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Nonna Raccontami – Le Lavandaie, il lavaturo

di Paola Giaccio [1] e  Maria Antonella Zotti [2]

Lavandaie 2

Lavandaie (a cura di Paola Giaccio)

“Amor dammi quel fazzolettino,
vado alla fonte, lo voglio lavar.
Te Io lavo alla pietra di marmo
ogni battuta è un sospiro d’amor.
Te lo lavo con acqua e sapone,
ogni macchietta un bacino d’amor.
Te lo stendo su un ramo di rose,
il vento d’amore lo viene a asciugar…”

D’estate, il canto di queste lavandaie si espandeva tra le rive dei ruscelli… ma questa necessità si svolgeva, lo stesso, anche in inverno.

Infatti, nei tempi passati, quando nelle case non vi era ancora acqua corrente, le donne, con in testa  il loro cesto di biancheria da lavare, andavano al fiume o alle fontane del paese.
Donne semplici che riuscivano a trasmettere gioia anche se non possedevano tante comodità. Solo serenità, anche nelle loro gravose fatiche quotidiane.

Foto dell’archivio di Tina Marchesciano


Lavandaie 3

Il Lavaturo

Ogni tanto, quando il sole illumina il mio volto,  mi allungo sull’erba del mio giardino e inizio a pensare. La mia attenzione si sofferma nella maggior parte delle volte sui ricordi.
 Che cos’è un ricordo? È l’immagine di un momento trascorso sia bello che brutto che, in qualche modo, ha cambiato la tua vita. Mi fermo a guardare il paesaggio e inizio a chiedermi: «Chissà che cosa c’era al posto di questa grande casa qualche decennio fa?». «Chissà se su questa strada sfrecciavano co- sì tante macchine?». «Le persone erano come oggi?».

Nella maggior parte dei casi non riesco a rispondere da sola a questi interrogativi e corro subito dalla persona che, nonostante il passare degli anni, non ha mai chiuso la sua stanza dei ricordi: mia nonna. Quando entro nel salotto, dove è solita risposarsi, non riesco mai ad immaginarla alla mia età. L’ho sempre conosciuta come un donna di casa che cura i figli, i nipoti e il marito; ed immaginarmela che correva su una strada o che giocava con gli amici mi risulta difficile. Una cosa però noto sempre nel suo volto: ha gli occhi che le si illuminano, quando si inizia a parlare del suo paese, del passato e di come le cose da un momento all’altro siano cambiate.

Il mio paese non è molto grande e prima lo era ancor meno. Le persone si conoscevano tutte.

Quando gli uomini andavano nei campi, perché il mio paese era basato soprattutto sull’agricoltura, le donne insieme con le bambine si recavano in un luogo chiamato il lavaturo. Qui le signore lavavano le vesti ed ovviamente chiacchieravano su ciò che accadeva nel paese. Si tramandavano le storie più belle, più particolari e più divertenti.

Tra queste c’è una che mia nonna mi ha sempre raccontato fin da quando ero bambina, per farmi capire fin dove può arrivare l’amore.

Il Lavaturo

E mi diceva così: «Quanti fatti si sapevano al lavaturo! Ogni donna aveva i guai suoi, là vicino ce li raccontavamo. Ascolta la storia di Giuseppina. Era una ragazzina, aveva sedici anni, conobbe un ragazzo. Lei era una giornaliera, lui era il figlio del maresciallo, aveva i soldi e non si poteva mettere con una giornaliera. La famiglia di lui fece di tutto per non farli incontrare, ma Giuseppina era troppo bella, tutti le andavano dietro, lei poverina piangeva. La famiglia sapeva che non facevano per loro e il padre le diceva sempre: “Giuseppina rassegnati, non fa per te, noi siamo morti di fame, loro sono signori, tu ti devi trovare un campagnolo che ti voglia bene”. Noi donne del lavaturo sapevamo tutto. Giuseppina veniva ogni sera a lavare e Armando, il suo innamorato, con ogni scusa si avvicinava per parlare, noi li nascondevamo; chi sciacquava i panni, chi insaponava, il tempo era poco, poi si affacciava il padre e Giuseppina scappava via. Per noi la storia di Giuseppina era una rivincita, quante di noi si erano attenute a quello che volevano i genitori, tanti matrimoni combinati, quante botte abbia- mo avute, perché il marito picchiava, per ogni cosa erano botte. La pasta è scot- ta! Botte! La cena non è pronta! Botte! Tuo figlio non va bene a scuola! Botte! Pie- ne di lividi andavamo a lavare, e ci ridevamo; dicevamo: “mio marito picchia come un asino, però mi vuole bene; ieri sera mi ha picchiato, ma dopo mi ha tolto la tavola”. Nessuno di noi voleva una vita così grama e davamo consigli. “Giuseppina e Armando, scappate, andate a Milano, lavorerete e vivrete bene. Non pensate ai genitori!”. Però, alla fine, vinsero le famiglie, ognuno per la sua strada. Giuseppina, senza amore, sposò un toscano e se ne andò. E Armando… Beh, ancora oggi viene vicino al lavaturo. Qualcuno dice di averlo visto piangere…..

Nel lavaturo non c’è più acqua, noi siamo inferme e queste storie non le racconta più nessuno!».

Questa era una delle tante storie che mia nonna mi racconta da sempre. Certo forse non avrà più la forza per camminare, per correre e per stare in piedi, ma nel suo cuore è sempre vivo il ricordo di tutti i pomeriggi passati a, a ridere, scherzare e rilassarsi. Per noi padulesi il lavaturo è sempre stato simbolo del carattere di tutti noi cittadini. Il ritrovo per tutti, senza distinzione di generazioni, alla domanda: «Dove ci vediamo?», la risposta è scontata: «al lavaturo». È il simbolo della nostra tradizione, delle nostre radici e soprattutto è il simbolo del nostro passato.

Quando per caso mi fermo davanti a quello che per noi ora è un monumento, cerco di immaginare questa scena: le donne intente a lavare le vesti mentre discutono, si animano e soprattutto fanno gli “inciuci”. Quante storielle inventate sono nate vicino a quelle scale… Quante coppie si rifugiavano tra le signore che quotidianamente popolavano il lavaturo! E soprattutto quanti fatti si sapevano! A quel tempo la radio, la televisione, i mass media, ancora non esistevano. Non esisteva il cellulare, l’Ipod, l’I- phone… Prima, esisteva il contatto con una persona. Venivano inviate lettere alle persone che abitavano un po’ più lontano, e per i padulesi l’unico modo per conoscere e sapere tutto ciò che accadeva nel paese, ma anche oltre le nostre mura, era recarsi al lavaturo.

Il mito del lavaturo ci è stato tramandato dai nostri nonni. E anche
noi giovani del presente e adulti del domani abbiamo il compito di tra- mandarlo alle generazioni future, poiché le radici, malgrado gli anni passino e le cose cambino, non vanno mai dimenticate perché fanno parte del nostro essere e della nostra storia.

Due anni fa circa, da un mio compaesano è stata scritta una poesia sul lavaturo, che da allora è diventata il nostro simbolo:

Che belle chelle notte a ‘u lavaturo! / Doppo tante lacreme e sudore / Sulu nui fem- mene, senza i mariti. / Afflitte, diune e scuscinate ‘e fatica / Cu’ tant’ panni ‘a sbatte ‘ncoppa a’ preta / E tanta collera ‘a sbatte ‘nfaccia a’ gente. / Simo mamme e po’ simo mu- gliere / Lavamo, faticamo e simo niente, / sulu vicino a ‘u lavaturo / assieme a tante so- re mie, / pozzo sbatte ‘u panni e ride ‘e tutti i guai mii / dopo vavo a casa e trova ‘na fa- miglia, / ma chi m’addummanna mai si pur’ io so figlia.

Questi versi dimostrano come vivevano in passato le donne del mio paese. E con questo concludo, lasciando ad ogni mente la propria riflessione.

 

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[1] Paola Giaccio, Molisana di Agnone, libera professionista, ama profondamente la sua terra d’origine e ad essa dedica tempo e risorse, per divulgarne la bellezza.

[2] Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Paola Giaccio

Paola Giaccio, Molisana di Agnone, libera professionista, ama profondamente la sua terra d'origine e ad essa dedica tempo e risorse, per divulgarne la bellezza.

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