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Nonna Raccontami – Pellegrinaggi

Racconto di Enrico e Irene Ciarniello[1]segnalato come meritevole per la categoria “adulti”.

itinerari-religiosi

Da sempre, un avvenimento affascinante per la sua singolarità è quello dei pellegrinaggi religiosi che si facevano all’epoca della mia infanzia ai Santuari in determinati periodi dell’anno e alle chiese dei paesi vicini in occasione delle solenni festività patronali, sicuramente come retaggio di fede medioevale quando tali espressioni religiose erano al massimo splendore. Al mio paese, Bagnoli del Trigno, queste grandi processioni itineranti si chiamavano Compagnie, e spesso differivano a seconda del Santuario da venerare, secondo la distanza e anche a seconda del luogo, urbano o rurale. I pellegrini partecipanti, in gran parte provenienti dalle campagne, oltre l’interesse religioso spesso ne avevano altri, certi secondari ma spesso molto interessanti e… interessati.

Ma parliamo delle cosiddette “Compagnie”, perché oggi è stato dimenticato lo scopo centrale dei pellegrinaggi religiosi consistente nell’acquisizione di indulgenze, e quelli secondari… non a carattere propriamente dottrinale ma piuttosto sociale. Le Compagnie si formavano spontaneamente con una certa frequenza; infatti la religiosità dell’epoca era molto profonda ed era motivo di orgoglio per ogni famiglia far partecipare almeno un proprio componente alla comitiva organizzata per venerare il Santo patrono di un paese vicino nel giorno di festa in suo onore.

I giovani della Compagnia avevano anche molti altri motivi per aderire all’iniziativa, motivi che si possono riassumere nel godersi una giornata di festa, di fare turismo a costo ragionevole e di cercare di fare conoscenze interessanti nel proprio gruppo o in quelli forestieri.

A questo proposito era a tutti noto (anche se tutti lo negavano) che molte ragazze in età da marito, ma un pochino stagionate, secondo le abitudini del tempo partecipavano con lo scopo più o meno palese di trovare l’anima gemella. Infatti, molte mamme mandavano le proprie figliole giovanette sotto la “sorveglianza” discreta o del priore, o di qualche zia, o di qualche altra anziana pellegrina compiacente di tenere, si fa per dire, gli occhi socchiusi nel favorire contatti che avrebbero potuto condurre ad un sollecita promessa di matrimonio.

Per gli altri giovani già innamorati a latere l’occasione era buona per conoscersi meglio tentando di emulare il biblico incontro di Abramo con Rebecca, ma senza riuscirci completamente in quanto la pudicizia delle ragazze dell’epoca non consentiva grandi cedimenti.

Non conosco ciò che avveniva durante il viaggio o come venissero accolte le Compagnie al rientro ai loro paesi d’origine, ma so quello che generalmente avveniva all’annuale Pellegrinaggio a santa Lucia attraverso i vari ricordi di nonna Rosalia (che non se ne perdeva uno, anzi spesso partecipava anche a quello di Casal Bordino), e le memorie di mamma che vi partecipava da giovane con assiduità insieme alla sorella maggiore. Sempre presente mia madre, tranne una volta: vinta la contrarietà del padre da poco rientrato dall’America con idee vagamente anarchiche, in seguito alla vicenda e all’ingiusta esecuzione di Sacco e Vanzetti.

La partenza era fissata davanti alla chiesa, in piena notte e tutti i partecipanti, con l’occorrente ben preparato e con un gruzzoletto di monetine, arrivavano puntuali all’ora fissata. Il priore, generalmente con il sagrestano, raramente il parroco, constatata la presenza di tutti quelli che avevano aderito all’iniziativa, dopo qualche disposizione organizzativa, alzando la Croce e intonando la prima strofa di un inno religioso, dava inizio al cammino. E tutti dietro, in doppia fila indiana, cantando in coro.

Per la strada si facevano molte fermate, per rifocillarsi, per riempire di acqua fresca le bottiglie e per abbellire il “bastone del pellegrino”. In ogni caso il luogo delle fermate non era casuale, perché doveva rispondere a certe caratteristiche, già individuate nei viaggi precedenti: che poi consistevano in un piccolo spiazzo con qualche albero per issare la Croce, la presenza di una sorgiva o di un pozzo, e un posticino discreto, con folta vegetazione, idealmente ben suddiviso per i bisogni di maschi e femmine.

Al Santuario si arrivava dopo molte ore dall’alba e verso le dieci venivano espletati i doveri religiosi che duravano più di un’ora, la Messa oppure, raramente, solo canti e preghiere, in assenza di un celebrante.

Dopo i vari riti religiosi, dalle bancarelle presenti si acquistava qualche ricordino religioso o qualche articolo di chincaglieria e poi tutti i pellegrini si riunivano in una radura per rifocillarsi e per riposarsi prima di riprendere il cammino di ritorno. All’orario convenuto il priore riorganizzava la processione e con le stesse modalità della mattina cominciava l’iter del ritorno con la variante del “Monte” che consisteva in una o più soste di un quarto d’ora in cui si dicevano preghiere intorno alla Croce fissata in un punto alto e che terminavano con una piccola offerta al priore.

Verso il tramonto, prima di rientrare in paese, tutti riordinavano un po’ la propria persona e soprattutto gli ornamenti floreali del bastone crociato, rinnovati più volte lungo il tragitto. Poi al suono delle campane a distesa si avviavano oranti verso la chiesa, come Crociati di ritorno dalla Terra Santa, fiancheggiati da due ali di folla che si univa alle loro preghiere. Il parroco, nella chiesa già gremita, li accoglieva con un piccolo sermone, e con la solenne benedizione consacrava la fine del sacro viaggio.

Più o meno le stesse cose avvenivano quando il pellegrinaggio durava più giorni. Un unico cambiamento c’era solo al rientro. Infatti quando la Compagnia rientrava da Casal Bordino, dopo quasi due giorni di viaggio, sempre all’aperto, notte e giorno, i pellegrini sfiniti per il lungo cammino e affamati si fermavano all’entrata del paese, non solo per le stesse ragioni per le quali si fermavano le Compagnie di più breve percorso, ma anche per rifocillarsi con le vettovaglie che arrivavano copiose dal paese, portate da parenti o dai servitori dei notabili che in questo modo compensavano la mancata partecipazione al pellegrinaggio.

Dopo aver fatto onore all’agape (cristiana), i pellegrini si avviavano rinfrancati verso la chiesa al suono del campanone a distesa per terminare il loro itinerario materiale e spirituale, secondo il noto e tradizionale rito della benedizione solenne.

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[1] Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Non sono mai andata in pellegrinaggio; non credo colpevolmente assente, ma solo perché da bambina non era”usanza” di famiglia, poi da grande son cambiati modi e tempi di esternare la propria fede. Ma so per certo che tali viaggi dello SPIRITO- come si chiamano oggi- erano numerosi e frequenti anche dalle nostre parti; si andava addirittura anche a S. NICOLA di BARI. Eppure un sola volta una mia anziana zia mi portò con sé al Santuario di CANNETO [DISTANTE UN’ORA DI STRADA DAL MIO PAESE –MONTEFALCONE NEL SANNIO] la sera del 7 settembre precedente la NATIVITA’ DELLA MADONNA- quando i pellegrini a piedi quasi tutti si recavano appunto il giorno prima per la fiera, e trascorrendo la notte seduti-accampati in chiesa, per essere presenti l’indomani per la solennità del rito con processione. Ho dormito a terra, con la testa appoggiata sulle sue ginocchia, svegliata spesso dal canto dei pellegrini intonati di tanto in tanto…Deve essere stata una notte diversa strana e incantata, se ancor oggi- dopo 70 anni- me la ricordo con affetto e gratitudine alla cara e vecchia zia Genoveffa…

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