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Notte d’inverno

Il dottor Sergio Emanuele Labanca
Il dottor Sergio Emanuele Labanca

All’epoca dei fatti che mi accingo a raccontare nel mio paese non vi era ancora l’ospedale.  Da poco funzionava una struttura sanitaria con un chirurgo affiancato da due infermieri, uno addetto ai “ferri”,  l’altro alla “narcosi”,  un radiologo ed un medico generico che all’occorrenza provvedeva alle analisi più strettamente indispensabili.
Tutta l’assistenza,  ambulatoriale e domiciliare, era prestata dal Medico condotto che realmente operava a “tempo pieno”,  provvedendo anche all’assistenza ostetrica, collaborato in questa dalla levatrice stipendiata dal Comune. Gli inverni erano lunghi, rigidi, largamente innevati. Spesso si susseguivano intense bufere di neve e non raramente il paese e il contado rimanevano isolati per diversi giorni e notti poiché le strade diventavano intransitabili.
Una notte si udiva lugubre , più del solito, fischiare la borea;fuori le porte sbattevano; i vetri alle finestre erano tutti appannati e tristemente tremavano!  La neve buttata dal vento,vorticando scendeva a folate dai tetti riempiendo nei vicoli ogni spazio e ogni fessura dei muri.
Lacerante, improvviso, il trillo del telefono!
“Pronto” , ebbi appena il tempo di dire…”Dottò,Dottò…viè subbete, purtateve re fierre…la femmena s’è currotta a sanghe.(Letteralmente: “ corri dottore,veni subito perché mia moglie è stata colta da grave emorragia uterina”) .
Il tempo di indossare giubba e calzoni impermeabili, stivaloni capaci, un pesante giaccone e fui a bordo della mia “topolino” attrezzata con catene  e copertoni da  neve sì da poter superare ogni mucchio,ogni ostacolo.
Dopo circa sette chilometri ero sul posto; mi accostai al ciglio della strada rotabile dove erano ad attendermi quattro contadini ben tarchiati che mulinavano ,a mò di fiaccole, pezzi di legno ardenti. “Servono per farti luce lungo la strada” qualcuno spiegò pur senza che io nulla avessi chiesto.
C’ incamminammo  lungo un viottolo tracciato nella neve, sfidando  bufera e oscurità. Percorremmo circa quattrocento metri e sbucammo al limitare d’un piccolo boschetto oltre il quale vi era un ampio cascinale. Entrammo: mi si fece incontro un’arzilla vecchietta che dopo aver atteso ch’io mi liberassi del berretto sciarpa e giaccone, prendendomi per la manica della giubba mi guidò in una stanza sufficientemente illuminata.
All’angolo , in fondo,vi era un letto matrimoniale in ferro, e da lì commista  ad un lamento, sentii provenire una flebile voce che mi apostrofava:”aiutatemi ,dottore,muoio dissanguata!
E la vecchietta prontamente soggiunse:”Dammi i “ferri” … l’acqua nel caldaio già bolle”.
Una diagnosi ben facile ed indubbia:”aborto inevitabile, incompleto con metrorragia in atto”.
Improcrastinabile la revisione strumentale del fondo uterino.
Trassi dalla borsa quanto avrebbe potuto occorrermi per il “raschiamento”,lo infilai in una federa pulita di cuscino e consegnai il tutto a quella che – ormai  me ne ero fatto capace- avrebbe dovuto essere, per la circostanza,la mia … assistente.
Infatti nella stanza, oltre la sofferente, eravamo io, la vecchietta e un’altra donna molto anziana silenziosamente sopraggiunta  a portarmi il caldaio bollente. E furono quelle due donnine a reggere piedi e gambe, divaricate e flesse, infilate in due federe nuove, della  paziente che ora aveva il sedere poggiato sul margine della sponda inferiore del letto.Provvidi ad espletare  con sveltezza una accurata revisione uterina, sistemai con una benda a quattro strati ,uno zaffo uterino-vaginale ben stipato, iniettai un emostatico uterino e la penicillina(all’epoca unico antibiotico disponibile) e quindi, sempre aiutato  dalle due collaboratrici dimostratesi abbastanza valide,cercai di sistemare a letto, quanto più comodamente possibile, la paziente.
Mi accinsi a lavarmi, ma non resistetti oltre e domandai con voce adirata:”insomma,non c’è nessun’altra anima viva, oltre voi due, in questa “masseria”??… E le donne giovani che fine hanno fatto??”
Fu proprio allora che una porta si aprì e comparvero, uno dopo l’altro,tra maschi e femmine, sei-sette contadini.
Quello che sembrava essere il capo-famiglia mi si avvicinò e volle ringraziarmi a nome di tutti per quanto mi fossi adoperato  nella circostanza. E seppe anche esprimersi con parole acconce tanto che ne rimasi commosso. Poi con fare circospetto e non senza qualche esitazione mi si fece più vicino e soggiunse: ”Dottò…mo…ci devi fare un’altra “finezza”. Vieni giù … alla stalla. C’è la brunalpina che non riesce a “sgravare”;… se muore è un guaio … costa milioni … vieni”!.
Un brivido mi percorse la schiena! Avrei dovuto tramutarmi in un …veterinario?! E come potevo?! In vita mia non avevo  mai visto partorire un animale!…Cosa avrei dovuto o potuto fare??!!
Che sensazione dannata! Mi accorsi che andavo volutamente perdendo tempo  per mascherare  la mia tensione, la mia …”ignoranza”! Toh, andavo dicendomi. Quasi quasi , in questa notte, per questa gente ha più valore la ”vacca” che una giovane donna!!
Ma che potevo fare?!… Mi accorsi che ero stato lasciato  un’altra volta solo.
Mi avviai verso la stalla. Mi raffiguravo ad un condannato che si incammina verso il patibolo!
D’un tratto sentii un vociare sempre più concitato e festoso.“Ha fatto … ha fatto … Dio ci ha voluto bene”.  … Passò del tempo. Ormai quasi albeggiava: stavo per salire in macchina per tornare a casa.
Con me c’erano un’altra volta i quattro giovani contadini che mi avevano riaccompagnato fino alla rotabile brandendo quelle specie di torce. Mettendo in moto ed accendendo i fari dissi ad uno di essi:”Ma come pensavate di far luce con quei …”tizzoni”??
“Ma che avete creduto, Dottore,”mi rispose , ironico “… servivano a far paura … a tener lontano … il lupo che avevamo sentito ululare, ieri sera”!

   Sergio Emanuele Labanca

Sergio Emanuele Labanca nacque a Napoli il 24 ottobre 1925  e morì in Agnone il 30 ottobre 1996. Ha vissuto sempre in Agnone:abitava in Via Gioberti  a pochi metri dalla casa dei miei genitori, dove oggi ha lo studio medico-dentistico il figlio Federico. Lungo  Via Gioberti vi sono ancora  le tabella in ferro a testimoniare quasi un secolo di onorata missione. Oltre ad esercitare fino alla pensione la professione  di medico, è stato anche giornalista, editore  e scrittore;  tra le sue opere, poesie, racconti e drammi dialettali. Il dramma “Una terra nuova, una fatica nuova” fu rappresentato perfino a Montreal. L’articolo riportato è stato pubblicato nella rivista IL MEDICO D’ITALIA il 29 febbraio 1992.

Domenico Di Nucci

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