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Oro rosso – Capitolo 17

Questo è il diciassettesimo Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc’ ripercorre la strada per tornare verso le sue montagne; per prima cosa deve incontrare suo fratello

Per il Capitolo 16 – oro-rosso-capitolo-16 

Oro rosso – Capitolo 17

Ripartimmo una mattina all’alba alcuni giorni dopo.

Il mio padrone aveva partecipato ad alcune fiere nei dintorni di T. e acquistato rame. Aveva anche venduto ad alcune famiglie facoltose che gliene avevano fatto richiesta  formaggi e altri prodotti alimentari tipici della zona montana da cui venivamo.

La sensazione di essere seguito, spiato, lo aveva  sempre accompagnato, sebbene non avesse più avuto modo di rivedere il brutto ceffo che aveva notato alla fiera di M. se non in una sola occasione, quando, di spalle, gli era sembrato di riconoscerlo.

Costeggiammo il mare per un lungo tratto.

La parte di costa che percorremmo  non si presentava omogenea nei vari pezzi che la componevano, ma al contrario mutava notevolmente d’aspetto.

Vi erano zone di spiaggia bassa e sabbiosa ed altre a ciottolame oltre a zone alte e rocciose. La linea  costiera si faceva strada  tra vallate e colli che, a picco sul mare, davano vita a paesaggi e ambienti naturali inconsueti.

La montagna che degradava verso il mare si presentava quasi a terrazze con più sentieri a diverse altezze. Il sentiero che percorremmo noi, fatto di ciottoli,  era quello più in basso che correva proprio vicino al mare.

In un punto sembrò che la montagna si volesse tuffare letteralmente nel mare, come se i suoi boschi, i suoi fiori, le sue piante incuriositi volessero scandagliare quei fondali azzurri.

Canne ed altre piante tipiche marine si mescolavano lì alla vegetazione “montana” rendendo l’aria carica di profumi insoliti, frammisti.

Sparsi lungo la costa si vedevano i tipici ” trabocchi”.

Assomigliavano a palafitte – realizzate e sostenute con legni che il mare trasportava sulla spiaggia e tra gli scogli, così particolari da catturare subito lo sguardo per l’unicità e l’apparenza rudimentale.

I “traboccanti” , per lo più contadini le cui vite erano in continuo, instabile equilibrio  tra la terra e il mare, si servivano di quei marchingegni protesi nelle acque, per pescare senza dover  affrontare i rischi della  navigazione vera e propria alla quale non erano abituati, riuscendo così ad integrare la loro povera dieta a base di prodotti della terra e animali con i prodotti del mare.

Dopo aver percorso un bel tratto, deviammo verso l’interno.

La strada s’inerpicava fino ad una alta collina  ricoperta da piante di ulivo che offriva un panorama spettacolare: alle sue spalle si scorgevano le cime del Gran Sasso e della Majella e davanti, in basso, una lunga porzione di costa del mare Adriatico.

Su un promontorio non lontano, ma non visibile dal punto in cui eravamo, si ergeva, Ue’ducc’ lo sapeva,  un’abbazia. La conosceva  poiché ci era stato una volta con suo fratello in una sorta di pellegrinaggio e sapeva che l’abbazia era disabitata.

Proseguimmo aggirando il promontorio da un lato.

Il mare alle nostre spalle pian piano scomparve alla vista.

Dopo circa un’ora di cammino si intravide il piccolo agglomerato di case, che era improprio chiamare paese, nel quale si trovava il convento dove viveva il fratello del mio padrone.

Non si trattava di un vero e proprio convento bensì di  una grande casa circondata da un vasto orto che si nascondeva tra il folto degli alberi di un piccolo boschetto.

I frati che vi vivevano dipendevano dai frati Francescani di A. ( Aquila)

La sede principale  essendo piuttosto distante, si era deciso di trasferire in quel piccolo possedimento della chiesa in quelle zone uno sparuto gruppetto di frati che potessero operare nelle piccole comunità dei dintorni e allo stesso tempo si dedicassero alla loro vita di lavoro, preghiera ed elemosina.

Ue’ducc vi si era recato spesso da quando suo fratello vi risiedeva. Vi aveva a volte trascorso dei periodi anche lunghi durante i mesi invernali in cui le sue attività commerciali erano ridotte.

I frati lo conoscevano bene, e sapevano che la sua vita girovaga e il suo modo di vivere apparentemente in contrasto con i principi alla base del loro proprio vivere celavano un animo sincero, una personalità schietta ed un’indole laboriosa.

All’udire il rumore del carro che si fermava, uno dei frati di affacciò alla porta.

Riconosciuto Ue’ducc  lo salutò con un cenno della mano indicandogli l’orto dietro la casa dove avrebbe trovato suo fratello.

Il mio padrone ringraziò di rimando agitando la mano e si avviò nella direzione indicata.

Sapeva che le ciarle inutili non facevano parte della vita spartana dei frati, e si adeguava volentieri a questa regola.

Vide suo fratello chino,  intento a strappare erbacce dalle piccole colture dell’orto.

Al suo avvicinarsi si rizzò in piedi e con un ampio sorriso gli aprì le braccia.

Fra Pancrazio assomigliava molto al mio padrone, solo che la loro somiglianza era come quella di due fotografie di una stessa persona prese in due diversi momenti della sua vita: una sfuocata e un po’ sbiadita, l’altra  con colori vividi e brillanti.

Leggermente più basso di statura del mio padrone, fra’ Pancrazio era un po’ curvo in avanti. Il nero corvino dei capelli del mio padrone in lui era più attenuato e mentre il viso di Ue’ducc’ era rasato ed appariva in tutta la sua mascolina bellezza, quello di fra Pancrazio era ricoperto da una folta barba, che ne nascondeva in parte la bocca.

Solo gli occhi, scuri anch’essi come carbone, avevano lo sguardo intelligente e sagace del mio padrone addolcito però in fra’ Pancrazio da una luce diversa, più morbida e tenue, che incuteva in chi lo osservava calma e pacatezza. Era lo sguardo di chi non ha più desideri né bisogni pressanti che lo pungolano e che in virtù di ciò vive in pace.

Il suo aspetto in generale, pur essendo egli maggiore di pochi anni dava l’idea di una differenza di età più marcata.

.“… Ue’dù!.. Scí ‘rm’niut’!… Gna so cuntjent’ ‘!!!…” mormorò abbracciando il mio padrone. [1] 

Poi lo allontanò un attimo da sé e lo osservò attentamente.

” …..Scte buon, ……..simbr ……nu uagliunciell!!!……..” [2] 

Ue’ducc’ sorrise. Era quello il modo in cui sua madre si era sempre riferita a lui e  quel modo suo fratello lo aveva fatto proprio.

Ricambiò Il suo saluto. Poi si informò della sua salute, dei confratelli e in generale della vita al convento diventata ancora più difficile, U’ducc lo sapeva, in quei tempi di cambiamento.

Me ne restai in disparte, in parte intimidito da quel nuovo essere che il destino aveva posto sul mio cammino, in parte non sapendo bene come muovermi in quel luogo dove tutto sembrava improntato al silenzio, alla calma e alla pacatezza.

Dopo aver parlottato un po’ tra loro mentre fra Pancrazio proseguiva il suo lavoro aiutato da suo fratello, lo sguardo del frate si posò finalmente su di me.

Comprese che la mia presenza li non era casuale e lanciò uno sguardo interrogativo al mio padrone.

In breve la mia storia venne raccontata.

Fra Pancrazio sorrise spesso durante il racconto ed ebbe un vero e proprio riso, ma contenuto,  al sentire il nome che mi era stato dato.

“…… Schitta tjue” disse rivolto a suo fratello ” puntiv’ capà nu nom’ asciuì…… però …..è ru sja….” aggiunse sorridendomi. [3] 

Ue’ducc gli disse che la sua originaria intenzione era stata quella di trovarmi una collocazione presso qualche masseria di brava gente, o li, allo stesso convento, ma che aveva cambiato idea in pochi giorni perché la mia presenza gli era diventata oltre che gradita, quasi indispensabile.

I due fratelli rimasero nell’orto fino a che i rintocchi di una campana non indicarono loro il mezzogiorno.

Allora fra Pancrazio si affrettò a riempire un canestro con un po’ di insalata ed altri ortaggi. Poi, mentre il mio padrone si arrampicava su una vecchia scala a pioli per cogliere delle albicocche da un albero che era lì, entrò in un pollaio che si trovava sul limitare dell’orto e ne uscì con delle uova.

Insieme i due fratelli si avviarono verso la grande casa che ospitava i frati.

Io li segui ed entrai con loro da una porticina sul retro in una grande cucina dove, indaffarato intorno al fuoco, era un piccolo frate dall’aspetto bonario, lo stesso che si era affacciato alla porta al nostro arrivo.

Ue’ducc lo salutò, quindi uscì e tornò poco dopo con un involto tutto unto nel quale era una pezza di formaggio pecorino che aveva portato dalla montagna in regalo ai frati e che aveva ogni giorno  spalmato esternamente di grasso perché non si asciugasse troppo.

Una campanella annunciò l’ora del desinare.

Ci recammo in una grande stanza attigua alla cucina dove su un lungo tavolo di legno circondato da panche erano disposti dei piatti e dei bicchieri di stagno, ognuno con accanto un pezzo di pane.

Altri frati arrivavano. In tutto ne contai 5.

Tutti salutarono Ue’ducc con affabilità.

Per ultimo arrivò un frate di piccola costituzione accompagnato da un uomo e un bambino il cui aspetto trasandato e patito lasciava comprendere che si trattava di povera gente senza casa.

Gli altri frati salutarono i nuovi venuti che il piccolo frate presentò come ” fratelli in difficoltà che il buon Dio ha messo oggi sul mio cammino” e li invitarono a sedersi con loro. Vennero aggiunti in fretta due piatti.

Il frate che era in cucina, fra Gustavo, si avvicinò con una capace pentola piena di una minestra di verdure bollente  e la scodellò nei piatti.

Uno dei frati, presumibilmente il responsabile della piccola comunità, invitò i suoi confratelli e gli ospiti a ringraziare il Signore per il cibo che anche quel giorno era stato concesso loro. Seguirono delle preghiere ed infine tutti cominciarono a mangiare la minestra seguita poi da pezzi del pecorino ricevuto in regalo e di cui ringraziarono il mio padrone.

Per ultimo  mangiarono le albicocche appena raccolte.

Si intrattennero ancora un po’ con Ue’ducc’ e i due sconosciuti, poi si ritirarono per le loro preghiere.

Fra Gustavo, aiutato dai nuovi arrivati, sparecchiò e riordinò la cucina.

Poi, chiamandomi con il mio insolito nome, mi avvicinò una ciotola con dentro degli avanzi di minestra a cui aggiunse dei pezzetti di pancetta.

Il pomeriggio trascorse lento e tranquillo.

I frati ripresero le loro attività fino all’ora dei vespri quando si recarono nella cappella per le loro preghiere.

Ue’ducc si sedette allora su una piccola panca di pietra fuori dall’uscio della cucina e restò ad ascoltare il silenzio intorno interrotto solo dal fruscio delle fronde degli alberi al vento  a tratti intervallato dal cinguettio di qualche uccello.

Una pace assoluta lo pervadeva.

Si sentiva, come sempre in quel luogo, in pace col mondo e con Dio.

Tese la mano verso di me  che me ne stavo sdraiato a terra accanto a lui, e mi accarezzò lentamente.

Potevo quasi udire il rumore dei suoi pensieri in quel silenzio.

E sapevo che tra quei pensieri ce ne era uno dominante: Ernestina.

Fine seconda parte

segue su ….oro-rosso-capitolo-18 


[1]….Ue’dù! .. sei tornato….. Come sono contento…
[2] Stai bene… semmai un ragazzino
[3] Solo tu potevi scegliere un nome così…. però… è il suo

Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

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