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Oro rosso – Capitolo 18

Questo è il diciottesimo Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc’ passa un pò di tempo in convento con il fratello, ripensa a Ernestina, si incammina per tornare da lei; in una fiera….

Per il Capitolo 17 – oro-rosso-capitolo-17

Capitolo 18 

Restammo alcuni giorni al convento.

Le giornate trascorsero serene, scandite dai rintocchi della campana che dava il ritmo al trascorrere delle ore  dei frati.

La loro giornata iniziava molto presto al mattino e terminava poco dopo il calar del sole.

Ognuno di essi aveva una mansione precisa: c’era il frate responsabile della piccola comunità che si occupava di mantenere i contatti con la sede centrale oltre a dedicarsi ad incombenze di tipo più pratico; c’era il frate che si occupava della cucina e della preparazione di conserve utili per l’inverno; c’era quello addetto a tenere l’ordine e a custodire la piccola cappella.

Tra tutti, quello che colpiva particolarmente era fra’ Nicola.

Tutte le mattine alle prime luci del giorno lo si vedeva uscire  con una bisaccia vuota in cerca di elemosine da consegnare ai poveri della zona e lo si vedeva tornare al tramonto o al mezzogiorno con la bisaccia quasi vuota ma molto spesso accompagnato da qualche vagabondo a cui dare un letto e un piatto di minestra per qualche giorno.

La sua costituzione mingherlina, la sua bassa statura avrebbero potuto trarre in inganno. In realtà sotto quel suo aspetto fragile si celava una volontà ferrea che tutte le mattine lo spingeva sulle strade in cerca di elemosine per i suoi bisognosi.

Fra’ Pancrazio, invece, trascorreva molto del suo tempo oltre che nell’orto, in una sorta di laboratorio dove tra ampolle ed alambicchi preparava dei rimedi utili per curare diversi malanni utilizzando erbe e metalli, tra cui il rame, e loro derivati. Quelle preparazioni erano una vera benedizione per la povera gente dei dintorni!

Con lui andammo spesso nei boschi e nei prati vicini in cerca di erbe e radici.

Furono ore bellissime: immersi nella natura, intenti ad una attività piacevole e allo stesso tempo utile, i due fratelli sembravano essere in una comunione totale.

Ricordarono i tempi in cui avevano vissuto con i loro genitori e fra’ Pancrazio chiese notizie  dei parenti che Ue’ducc di tanto in tanto aveva occasione di incontrare nelle varie fiere.

Chiacchierarono di rimedi ed erbe e il mio padrone fece molte domande per ampliare le sue conoscenze.

Molti dei rimedi preparati da suo fratello li avrebbe, infatti, venduti per pochi spiccioli nelle fiere a tanta povera gente che difficilmente avrebbe potuto permettersi di andare da un medico.

Fu proprio durante una di quelle passeggiate che il mio padrone parlò al fratello del suo incontro con Ernestina.

Fra Pancrazio ascoltò attentamente. Poi sollevandosi dal cespuglio dal quale stava raccogliendo delle bacche lo guardò negli occhi e gli disse “…. Sa citra, gna la chieam’ tjue, t’ha tuccata l’alma…… So cuntjent!…..” [1] [1] Questa bimba, come la chiami tu, ti ha toccato l’anima… sono contento

Il mio padrone non fu sorpreso che suo fratello avesse indovinato le sue emozioni. Questo succedeva spesso fra loro. Ma una nuova consapevolezza  lo investì: se suo fratello aveva indovinato i suoi sentimenti senza che lui gliene avesse  parlato direttamente, questo significava che le sue emozioni erano così radicate che la sua stessa voce le tradiva.

In quei giorni Ue’ducc si rese utile facendo piccoli lavori di riparazione nel convento e nel pollaio e si occupò di rinnovare i fili di rame attorno all’orto che, cominciando ad ossidarsi, non erano più efficaci per tenere lontane le lumache.

Il giorno prima della nostra partenza raccontò a suo fratello di essere sulle tracce di un ladro di rame e lo mise al corrente dell’incarico ricevuto dalla famiglia di ramai di A. e dei progressi fatti fin lì. Lo informò anche della proposta che gli era stata fatta di occuparsi del negozio acquistato dalla famiglia a T. ed aggiunse che ci stava riflettendo.

Fra Pancrazio comprese che quella decisione era in qualche modo connessa alla conoscenza di Ernestina. In cuor suo fu contento che suo fratello pensasse ad una soluzione di vita più tranquilla e meno girovaga, sia che decidesse di sistemarsi in inverno nel magazzino di T sia che decidesse di abitare la vecchia casina di A e di dedicarsi a fare il ramaio a bottega.Le strade non erano più infestate da banditi come era avvenuto nei passati decenni e gli ultimi ” briganti” erano scomparsi e sembravano essere solo un brutto ricordo.  Ma manigoldi in giro non ne mancavano, e, pur comprendendo le ragioni e l’amore di suo fratello per la vita libera ed avventurosa, non poteva nascondersi che saperlo più ” stanziano” lo avrebbe fatto sentire più tranquillo.

Non palesò però il suo pensiero.

Voleva che Ue’ducc si sentisse libero di prendere la sua decisione senza alcun condizionamento.

Si limitò solo a raccomandargli prudenza nel trattare la questione dei furti di rame.

Soprattutto lo mise in guardia riguardo ad una eventuale rivalsa dell’ignoto ladro su Ernestina semmai si fosse reso conto di essere stato individuato da Ue’ducc’  e che il rapporto di conoscenza tra questi e Ernestina  avrebbe  potuto essere pericoloso per lui poiché la ragazza rappresentava una testimone scomoda.

Quel nuovo  pensiero colpì Ue’ducc in modo violento!

Era una eventualità che non aveva considerato, e per quanto abbastanza improbabile, quell’idea lo rese inquieto.

Da quanto tempo quell’individuo che aveva visto al mercato lo seguiva? Sapeva dei suoi incontri con Ernestina? La ragazza era perciò già in pericolo senza che lui, Ue’ducc’, se ne fosse reso conto?

Nell’ultima notte al convento il mio padrone non chiuse occhio. Questi pensieri giravano vorticosamente nelle sua mente. Rifece a ritroso innumerevoli volte i percorsi che aveva fatto prima e durante gli incontri con Ernestina e si convinse che la sua preoccupazione era eccessiva.

Affrettò ad ogni buon conto la partenza perché al desiderio di rivedere la ragazza si aggiungeva adesso quello di saperla al sicuro.

I frati lo salutarono con affetto invitandolo a tornare presto tra loro.

Fra Pancrazio abbracciò suo fratello.

I due si scambiarono poche parole. Il legame che li univa, più forte di qualsiasi parola, non aveva bisogno di altre esternazioni!

Partimmo dunque, di nuovo.

Il nostro viaggio si svolse tra verdi e ridenti colline e ampie vallate con le aspre cime dei monti che segnavano il nostro orizzonte.

Lungo il tragitto non facemmo molte soste se non per riposarci e far riposare Bartolomeo.

Il mio padrone sembrava preso da una fretta che non gli era consueta.

La sua mente era proiettata all’ incontro con Ernestina ma i timori circa la sicurezza della ragazza facevano  a tratti  capolino tra i suoi pensieri.

Rimuginando prese la decisione di rinunciare ad un paio di fiere lungo il percorso e di partecipare ad una unica fiera nei pressi del paese dove viveva la ragazza.

Giungemmo a U. al mattino di qualche giorno dopo.

Il mio padrone si accampò nella piazza del paese dove già erano altri venditori ed ambulanti che avrebbero partecipato alla fiera. U. era un piccolo paesino perciò non si trattava di una fiera grande come quella a cui avevamo partecipato a M.

La serata trascorse in compagnia, allegramente.

Al mattino successivo presto arrivarono i primi avventori e la fiera ebbe inizio.

Me ne stavo disteso all’ombra osservando  il mio padrone che trattava l’acquisto di un paio di tegami con una donna, quando, ad un tratto vidi serrarsi la sua mascella. Osservai attentamente e vidi che pochi passi lo separavano dall’ uomo che lui aveva già individuato in altri luoghi e da cui si sentiva seguito! Accortosi di essere osservato, questi si voltò bruscamente girando le spalle al mio padrone  e si incamminò.

Ue’ducc’ continuò i suoi commerci. Quando ebbe finito si allontanò di alcuni passi in cerca dello sconosciuto.

Fu allora che improvvisamente, tra la gente, vide davanti a sé l’ inconfondibile massa di capelli ramati che avrebbe riconosciuto ovunque e accanto ad essa il capo avvolto dal velo di una suora.

Il suo cuore ebbe un tuffo.

Ernestina!

Era lei certamente.

La ragazza si volse, quasi come ad un richiamo.

I suoi occhi incontrarono gli occhi di Ue’ducc la sua bocca si aprì ad un sorriso che morì subito sulle sue labbra: Ue’ducc che pure l’aveva guardata intensamente le stava passando accanto come se lei fosse una sconosciuta!

Il  sangue di Ernestina gelò.

L’aveva dunque già dimenticata? Tanto da non riconoscerla? O forse aveva volutamente evitato di parlarle ?

In un attimo quel luminoso mattino le apparve buio.

A stento riuscì a trovare le parole per rispondere alla suora che l’accompagnava. Continuò i suoi giri ma il suo pensiero era rivolto a Ue’ducc’, al mio padrone.

Lo cercò con lo sguardo tra la gente, ma era scomparso.

segue…….oro-rosso-capitolo-18 


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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