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Nonna Raccontami: Una giornata a ritroso nel tempo

Racconto[1] di Valeria Di Bona

Contadina con asino

 .

Oggi sarei dovuta uscire con i miei amici, ma per colpa di questo tempaccio sono dovuta restare a casa. È venuta mia nonna a farmi visita e così ho passato il pomeriggio ad ascoltare le storie di quando era giovane.

Adesso sono rimasta sola ed ho sonno. Mi sdraio un po’ sul letto e subito mi addormento.

Mi sveglio in un letto matrimoniale, ma sono sola. Fa caldo, deve essere esta- te. Sento i galli che cantano… Mi alzo dal letto. Sono in una stanza che non ho mai visto, piccola, ma molto carina. Mi guardo allo specchio e sono diversa. Ho dei lunghi capelli scuri e ricci, occhi che sfumano dal marrone al verde, una pelle li- scia ed abbronzata. Sono una ragazza gracile e sembro qualche anno più grande rispetto alla mia età. Ho forse diciott’anni. All’improvviso capisco: sono mia non- na da giovane, alla fine degli anni ’50.

Apro la finestra: davanti a me si svela un panorama bellissimo. C’è una stra- dina in pietra e al di là di questa si scorge un grande prato verde in mezzo al qua- le scorre un piccolo torrente e un enorme bosco. Si riconoscono pini, cipressi, fel- ci e tante altre piante di cui non conosco il nome. Non ho mai visto tanta natura tutta insieme. In lontananza ci sono campi coltivati e di tanto in tanto spunta qualche casa, per lo più in pietra, case rurali. Dietro quelle colline tanto lontane il cielo offre uno spettacolo indimenticabile.

Non ho mai visto l’alba in estate, quando il cielo è sgombro dalle nuvole e sen- ti i raggi caldi del sole appena nato che ti accarezzano la pelle delicatamente, co- me farebbe un padre con la propria figlia. Una buona porzione di cielo è colora- ta di rosa, di arancione, di giallo… È un colore che non si può definire, è colora- to di sereno. È uno spettacolo bellissimo, nel quale si esprime tutta la bellezza della natura.

«Chicchiricchì!», il canto del gallo mi fa sobbalzare e mi riporta alla mia cam- pagna. Alla mia destra ci sono polli, conigli, qualche mucca e perfino due caval- li! Mi hanno sempre affascinata… Che carini! Alla mia destra invece c’è un pic- colo porticato ornato da qualche pianta, una casetta di legno ancora incompiuta e, un po’ più in là, un orto, qualche albero da frutta. Tutto proprio come me lo descriveva mia nonna. Resto ancora qualche minuto ad ammirare il paesaggio che rinasce dopo la notte. Mi mette allegria, mi dà energia.

Poi finalmente mi decido ad aprire l’armadio. Non c’è molta scelta. Alla fine indosso una lunga gonna a righe bianche e azzurre che mi arriva alla caviglia e una camicia bianca a maniche corte che mi va anche un po’ larga. Insomma, non è proprio il massimo, ma almeno è comodo. A completare l’opera metto un paio di scarponcini neri, scelta obbligata, e un fazzolettone azzurro in testa per evita- re un’insolazione. Adesso sono pronta.

Esco dalla mia piccola stanza e mi addentro nella cucina. Ad attendermi c’è mio… Mio marito! Che è già in procinto di mettersi a lavoro. Io intanto faccio co- lazione: un po’ di latte fresco, qualche biscotto fatto in casa e sono pronta per af- frontare la giornata.

Il primo compito che mi tocca è mungere le mucche, come mi dice mia suoce- ra. Ma come si fa? Mi dirigo nella stalla sperando di cavarmela in qualche modo. Rimbocchiamoci le maniche! Prendo lo sgabello, mi avvicino ad una delle muc- che e mi siedo. Ma appena tendo le mani, lei se ne scappa. Faccio un altro tenta- tivo, ma ottengo lo stesso risultato. Ed ora? Se non riesco nemmeno ad avvici- narmi a loro, come faccio a mungerle? Tento di tranquillizzarla accarezzandola, ma non funziona.

Forse mi è venuta un’idea. Prendo un po’ di fieno e le faccio mangiare. Così, mentre sono distratte, mi siedo accanto alla prima e per fortuna questa volta non scappa. Ha funzionato! Così inizio a premere delicatamente sulle mammelle, ma non esce niente, nemmeno una goccia di latte. Allora ci metto più forza e… Acci- denti! Mi schizza tutto in faccia! Sono proprio imbranata. Tuttavia, dopo poco imparo come si fa e riesco senza grossi problemi a mungere entrambe le mucche.

Alla fine del lavoro mi fanno male tutti i muscoli delle braccia, ma sono dav- vero soddisfatta. Ce l’ho fatta! Con grande fatica porto il latte dentro casa (come pesa!) e lo consegno a mia suocera che intanto sta impastando il pane. Ora vor- rei tanto stendermi da qualche parte, e invece devo andare a zappare l’orto. Po- vera me! E pensare che siamo solo all’inizio della giornata! Almeno questo com- pito, anche se molto faticoso, è semplice. So come muovermi grosso modo.

Mio marito nel frattempo sta lavorando a quel capan-
nino di legno che avevo visto prima. Scambio qualche pa-
rola con lui, indosso i miei stranguner (scarpe simili a sti-
valoni che si usavano per non macchiare i vestiti quando
si era nell’orto) e mi do subito da fare. Certo che fa pro-
prio caldo! Dopo nemmeno dieci minuti sono già sfinita.
Faccio una piccola pausa durante la quale faccio cono-
scenza con quello che dovrebbe essere il nostro cane. È
davvero bellissimo, un coccolone. Ma poi, sebbene a malincuore, devo rimetter- mi a lavoro.

Sono tutti molto indaffarati, ognuno ha un proprio compito e sembrano in- stancabili. Ma come fanno? Nonostante questo mia cognata, con cui sembro an- dare molto d’accordo, quando mi vede in difficoltà subito corre ad aiutarmi. In due il lavoro non sembra essere così noioso. A un certo punto non riesco più a muovermi, così dopo aver finito ci stendiamo per qualche minuto all’ombra di un pesco. È bellissimo qui. Due uccellini iniziano a cantare dai rami dell’albero e restiamo lì, ad ascoltarli. La loro melodia sembra poesia.

Arriva l’ora di pranzo. Tutti insieme ci riuniamo intorno ad una tavola e tra una chiacchiera e l’altra mangiamo un po’ di verdura, la stessa verdura che ho colto poco fa nell’orto. Niente a che fare con le schifezze che mangiamo noi og- gi. Dopo il pranzo, momento di lieta riunione familiare, ognuno torna a svolge- re le proprie mansioni ed io, mentre la signora di casa si occupa di andare a la- vare i piatti, mi preoccupo di rammendare qualche lenzuolo strappato con delle pezze. Non sono mai stata molto brava a cucire, ma con tanta pazienza riesco a terminare il lavoro discretamente.

Adesso però non mi va proprio di fare niente, così mentre aspettiamo che il pane termini la sua lievitazione, io e mia cognata ci concediamo una passeggia- ta a cavallo. Non so, però, fino a che punto questa sia stata una buona idea. Io ho scelto di cavalcare Fulmine, ma non riesco nemmeno a salirci. Solo dopo tanti tentativi e un piccolo aiuto riesco finalmente a mettermi in groppa.

Vita dei campi, Bucoliche di Virgilio, Bi- blioteca Forteguerriana.

Che bella sensazione! Il cavallo, però, d’un tratto inizia a correre, forse spa- ventato da qualcosa. Io atterrita inizio ad urlare, ma questo sembra solo peggio- rare la situazione. Inizia a correre ancora più veloce, arriva fino al torrente e lo attraversa senza esitare. Io ho il cuore in gola, non so cosa fare. Mia cognata cer- ca di raggiungermi, ma non ci riesce. Mi sta dicendo qualcosa, forse un modo per calmare il cavallo, ma non riesco a capirla. Per paura di cadere mi stringo al col- lo di Fulmine (ora capisco perché si chiama così!) e lui riesce a calmarsi. Si ferma subito ed inizia a trottare lentamente. Che paura ho avuto!

Dopo quest’esperienza credo che difficilmente salirò di nuovo in groppa ad un cavallo. Decido di scendere subito e, camminando a piedi, riporto subito Fulmine nella sua stalla. Ho solo il tempo di riprendermi un po’ dallo spaven- to e devo portare il pane al forno, in paese, dove dovrà esser cotto. La strada da fare è tanta e camminando sotto il sole ancora caldo sembra interminabile. Per fortuna riesco ad arrivare a destinazione ed a portare a termine il mio com- pito, ma la strada di ritorno è ancora più faticosa. Incontro qualche conoscente con cui mi fermo ogni tanto a parlare, e il tempo non sembra trascorrere trop- po lentamente.

Quando torno a casa è quasi ora di cena, così aiuto a preparare qualcosa da mangiare. Questa sera, poi, avremo la compagnia di alcuni amici e vicini, come ogni sabato. Così arriva la parte più bella della giornata. Arrivano gli ospiti e in questa atmosfera lieta e familiare consumiamo pasti semplici che dopo una gior- nata faticosa assumono un sapore particolare. Adoro tutto questo, si sta davvero bene. Il cugino di mio marito suona la sua fisarmonica e noi ci divertiamo bal- lando una quadriglia.

Quando il sole tramonta ed inizia a scendere il buio accendiamo una lampa- da a petrolio e nella penombra ci sentiamo ancora più uniti. Scherziamo, ridia- mo, ci raccontiamo. Siamo tutti molto felici, anche se stanchi.

La lampada si spegne e restiamo al buio.

Driiin! Il telefono squilla. Mi sveglio e il mio sogno finisce. Ritorno alla realtà, ai nostri giorni pieni di confort e tecnologie, ma spesso privi di valori autentici. Siamo sempre tutti troppo impegnati e non riusciamo a passare neanche un mi- nuto con la nostra famiglia, fermarsi, parlare, aiutarsi.

In passato anche i bambini più piccoli avevano i propri compiti, ognuno col- laborava al benessere dell’intera famiglia, ci si sentiva utili, veramente parte di essa. Sicuramente la vita era molto più faticosa, ma forse era proprio quella fati- ca e la povertà collettiva a far nascere nell’uomo sentimenti come la fratellanza, l’amore, il rispetto reciproco, a diffondere nell’aria quelle note di serenità con cui si affrontano anche i momenti più duri della vita, uniti, perché “l’unione fa la for- za”. Ci si poteva fidare gli uni degli altri.

Quante cose sono cambiate! È bastato un giorno soltanto in qualche modo im- mersa in quel mondo per rendermene conto veramente, per sperimentare tutto ciò su me stessa.

Anche se è stato soltanto un sogno.

 

 

Se  è vero che gli animali si tengono con la capezza, è altrettanto vero che  le persone, la loro vita  e i loro affetti eterni, si tengono con le parole.
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[1] Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it.

editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. BUCOLICHE o GEORGICHE pur sempre vita agreste virgiliana, descritta con una penna fluida e vivace: così è stato il vissuto dei nostri avi con sacrificio certo, ma con significazione, voglio dire con significato grande- x loro- della campagna fonte e luogo di sostentamento e di vita comunitaria.
    Noi ce ne siamo allontanati, in gran parte, da giovani, perché è quasi naturale un avvicendamento generazionale e un ricambio di energie…
    Ora ci torniamo volentieri , a gustare frutti e latte fresco, cioè caldo, appena munto, o ad ammirare fiori e uccelli …ci torniamo davvero con voglia e desiderio; lo stesso desiderio che ci prese per andare lontano.
    Ci torniamo ancora e NON SOLO IN SOGNO.

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