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Nonna Raccontami – I due mercanti

Racconto  di Diletta Di Domenico.[1]

Negli anni ’50 inizi anni ’60, a Notaresco, venivano a vendere la loro merce due mercanti.

Il primo proveniva da Val Vibrata e arrivava su un carrettino trainato dai suoi tre cani: un pastore abruzzese e due cani meticci. Il carrettino aveva le ruote di una vecchia bicicletta ed era tutto rosso. Il pastore abruzzese e un meticcio erano davanti e l’altro cane stava dietro. Quando uno dei due meticci era stanco si davano il cambio. Il pastore abruzzese però doveva trainare sempre.

Il primo mercante non scendeva mai dal suo mezzo, perché era senza una gamba. Era basso di statura, aveva i capelli rossi e arruffati e tante lentiggini che sembravano tante lenticchie attaccate alla pelle. I suoi occhi erano chiari, uno più dell’altro. Sembrava proprio un piccolo folletto irlandese. Sul carretto teneva i calendari di Barbanera di Foligno e le lamette da barba, la sua povera merce.

Portava sempre con sé la moglie, Sculastr, un tipo forastico e selvatico che vestiva sempre di scuro e aveva sempre il capo coperto da un fazzolo attaccato alla nuca. Lei doveva andare a piedi e, se non faceva bene qualcosa, la riempiva di botte col suo bastone che teneva in mano come uno scettro.

Barbarossa, questo era il suo soprannome, anche se era una furia con la moglie, conosceva bene il suo mestiere di mercante; infatti ogni sera tornava a casa con il carretto vuoto. D’altronde, a quei tempi, gli invalidi non avevano la pensione e non sempre erano visti di buon occhio a causa di certa superstizione popolare: «Guardati da chi è segnato dal Padre Eterno!».

Quando passava davanti alle case gridava: «Barbanera di Foligno!!!». «Lametteee!!! Due lire!!!». Tanti accorrevano e compravano. Doveva guadagnarsi da vivere con le unghie e con i denti. Il suo passaggio era aspettato come il ripetersi di un rito. E poi allora dov’erano tanti negozi?

Un secondo mercante proveniva da Roseto e veniva a Notaresco con una bicicletta, a cui aveva applicato un motore, perciò quando era stanco poteva accenderlo, e dietro al sedile aveva una cassetta piena di bomboloni. Per portare la cassetta, si era costruito una scatola legata a una corda, così la poteva appendere al collo. Quando i bomboloni finivano, andava dove aveva parcheggiato il suo mezzo e si riforniva.

I bomboloni erano molto amati dai Notareschini perché erano fatti in casa; li faceva la moglie durante la notte ed erano sempre freschi. Quando il venditore camminava per le vie del paese, la gente si spostava. Era proprio un personaggio.

Un giorno aveva venduto un bombolone a un signore, ma quando questi andò ad addentarlo trovò dentro, nella crema, una mosca, e si lamentò schifato dicendo: «Le so pagat stu bombolon per magnarl, non per truvà la mosch!» («Questo bombolone l’ho pagato per mangiarlo, non per trovarci la mosca!»). E il mercante rispose: «Mbè ch penseie, ch’ dontr stu bombolon ce truvav lu pellastr!» («E che pensavi che dentro ‘sto bombolone ci trovavi un pollastro?»).


[1] Questo racconto è stato segnalato come meritevole per la categoria “ragazzi” al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
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About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.