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Nonna Raccontami – Luglio 1958, Estate Afosa

Racconto  di Sara Tullo [1]

Luglio 1958. Estate Afosa. Io e mia cognata Antonietta, trenta e trentuno anni, andiamo in campagna per prendere i semi delle fave che dovranno essere seminati dai nostri mariti.
 Fa davvero tanto caldo quando ci avviamo dal paese; ho lasciato mia figlia a casa a rammendare dei calzini. Sicuramente, al mio ritorno, starà giocando davanti casa.

Arrivate, mentre prepariamo il necessario per iniziare a prendere i semi, mi sento stranamente fiacca, rigida, mi fanno male le ossa… penso che sia solo la stanchezza del tragitto sotto il sole cocente delle quindici, e continuo a lavorare. Ora è davvero tutto pronto: il tappeto di sacchi è steso e il bastone di legno per sbattere le fave è pronto… Ma io, io sto sempre peggio, sono tutta sudata ma inizio a soffrire il freddo… Ho i brividi. Non dico nulla ad Antonietta ed inizio a rompere i gusci delle fave per prendere i semi, lei invece continua ad andare avanti ed indietro per portarmi le fave da rompere. Ma anche se mi sto muovendo la sensazione di freddo non passa… Ogni tanto mi sembra di delirare. Annodo meglio il fazzoletto sulla testa per proteggermi da quel sole tanto forte.

Devo sembrare un pulcino impaurito dalla pioggia, che trema sotto l’acqua gelida che bagna le sue piume e poi va in panico perché non riesce a trovare la sua mamma. Allora, Antonietta mi dice proprio come farebbe una madre: «Marietta, tra un po’ dovrebbe passare il pullman, vado a fermarlo così tu vieni, sali, te ne torni a casa e ti vai a mettere sotto le coperte».

Accetto e vado ad accucciarmi sotto il capanno aspettando il suo segnale. Poco dopo sono a casa e come avevo previsto Addolorata è fuori a giocare.

Forse è allora che svenni. Perché del poi ricordo solo che mi ritrovai nel mio letto sotto tante coperte circondata da borse d’acqua calda.

Per riprendermi ci vollero più di due settimane. Ho sempre avuto lunghe convalescenze. Durante i momenti di lucidità di quei giorni travagliati dal supplizio ho ripensato a tutto quanto avevo passato, a tutto ciò che non volevo mia figlia patisse…

Anzitutto lei avrebbe frequentato la scuola, ora era possibile farlo. Io invece avevo dovuto fermarmi alla Quinta Elementare. D’altronde, come pretendere di più… Gli altri otto figli non avevano continuato e il mio fratello maggiore si era opposto insistentemente alla mia richiesta: anche se ero brava, soprattutto con le poesie. Avevo una memoria infallibile! Eppure non avrei dovuto continuare, come gli altri avrei aiutato in casa o nei campi.

Che orrore preparare la pizza di granoni (quello era il nostro pane) e la pasta per il pranzo da sola, già a dieci anni. Quel che è peggio, non si poteva assolutamente sbagliare! Come ripeteva mio fratello: «Tu sei come noi altri ed anche per te vale il detto: mazze e panèlle fanne le figlie bèlle! Panèlle e senza mazze fanne le fi- glie pazze!». Per farmi capire che anche io avrei dovuto essere educata con il bastone e la carota. Come dice la Bibbia «chi risparmia il bastone, odia il figlio suo».

E non era tutto. Ogni giorno bisognava andare a prendere l’acqua con la tina nel pozzo, ogni mattina bisognava, a turno, arrivare in città (naturalmente a piedi, senza strade, passando nel fango e nella neve d’inverno e sotto il sole cocente d’estate) per consegnare il latte alle famiglie che ce lo richiedevano. Se uno di noi si opponeva addio soldi per le scarpe nuove. Ma nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di opporsi al volere di mamma e papà.

Tutto era davvero diverso. Soprattutto il rapporto con i genitori, i miei erano terribilmente severi. Ricordo benissimo tre episodi molto simili avvenuti quando avevo meno di dieci anni: ero salita sull’albero delle noci per guardare il panorama da lassù; ero iperattiva, mi piaceva molto salire sugli alberi e con l’esercizio ero anche diventata brava. Quel giorno azzardai a salire su un ramo che mi era sembrato un po’ pericoloso e… PUFF! Era davvero pericoloso! Ero scivolata da tanto in alto, ma fortunatamente ero ancora tutta intera. Mio padre, che raccoglieva le noci mature sotto l’albero, mi guardò con il volto serio ma non mi aiutò a rialzarmi. Anzi disse: «Te la sei cercata, così impari a fare cose tanto pericolose!». Ero triste, sapevo di aver fatto del male a papà con il mio gesto, ma ero inconsapevole delle conseguenze.

Poi, dopo qualche mese, caddi dalla loggia della mia stanza. Atterrai di schiena, ma anche se il dolore era forte non mi lamentai. Sapevo che non era grave ed avrei solo preoccupato inutilmente mamma e papà destando la loro ira. Un’altra volta mi capitò di cadere della
finestra, più bassa ma ugualmente pericolosa.

Ma queste sono piccole cose, in fondo… Un trauma più grave mi fu causato da mia madre: non mi aveva detto cosa mi aspettava a quattordici anni, non sapevo quali fossero le ragioni e gli effetti dello sviluppo femminile. Ero del tutto impreparata e quando quella mattina mi svegliai ero sola in casa poiché tutti erano andati a mietere il grano ed io, che non sarei stata d’aiuto nella mietitura, avrei dovuto custodire la casa.

Quella mattina dunque non avevo ragione di urlare a meno che non volessi dare un nuovo motivo di curiosità e di pettegolezzo alla mia vicina.

Il letto era completamente insanguinato, io avevo paura, tanta… Non ricordavo di essermi ferita! Come poteva
essere successo? Uno scherzo? Ma no! Mi spogliai e completamente nuda davanti ai miei soli occhi cercai la ferita ed ecco che mi trovai tragicamente davanti alla realtà. Ecco cos’erano tutti quei doppi sensi che io non avevo mai compreso ma che mi raccontavano le mie compagne per ridere di ciò che dicevano i loro ragazzi. Ma io non ridevo mai: non mi piacevano i ragazzi, o meglio, non ero ancora interessata al loro universo.

Trascorsi mezz’ora ferma, esterrefatta, a collegare ogni ricordo per comprendere meglio il senso di quella situazione. Poi decisi di muovermi: presi le lenzuola dal letto, asciugai il pavimento e mi vestii con qualche straccio in più dove avevo bisogno per evitare lo “straripamento”! Così conciata corsi al pozzo con una saponetta in mano e dopo aver riempito la tina d’acqua, iniziai a sciacquare il bucato. Ci volle molto tempo e tante strofinate perché riuscissi a far tornare tutto com’era prima.

Quando mi rialzai, dopo esser stata almeno un’ora in ginocchio sotto il sole cocente dell’estate, vidi a terra una grande macchia rossa. Stavolta capii subito. Controllai che la gonna fosse pulita e indossai solo altre pezze. Era davvero scomodo! Camminavo verso casa con la tina sulla testa ed il bucato tra le braccia, ma la difficoltà mi era data dalle numerose pezze. Speravo comunque che non venisse fuori altro sangue!

Naturalmente non dissi nulla a mia madre. Ne avevo vergogna e poi, se lei non me lo aveva detto, doveva esserci qualche motivo. Da quel giorno fui sempre più indisponente nei suoi confronti. Perché non si rendeva conto del male che mi aveva fatto? Del dolore e della paura che mi aveva causato? O forse in fondo era stato meglio così, sarei stata imbarazzata ad un simile discorso.

Un’altra cosa che avrei voluto risparmiare a mia figlia, ma sapevo già che sarebbe stato difficile farlo, è tutto quanto si verifica ad ogni fidanzamento e fin dopo il matrimonio, una serie infinita di situazioni imbarazzanti, talvolta assurde, che io ho odiato: gelosie, invidie amplificate nei paesi!

Ricordo che una volta mio padre, sempre contrario al mio fidanzamento, disse al mio futuro sposo: «Anzitutto non devi venire ogni giorno. E poi quando vieni la sera, appena vedi che inizio a slacciarmi le scarpe, tu devi andar via! Capito? Perché io la mattina devo andare a lavorare!».

Era uso, infatti, che il fidanzato andasse a trovare la donna a casa, ma i due non potevano mai restare soli, c’erano sempre i genitori con loro. E anche se i due promessi uscivano doveva stare con loro una sorella, una cognata o un’amica.

Quella fu davvero una serata assurda. Diventai tutta rossa. Meno male che Enrico era un uomo educato e non attaccabrighe!

Una volta io e mio marito eravamo affacciati alla finestra della nostra casa che dava su una stradina collegata alla piazza del paese. Era uno dei primi giorni di primavera e mia suocera era seduta vicino al tavolo in cucina.

Io avevo messo sul tavolo la tina con l’acqua e il maniere (mestolo) era attaccato. Appena si accorse che noi eravamo affacciati alla finestra a chiacchierare, mia suocera dentro iniziò a sbattere il mestolo contro la tina in modo che io mi girassi.

Con sorpresa vidi che mi stava facendo segno di andarle vicino. Andai e mi disse: «Ma sei pazza? Non si sta affacciati alla finestra in quel modo! Sai cosa dice la gente?». Inizialmente pensai di risponderle che non stavamo facendo nulla di male o di compromettente e poi… Perché non chiamare il figlio? Ma era fin troppo ovvio: certe cose non si aveva il coraggio di dirle all’uomo, soprattutto dopo che aveva fatto il passo verso l’indipendenza.

Insomma, mi è stato tutto davvero difficile. Oggi le cose sono cambiate e sono felice che sia tutto “guarito”! Mia figlia non ha sofferto tante pene.

Estate 2010. Ero a casa della nonna e questo è il racconto della sua vita, di tante cose antiche e sempre nuove. Da quella chiacchierata ho capito che il mondo è passato da un eccesso all’altro. La situazione in cui quella generazione ha vissuto è stata fin troppo chiusa, severa, e così pensando che fosse sbagliato riprodurla con i propri figli, ha dato loro un’educazione fin troppo aperta, fin troppo indulgente…

Perché non si riesce a trovare il giusto mezzo quando si decide di cambiare strada?

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[1] Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it.

Copyright  Michela Mastrodonato
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

2 commenti

  1. Bel racconto e delicata reticenza nell’esposizione di situazioni “ femminili” che una volta creavano imbarazzo e si dovevano dire a voce bassa, o non si dicevano affatto, e si lasciava fare tutto alla natura! Ho rivissuto qualche remora e qualche imbarazzo anch’io, che posso posizionarmi a metà strada, tra quei tempi più lontani del “ tutto sottaciuto”e i tempi d’oggi del “tutto aperto”, senza velo alcuno. Complimenti all’autrice.

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