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Oro rosso – Capitolo 19

Questo è il diciannovesimo Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc’ incontra il ladro di rame….

Per il  Capitolo 18 … oro-rosso-capitolo-18

Capitolo 19 

Dopo la fiera molti commercianti, come era loro consuetudine, si fermarono nel paese per la notte per poi ripartire il giorno dopo. Insistettero perché anche noi ci fermassimo lì. Certamente ci sarebbe stata allegria e compagnia, dissero.

Ma Il mio padrone era molto turbato.

Li ringraziò e, con una scusa, disse che preferiva rimettersi subito in viaggio. Ci accampammo così in una radura alle porte del paese.

No, non era quello il modo in cui  aveva immaginato l’incontro con Ernestina!, rimuginava.

Quando se l’era trovata di fronte il primo impulso era stato quello di sorriderle, di parlarle.

Ma il pensiero dello sconosciuto che aveva intravisto aggirarsi nella fiera lo aveva bloccato.

Se si fosse avvicinato a lei e se quello avesse riconosciuto in Ernestina la ragazza a cui aveva venduto una delle ” tjelle” rubate e avesse messo in relazione il loro conoscersi con la possibilità di essere scoperto, la ragazza sarebbe stata in pericolo!

Continuando a ragionare si rese poi conto che anche la presenza della suora avrebbe potuto costituire un problema, e che in fondo era stato meglio così.

Già, ma cosa aveva pensato Ernestina? Aveva supposto che il suo atteggiamento era stato dettato dalla prudenza dal momento che lei era insieme ad una delle suore del convento o aveva invece interpretato il fatto che lui era passato senza salutarla né parlarle come una prova che lui, Ueducce’, si era ormai dimenticato di lei?

No, si disse. Ernestina era troppo intelligente per valutare solo l’evidenza dei fatti. Certamente avrebbe pensato che il suo atteggiamento era stato dettato dalla prudenza.

Era seduto accanto al fuoco e arrostiva delle patate per la nostra cena.

Le lingue di fuoco che si levavano illuminavano a tratti il suo viso.

Ma non fu quello a farmi comprendere il suo turbamento.

C’era ormai tra noi un legame che mi faceva intuire, prima ancora che si manifestasse, qualsiasi moto del suo animo.

Tanto possono la fiducia e la confidenza tra un uomo e il suo cane!

Finita la cena il mio padrone riordinò le poche stoviglie e spense le braci del fuoco gettandovi sopra acqua da un catino di rame.

Poi salimmo sul carro. Lui preparò il suo pagliericcio e vi si distese. Io mi distesi ai suoi piedi.

Lo sentii girarsi e rigirarsi inquieto a lungo.

Mi sembrava di sentire il rumore dei suoi pensieri.

L’appuntamento era di lì a due giorni. Solo poco più di 48  ore lo separavano da quel momento eppure a lui sembrava che quello fosse un tempo lunghissimo da trascorre in preda come era all’ansia di essere stato frainteso da Ernestina.

Pensò perfino di cercarla l’indomani quando certamente lei avrebbe portato al pascolo le oche.

Ma poi scartò quell’ipotesi per le stesse ragioni per cui aveva evitato di salutarla alla fiera.

Non c’era altro da fare che attendere, si disse.

Già, attendere, sperando che Ernestina venisse all’appuntamento il che avrebbe significato che non aveva frainteso il suo comportamento e che aveva deciso cosa fare della sua vita.

E se non fosse venuta, lui cosa avrebbe fatto della “sua” vita?

Rivide la spiaggia su cui aveva sognato di portarla per farle conoscere il mare. Ripensò  alla felicità che aveva provato a quel pensiero.

Rivide i tratturi su cui aveva sperato di poterla condurre per mostrarle tutte le cose di cui le aveva parlato.

Ripensò a quante volte aveva immaginato di poterla portare con sé alla grande fiera della “Madonna del Carmine”, dell’incanto di poter ascoltare insieme a lei il suono delle campane accompagnato da quello dei martelli dei ramai del paese che era stato di sua madre.

Aveva sognato invano? Nulla di tutto quello che aveva sperato si sarebbe avverato?

Lo sentii sospirare profondamente, in preda allo sconforto.

Poi i suoi pensieri presero una direzione più positiva.

No,  non poteva essere che lei lo avesse frainteso così tanto! Non Ernestina!

Fu solo a notte alta che finalmente si addormentò.

Mi appisolai anch’io.

Un fruscio improvviso mi mise in allerta. Sollevai la testa e attesi.

Passi intorno al nostro carro.

Ringhiai. Un ringhio prima basso, poi più alto.

Il mio padrone si mosse, poi sentii la sua mano su di me, come a intimarmi di tacere. Lo vidi scivolare nell’ombra, in ginocchio lungo il carro, trattenendo il respiro forse in cerca del  coltello che teneva appeso ai ferri del carro in una custodia e che di solito quando dormivamo in luoghi aperti teneva accanto a sé. Quella sera, però, turbato com’era, lo aveva completamente dimenticato e il coltello era ancora al suo posto nella custodia.

Di colpo il tendone all’apertura del carro fu strappato e si intravide la sagoma di un uomo.

Nel buio vidi un luccichio tra le sue mani. Mi lanciai avanti e gli fui addosso.

Sembrò sorpreso.

Lottammo. Si difese.

Il mio padrone fu su di noi e li, al buio, insieme ci difendemmo.

I miei denti si conficcarono nel braccio dell’uomo. Con un urlo  lasciò cadere il coltello. Mi scansai. I due uomini continuavano a lottare rotolandosi a terra. Io, li accanto, continuai ad abbaiare.

Ad  un tratto l’uomo, nonostante il mio padrone gli fosse addosso, allungando un braccio  riuscì a riprendere il suo coltello e già il suo braccio si levava sul mio padrone per colpire, che io  gli fui di nuovo addosso e mentre cercavo di mordere il suo polso, il suo braccio forsennato roteando a vuoto, conficcò la lama in una delle mie cosce posteriori. Guaii di dolore…. Ma non mollai la presa. Sentii il mio padrone venirmi in aiuto e immobilizzare il polso dell’uomo. Mollai la presa e caddi al suolo. Vidi il coltello volare lontano, lanciato via dal mio padrone.

Ci furono ancora  sussulti, respiri  affannosi e imprecazioni nel buio.

Poi udii Ue’ducc picchiare e picchiare l’uomo fino ad averne ragione.

Quindi, mentre quello era a terra intontito,  lo udii alzarsi,  saltare sul carro, accendere la lampada a petrolio, e prendere dalla custodia il suo coltello che infilò nella cintola. Fissò poi la lampada all’esterno del carro e in un salto mi fu accanto..

Le sue mani mi percorrevano cercando di capire dove fossi ferito. Finalmente arrivò alla mia coscia.

“…. N’è cubbell’, cumbà,……. n’è cubbell’…. Mò’ fa mal’ …. Ma n’è cubbell….” [1] mi diceva continuando con la coda dell’occhio a controllare il manigoldo a terra. La sua voce tradiva il suo sollievo per non aver trovato una ferita più grave su di me.

Poi mi prese in braccio delicatamente e mi appoggiò sul carro.

Tornò a terra e si avvicinò all’uomo disteso al suolo. Con un pezzo di corda gli legò le mani.

Gli gettò addosso dell’acqua che era rimasta nel catino accanto al fuoco e quello si riprese.

” ….Chjia scí? …. Famm’ v’dè chjia scí? …. [2] diceva mentre lo trascinava nel debole fascio di luce della lampada.

Ed il suo volto apparve, allora.

Il suo occhio destro era strabico!

Gli afferrò, quindi,  le mani e le guardò. Sulla sua mano sinistra c’era una cicatrice!

” …. Ah ” lo sentii dire “…. ecch chjia scí, ru marjiuol’ !…. quir’ ch’ va arrubbann’ l’ ram’!….” [3]

” T’ cr’div’ ca n’ m’n’eva addunat ….. T’ so visct la p’ l’ fierja quand’ m’ m’niv’ appriess…. e t’en’ visct’ pur’ l’eltr’ ch’ fatjan arru m’rcat’ ….. T’ en visct pur alla p’teca a T. e no nu chr’sctien o duje, ma paricch’….. M’ canusc’n, e canusc’n pur r’ patriun d’ ll p’teca…. n’è addo scappà…..cà c’ sctijen’ paricch’ tesctmon’ ca so prunt’, no a cuns’gnert’ a r’ “pie’munitsc’ …..“aggiunse abbassando la voce ”  ….ma …a fart’ la fescta ….. ch’ l’ ram’ n’ z’ zulla e chi s’ l’arrobba fa na brutta fòin……” [4] 

” R’ piemuntisc’ ” era il  gergo con cui veniva chiamato il nuovo esercito che non poteva ancora dirsi tanto integrato nel territorio da garantire un totale ordine e soprattutto, da carpire la fiducia della gente.

Nessuno si fidava di loro.

Cosa capivano i ” Piemontesi” delle loro cose ? Niente. Non le capivano così come loro non capivano i sistemi e procedure del nuovo governo!

Questo era il modo di  pensare comune.

Si preferiva perciò regolare in altro modo i propri conti.

Il mio padrone preferiva che l’uomo fosse spaventato dal  numero consistente di testimoni e persone a conoscenza dei suoi furti o che li avevano subiti, perché certamente Ue’ducc’ non era l’unico a cui quell’uomo aveva rubato qualcosa. Gente disposta, in quel nostro tempo di transizione così difficile, a tutto, anche a farsi giustizia da sola.

Intanto si stava facendo giorno.

Il mio padrone tornò al carro, prese un catino che riempì di acqua. Pulì la mia ferita con uno straccio bagnato e la cosparse di uno degli unguenti che aveva portato dal convento. Poi la fasciò in modo che il sangue si arrestasse.

” …..Pov’r’ Ujemuort” disse passandomi una mano sul pelo del dorso ” ….s’n’eva p’ tè ….. sa cà J’nott’ sarja schtata na brutta nott’ p’ me…. ” ……n’n’ scí t’njuta  furtjuna ch’ l’ zamb’…. ” aggiunse sorridendomi e continuando ad accarezzarmi “… una azzuppata….l’altra … uarda gna t’ l’ha accunciata …sctu f’tent’…..” e preso da un moto di rabbia prese l’acqua sporca che era rimasta nel catino e la gettò verso l’uomo legato più in là ” …..Chessa è p’ ru cuon’ moja…. e arrn’grazia cà è ancora viv’ s’nnò ch’ su curtiell’ t’c’apriva la trippa….” disse. E, sorridendomi, aggiunse  “….e c’ faceva le nod’ra …..”

Ebbe allora l’idea  di fare in modo che il volto di quell’uomo fosse conosciuto dalla gente del posto, come monito e prova del fatto che lui stava parlando sul serio.

Lo legò quindi più stretto mentre quello imprecava, e lo issò sul carro facendolo sedere a cassetta accanto a sé ma fissandogli il piede al carro stesso con una corda.

” ….asciuì s’ t’ vè n’cap’ d’ scappà armien’ attaccat …  E Ji mangh m’ ferm…  anz facc’ corr’ ru cavall’ cchiù fort… E tu ci’armjen…. ”  [5]  gli disse mentre attaccava Bartolomeo e ci preparavamo ad andare.

Rientrammo in paese che a quell’ora era ancora addormentato.

Ci fermammo nella piazza dove alcuni venditori che avevano partecipato alla fiera del giorno prima  si stavano preparando a partire. Ci videro e ci guardarono sorpresi. Era infatti stranissimo che Ue’ducc’ fosse tornato!

Guardarono interrogativamente l’uomo che gli sedeva accanto e il mio stesso padrone che recava sul volto e sugli abiti i segni della recente lotta. Poi, subito ci furono attorno chiedendo cosa era successo.

Ue’ducc’ raccontò la storia dei furti di rame, di come i suoi sospetti sull’uomo che era lì fossero diventati certezza a T. dove parecchie persone lo avevano notato ed erano state in grado di descriverlo,   dell’aggressione che aveva subito durante la notte e di come, grazie a me, fosse ancora vivo. Sospettava, disse, che l’uomo non era venuto solo per rubare qualcosa dal suo carro ma proprio per assassinarlo.

Altra gente attirata dal trambusto stava arrivando e un silenzio di tomba regnò durante il racconto. Poi, pian piano un vocio intenso ma soffocato si sollevò. Le persone lì riunite non volevano attirare l’attenzione dei  “piemuntisc”!

Uomini che imprecavano, altri che alzavano il pugno verso il ladro in gesto di minaccia,  donne che lo maledicevano. Parecchi di loro avevano subito furti di vario genere negli ultimi periodi e non esitarono, fosse o non fosse vero, ad attribuirli all’uomo.

Ma ad un ancora lontano  scalpiccío di zoccoli di cavallo il vocio sparì di colpo.

Con un gesto veloce Ue’ducc’ spinse al coperto dentro il carro il ” prigioniero”. Poi saltò a terra e, fatto un cenno ad uno dei venditori suoi amici perché salisse sul carro a tenere d’occhio il ladro, si mise a trafficare intorno alla ruota del carro.

Altri uomini lo attorniarono fingendosi indaffarati a ripararla e il resto della gente intorno inscenò una commedia, ognuno dando dei consigli su come procedere per la riparazione.

I due ” piemuntisc” guardarono insistentemente il gruppetto di persone e si avvicinarono per disperdere quell’assembramento.

Le donne si allontanarono di poco ed inscenarono una lite per coprire con le loro grida eventuali grida del ” prigioniero” e per allontanare dal carro l’attenzione dei soldati.

Sul carro il delinquente era tenuto a terra bocconi con un fazzoletto frettolosamente infilatogli in bocca  dal giovane uomo che era salito al cenno di Ue’ducc’.

Ma non era necessario.

La sua testa non era lontana da me e l’uomo era molto più terrorizzato dall’idea che potessi avventarmi sul suo viso e dal mio basso ringhio che non dal coltello che il giovane gli teneva premuto al collo.

segue su…..oro-rosso-capitolo-20 

 


[1] Non è nulla, mi diceva… non è nulla
[2] Chi se, fammi vedere chi sei
[3] Ecco chi sei, il ladro….quello che va rubando il rame
[4] Pensavi che non me ne fossi accorto…..Ti ho visto alla fiera quando mi venivi dietro…e ti hanno visto anche gli altri che lavorano al mercato…e ti hanno visto anche al negozio di T., non una o due persone ma parecchie..Mi conosci e conosci anche il padrone del negozio….. non hai dove scappare….ci sono tanti testimoni pronti a consegnarti ai piemontesi….ma… a farti la festa… con il rame non si scherza e chi lo ruba fa una brutta fine.
[5] …. così se ti viene in mente di scappare, rimani legato… e io neanche mi fermo….anzi, faccio correre i cavalli più forte.  e tu ci rimetti la vita


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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