcune fasi delle lavorazione del rame si svolgevano all’esterno, per cui le botteghe stesse erano facilmente individuabili.

Sulle pareti erano appesi alcuni degli strumenti di lavoro più comuni: tenaglie, pinze, forbici, e poi numerosissimi martelli, in ferro e in legno, di diverse grandezze e forme, per fare i disegni, per le ribattiture e rigati per realizzare le “lische” di pesce.

Sul pavimento poggiavano l’incudine, la forgia, con accanto il mucchio di carbone, vari recipienti, e poi  il “cavallo”, la panca, il tre piede, questi ultimi tutti prevalentemente in legno, che fungevano da  appoggio per la battitura del rame.

Gli strumenti di lavoro erano costruiti dagli stessi artigiani che li finalizzavano alle proprie esigenze con grande esperienza e precisione.

Ad essere curati erano in particolare i martelli, fondamentali per tutti i processi della lavorazione, ai quali veniva data forma diversa nei punti in cui colpivano il rame per ottenere i risultati desiderati.

Gli oggetti in lavorazione e quelli già completati erano tenuti in posti distinti. I manufatti pronti per la vendita erano in evidenza  in un espositore

Le botteghe, erano poi a quell’epoca, veri e propri  punti di incontro in quanto spesso ai ramai facevano compagnia amici e conoscenti che, mentre conversavano, seguivano incuriositi le varie fasi della lavorazione.

Una delle azioni principali svolta dai ramai nelle botteghe era quella di dare al rame le forme volute a colpi di martello e contemporaneamente indurirlo.

Da questa azione derivava  principalmente la qualità del manufatto, la sua bellezza, la sua eleganza, la sua riuscita in termini di funzionalità e durata.

Per gli oggetti più piccoli e per quelli dalla forma appiattita il materiale di partenza era rappresentato da una lamina ritagliata di rame dalla quale, a colpi di martello e con il ricorso al cesello, si ottenevano piatti e portacenere, ma anche anfore, caffettiere ,“ callar’ “, conche, mestoli , bracieri, lucerne, bagnarole, scolapasta, scaldaletto, contenitori per il latte, pompe a spalla per irrigare i vigneti, solo per citare le realizzazioni più comuni.

L’abilità con cui i ramai riuscivano a realizzare da lastre di rame   oggetti assai elaborati ed eleganti senza ricorrere alla saldatura era veramente eccezionale.

Per le forme concave si partiva dal manufatto ottenuto dal maglio da cui poi a colpi di martello, dati con perizia e sicurezza,  si ottenevano pregiati contenitori.

Nel corso della lavorazione manuale si effettuavano, a seconda delle necessità, varie operazioni di cottura e ricottura degli oggetti sulla forgia per restituire loro la morbidezza che li rendeva docili ai successivi interventi ed evitare che avvenissero rotture.

Il riscaldamento e la tiratura rendevano possibili riduzioni e ampliamenti dei volumi lavorati.

Ai fini della pulitura del rame erano utilizzati diversi tipi di acidi  che erano tenuti in grandi recipienti che si trovavano nei retrobottega o anche nelle cantine dei ramai che lavoravano in casa.

Il lavoro riusciva a creare armonie inaspettate che scaturivano dalla regolarità dell’alternanza dei colpi che lasciavano tracce ben evidenti.

Ma erano soprattutto le ultime operazioni quelle  che conferivano al rame pregio dal punto di vista estetico e che suscitavano, in chi vi assisteva, ammirazione.

La martellatura, per esempio, poteva  essere effettuata a colpi molto vicini l’uno all’altro, in pratica senza alcuna soluzione di continuità; in tal modo la superficie non presentava alcun rilievo, e di conseguenza questo tipo di lavorazione veniva detta liscia. Ma il fondo e soprattutto i fianchi   venivano  lavorati a colpi, cioè con martellature distribuite in modo regolare, distanziate tra loro, a costruire  ornamenti di tipo geometrico, oppure a formare   motivi diversi  ben evidenziati. Se queste linee di martellatura costituivano vere e proprie figure, lettere di parole e anche qualcosa di più, si usava dire che la lavorazione era a disegno, a “rabesco”.

Si provvedeva poi ad applicare al recipiente i vari accessori , manici o altro, e a formare l’orlo.

Se si trattava di utensili da cucina era necessaria poi la stagnatura, operazione mediante la quale l’interno del  recipiente veniva ricoperto da un sottile strato di stagno che da una parte aumentava la resistenza del rame alla corrosione, dall’altra  evitava il formarsi di velenosi composti derivati dal contatto del rame con gli acidi propri di alcuni alimenti.

C’era poi la cesellatura a incisione, a semi sbalzo o a sbalzo che differivano l’una dall’altra per la profondità della cesellatura stessa che dava pregio e valore ai pezzi. E per ultimo, poi, se desiderata, c’era l’imbrunitura.

Tutte operazioni, queste, che Ue’ducc’ conosceva molto bene per averle praticate  per anni nella bottega di suo padre e perciò, a volte, sentendone la nostalgia, chiedeva ai ramai di lasciare che li aiutasse.

I ramai lo salutarono con calore facendogli domande sulle novità che lo riguardavano mentre continuavano il lavoro con le loro  mani che  raccontavano più di tante parole del loro lavoro: corrose dagli acidi, bitorzolute da infinite e involontarie battiture e tuttavia agili nel maneggiare quel metallo.

Lo informarono poi che masctr Marcucc’ non era lì ma che lo avrebbe trovato a casa sua .

Ue’ducc’ si intrattenne un po’  con loro curiosando nella bottega e poi li salutò e diresse il suo carro sulla  circonvallazione per percorrerla verso “la ripa”.

Dall’alto, dove si trovavano i quartieri di San Marco e San Pietro giungeva  dalle case e dalle botteghe dei ramai il battito dei  martelli che  riecheggiava nella valle sottostante.

Terminata la circonvallazione si trovò, dopo una curva, a ” la ripa”.

La piazza  era molto ampia e piena di botteghe. Si diresse in quella di un maniscalco che conosceva molto bene e lasciò lì il carro e Bartolomeo, che gli sembrava  avesse uno zoccolo malandato.

A piedi imboccò poi il corso principale lungo il quale si trovava la casa di famiglia “d’r’ masctr“.

Superò il convento di santa Chiara e poco dopo arrivò alla casa che cercava.

Il portone era socchiuso, come d’ abitudine in quella cittadina. Bussò e dalla finestra una donna si affacciò chiedendo chi era.

Poi lo invitò a salire.

L’ingresso a piano terra, detto ” il portone“, era molto ampio.

Su di esso si aprivano due porte. Una dava su un piccolo appartamentino costituito da due stanze,  e un’ampia terrazza, dal momento che la casa dando sulle ” ripe ” aveva la parte posteriore di una estensione in altezza maggiore della parte anteriore, l’altra dava sulle scale che  portavano alle cantine.

Una larga scalinata sulla destra  conduceva poi al piano superiore dove erano una grande cucina con un camino, un largo corridoio che portava nel soggiorno che dava sulla terrazza e due ampie stanze da letto.

C’era, inoltre, un ulteriore piano in tutto somigliante al primo.

Ue’ducc’ salì al primo piano e guidato dalla donna che si era affacciata alla finestra arrivò ne  “la saletta”, una stanza che fungeva da sala da pranzo e luogo di ricevimento degli ospiti in visita.

Sul pavimento di “chiench’” tirato a lucido erano  un tavolo di legno pesante con i piedi lavorati, delle sedie anch’esse di legno pesante, una piccola credenza che conteneva piatti, tazzine ed altre suppellettili e che costituivano il mobilio dell’ambiente.

Ue’ducc, invitato ad accomodarsi, sedette su una delle sedie.

Poco dopo lo raggiunse masctr Marcucc’.

I tratti del suo volto  ricordavano quelli del fratello ma la sua statura, la sua corporatura erano più imponenti.

I due uomini si salutarono, poi “ru masctr” invitando Ue’ducc’ a tornare a  sedersi si informò se c’erano stati progressi nella faccenda dei furti di rame nella poteva di T.

Progressi non ce n’erano stati, riferì Ue’ducc’. Lui, però, aveva messo in atto un piano: chi aveva rubato il rame certamente lo aveva fatto per venderlo. Così lui aveva marchiato molti dei pezzi di rame che erano nel magazzino in  modo che ad occhio nudo non si notasse nulla, ma che tali contrassegni fossero inequivocabilmente riconoscibili all’occhio di chi li aveva fatti cosicché chiunque tentasse di vendere quegli oggetti, cosa che molto probabilmente sarebbe avvenuta  in qualche fiera di paese in zona o nell’entroterra,  senza saperlo, avrebbe lasciato delle tracce. Per seguire quelle tracce aveva, inoltre, messo in moto molte delle conoscenze che aveva grazie al suo girovagare per arrivare a scoprire chi avrebbe venduto quegli oggetti e come li aveva avuti.

” Ru masctr “ assentì sorridendo.

Suo fratello aveva avuto un’ottima idea a consigliargli quel giovanotto per un tale  compito. Era veramente in gamba, con spirito di iniziativa, idee chiare e una forte volontà.

Alla richiesta di Ue’ducc’ su come doveva comportarsi se fosse arrivato a scoprire il o i colpevoli, rispose di comportarsi come meglio riteneva. Loro erano solo interessati a non subire ulteriori furti.

Fu a quel punto che masctr’ Marcucc’ si fece serio ed assunse l’atteggiamento di  quando si accingeva a trattare affari importanti.

Disse a Ue’ducc’ che aveva da fargli una proposta, se lui voleva ascoltarlo.

Ue’ducc’ assentì.

” Ru masctr’ “ gli parlò allora dei magazzini che la famiglia aveva comprato lungo la costa, dall’Abruzzo alla Puglia.

Erano cinque e il volume di affari che li riguardava si era rivelato maggiore di quello che lui e suoi fratelli avevano supposto, portandoli a ritenere che sarebbe stato proficuo in quelle zone continuare l’attività commerciale anche durante l’inverno.

Di alcuni si sarebbero occupati a periodi i membri giovani della famiglia, poiché quelli più anziani, come lui si espresse, ” ...En’ archje’chieat’ l’ valesctr ” (avevano ripiegato … le balestre) . Preferivano, infatti, data l’età, dedicarsi ad attività più tranquille e più sedentarie come la supervisione della fonderia, delle botteghe di A. e la partecipazione a piccole fiere nei dintorni.

Poiché, però, nelle persone di figli e nipoti non avevano abbastanza membri da impegnare nei nuovi magazzini ( molta della loro prole essendo costituita da figlie femmine) uno di questi sarebbe rimasto inevitabilmente sprovvisto di responsabili.

La proposta che lui faceva a Ue’ducc’ riguardava appunto tale attività.

Dopo un consulto tra i membri della famiglia, che da tempo si avvaleva della collaborazione di Ue’ducc’ e, prima ancora, di suo padre, e che conosceva la sua scrupolosità, affidabilità  e serietà nel lavoro, tutti erano stati concordi a proporre  a Ue’ducc’ di prendersi in carico la gestione del magazzino di T, che lui già conosceva, non solo nel controllo della merce ma anche nelle vendite. Essi gli avrebbero fornito gli oggetti di rame da vendere, già lavorati e gli avrebbero dato  in cambio una percentuale sulle vendite realizzate. Rimaneva invariata la possibilità di utilizzare il magazzino da parte sua per tutto l’anno.

Invitavano Ue’ducc’ a riflettere su tale proposta che poteva essere conveniente anche per lui, poiché loro conoscevano la sua perizia, oltre che come venditore, anche come ramaio qualificato nel cesello artistico. Avrebbe così avuto la possibilità, se avesse accettato, di esercitare questa sua arte su prodotti grezzi, che loro avrebbero potuto fornirgli, nei periodi invernali che avrebbe trascorso a T.

Non volevano, precisò ” ru masctr’ “,  una risposta subito. Poteva prendersi del tempo e riflettere con calma sulla proposta.

Ue’ducc’ era allo stesso tempo sorpreso e gratificato da tale offerta che denotava la considerazione nella quale era tenuto da ” r’ mesctr’ “, e ringraziando espresse la sua riconoscenza.

Accettò, però, il tempo che loro gli concedevano per riflettere perché un tale impegno avrebbe  molto modificato i suoi ritmi di vita.

Disse quindi a  ” ru masctr “ che  al più tardi per la Madonna del Carmine avrebbe dato loro una risposta.

Si salutarono, infine, con una stretta di mano e Ue’ducc’ si avviò lungo il corridoio.

Quando fu davanti alla porta della cucina, la donna che lo aveva accolto all’arrivo lo invitò ad entrare e a prendere una vescica di maiale  contenente pezzi di salsiccia sotto sugna .

” P’ ru v’jeje’ ! “ (per il viaggio) gli disse sorridendo.

E Ue’ducc’ capì che quello  era un modo da parte dei ” mesctr ” di ringraziarlo.

Tornò nuovamente al suo carro e vi lasciò le salsicce. Prese poi un barilotto e si avviò per una delle tante ruette che si diramavano dal corso principale.

La percorse fino alla  chiesa di Sant’Amico.

Lì sulla piazza antistante la chiesa si avvicinò ad un grande portone e bussò.

Una voce dall’interno del portone chiese chi fosse e, riconosciutolo, lo invitò ad entrare e salire.

Ue’ducc’ consegnò il barilotto e disse che la famiglia di pescatori da cui aveva comprato il prodotto gli aveva assicurato che era di ottima qualità.

Si trattava di “scapece”, una specialità a base di vari tipi di pesce prima pastellato e fritto,  poi lasciato a marinare nell’aceto e condito con abbondante zafferano.

Gli era stato commissionato di acquistare quella specialità in occasione della sua visita precedente in A. La famiglia che gli aveva affidato quell’incarico era una famiglia di ricchi orafi che aveva ” villeggiato ” per qualche giorno al mare qualche anno prima e, avendo avuto modo di assaggiare quella pietanza che aveva  gustato moltissimo, di tanto in tanto chiedeva a Ue’ducc’, che nei suoi giri si spingeva fino a quella località, di procurarla per loro, anticipandogli naturalmente il denaro necessario.

La donna che gli aveva risposto lo condusse con sé in cucina, dove gli consegnò un bel pezzo di  lardo, ed un paio di ” supr’sciet” (soppressate) come compenso per la commissione.

Ue’ducc’ ringraziò, bevve il bicchierino di nocino che gli veniva offerto chiese se c’erano altri incarichi per lui, poi salutò e tornò indietro.

Mentre percorreva la “ruetta” in senso inverso  ad un tratto sentì una voce rivolgersi a lui da una delle finestre delle piccole case che vi si affacciavano.

” Giu’ue’no’ !…” . (Giovanotto)

Ue’ducc’ si volse.

Era una anziana donna che lo pregò di aspettarla perché aveva qualcosa per lui.

Presto fu alla porta una donna mingherlina completamente vestita di nero che gli disse di aver immaginato chi lui fosse, vedendolo passare, dalla descrizione che suo figlio le aveva fatto. Suo figlio, disse, era appunto Emidio, il giovane ” magliant ” alla fonderia.

Chiese se Ue’ducc’ aveva modo di consegnare a suo figlio un po’ di provviste alimentari perché Emidio non sarebbe tornato presto a casa dal momento che aveva scambiato il suo turno di riposo  con un compagno che aveva un bambino ammalato.

Ue’ducc’ fu pronto ad accontentarla ed aspettò sull’uscio che lei tornasse con le provviste.

Tornò di lì a poco con una grossa forma di pane, una piccola caciotta, delle uova in una scodella, un vaso di sugna ed un involto nel quale, disse, c’erano dei “magliatiell’ ” che aveva preparato per il figlio prima di sapere che avrebbe saltato il turno di riposo.

“…. foglia n’t’n’ dieng’ ” disse ” ca l’sacc’ ca n’an’zè d’uort’ s’ l’en’ fatt’ ell’ abball’….” (non ti dò verza o altro perché so che laggiù hanno sistemato un piccolo orto). Quindi lo aiutò a sistemare il tutto dentro a una ” v’saccia” che lui si caricò in spalla.

Poi si profuse in ringraziamenti ” p’ la masciata ” (commissione).

Gli disse che sapeva dal figlio che  era un bravo giovane e che si era perciò permessa di importunarlo.

Si asciugò una lacrima dicendo che lei viveva sola poiché era vedova ed aveva quell’unico figlio che faceva un lavoro tanto pesante.

Ue’ducc’ si intrattenne un po’ con lei. La assicurò che Emidio stava bene e che gli avrebbe portato i suoi saluti. Si salutarono, quindi, e lui riprese il suo cammino.

La vita dei “maglient” era davvero dura con la continua esposizione alle polveri, alle sostanze che si sprigionavano  dalla combustione del rame, al caldo soffocante all’interno della fonderia, poiché il rame veniva fuso a circa 1100 gradi, in contrasto, soprattutto in inverno, con la rigida temperatura esterna ed infine al rumore assordante dei magli. C’erano stati parecchi casi di tisi tra i più predisposti, o di malattie polmonari di vario genere. Qualcuno col tempo era diventato sordo.

In più i lavoranti erano costretti a star lontani dalle loro famiglie per lunghi periodi.

No, pensò, non era vita quella!

Raggiunse il carro e sistemò tutta la roba.

Poiché il maniscalco non aveva ancora concluso ne approfittò ” p’ fars’ nu b’ cchier’ ” in una cantina-osteria che si trovava più avanti.

Entrò nel locale. In contrasto con la calura esterna c’era lì un bel freschetto.

La padrona lo riconobbe e lo salutò amichevolmente chiedendogli se voleva mangiare. Lui chiese solo un bicchiere di vino e aspettando si guardò intorno.

Non erano molti gli avventori a quell’ora. C’erano un paio di artigiani del posto che lo salutarono con grandi pacche sulle spalle e, seduti  a due tavoli, c’erano un paio di “ f’ra’sctier’ ” (forestieri), certamente commercianti, che prendevano il loro pasto. Bevve il suo vino chiacchierando del più e del meno e informandosi delle novità della cittadina dal suo ultimo passaggio.

Quindi si avviò al suo carro.

Una bella ragazza con in testa una enorme ” tina ” piena di acqua abbassò gli occhi vergognosa incrociandolo.

Ue’ducc’ sorrise tra sé. Gli sarebbe piaciuto farle un po’ di corte, ma non aveva tempo.

Voleva tornare alla fonderia prima del calar del sole.


segue su ……oro-rosso-capitolo-7

Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

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