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Nonna Raccontami … … Coi buchi nei calzoni

Racconto di Emanuela De Blasio [1],
segnalato come meritevole per la categoria “adulti”. 

Era un’estate di qualche anno fa. Come sempre in quel periodo, mi trovavo a Bagnoli del Trigno ed ero seduta a pranzo con la mia famiglia.  Era proprio il giorno di San Vitale, quindi essendo festa nonna Albina aveva preparato la lasagna. Mentre erano tutti presi a mangiare, io osservavo mia nonna che silenziosa ascoltava gli altri parlare di diverse questioni. Ad un certo punto, in mezzo a tutta quella confusione, mi è venuto spontaneo chiederle: «Nonna, raccontami qualcosa di quando eri giovane».Lei presa un po’ alla sprovvista da quella domanda improvvisa, non rispose subito: «Che ti devo raccontare?» mi disse un po’ titubante anche a causa del silenzio che si era creato intorno a noi due.Avevo sentito qualche volta mia nonna raccontare di alcuni fatti del passato, ma la domanda che mi uscì fuori fu: «Che facevi a Bagnoli da giovane? Oltre al lavoro dei campi, come trascorrevi le tue giornate?», chiesi molto incuriosita.

Lei fece un gran sorriso e guardando lontano, iniziò: «In tempo d’inverno si organizzavano le feste a Bagnoli. C’era un ballo, la quadriglia, e nella figura della caccia la donna non si doveva far prendere dall’uomo, non si doveva far toccare il petto, e a me non mi prendevano mai. Noi eravamo ballerine, io e mia cugina Settimia, quella che poi è andata in Canada. Prima erano gli uomini che ti chiedevano di ballare, ma se tu non eri un po’ svelta e leggera non ti invitavano. A noi ce lo chiedevano sempre e ci piaceva molto ballare. Era bello pure allora, andavamo in campagna ma ci divertivamo. Eravamo giovani, una sera stavamo qua, un’altra sera là…».

Quando terminò questo breve spaccato sulla sua gioventù, tutti noi eravamo tra lo stupito e il divertito. Immaginando nonna da giovane che andava alle feste e che amava ballare, mi veniva da sorridere perché non ero abituata a vederla così: l’avevo sempre vista indaffarata a lavorare, a cucinare, a cucire, a pulire, ad accudire i nipoti, eppure anche per lei c’era stato un tempo in cui aveva potuto godere un po’ la sua gioventù, anche se non molto. Ma soprattutto ero incuriosita da questo antico ballo di cui parlava e durante il quale doveva sfuggire agli uomini; pensai che così piccola e magra era facile per lei. Visto il buon inizio, la incoraggiai a continuare:

«Raccontami di nonno Enrico, di quando vi siete sposati!».

E lei: «Una volta si portava la dodda dalla casa della sposa a quella dello sposo, anche a me è stato fatto così. Mi sono sposata giovane. Ci siamo sposati in Chiesa a Santa Maria Assunta solo io, Enrico e Carlotta, mia cognata. E basta. I miei genitori non c’erano, se ne erano andati in campagna, a battere il fieno. La sera abbiamo mangiato tutti insieme, abbiamo fatto la pasta e il secondo».

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Mi lasciò senza parole. Tutto qui? E questo era stato il giorno del suo matrimonio? Possibile che i suoi genitori non si fossero presentati in chiesa?! Erano andati in campagna come ogni giorno, mentre la figlia si sposava! E pensare che ai giorni nostri un matrimonio si prepara per mesi e sono coinvolti tutti i membri della famiglia. Naturalmente pensai tutto questo ma non dissi nulla.

Lei continuò: «La mattina dopo siamo partiti e siamo venuti a Roma da un fratello di nonno. Il primo fratello di Richetto guidava il taxi, gli altri hanno fatto sempre i camerieri. Il papà di tuo nonno invece a Roma faceva il vetturino. Aveva portato il cavallo da Bagnoli, ci aveva impiegato cinque giorni di viaggio; poi da vecchio si è ritirato a vivere Bagnoli. Per me era la prima volta che andavo a Roma. Quello è stato il nostro viaggio di nozze. Poi nonno è ripartito subito a fare il soldato e io sono tornata a Bagnoli».

Sapevo che l’incontro con nonno era stato un po’ combinato dalle famiglie ma lei ridendo mi aveva sempre detto che tutto sommato le era andata bene, perché nonno le piaceva.«Enrico era timido, se non fossi stata io a prendergli la mano… Abbiamo fatto il fidanzamento una sera e abbiamo invitato alcuni parenti. Ma un po’ di fretta, era durante la guerra. Lui ha preso una licenza per venire alla festa di fidanzamento. Abbiamo fatto i dolci a casa e la sera abbiamo un po’ ballato».Io la storia già la sapevo e ogni volta il pensiero mi faceva sorridere: mio nonno era molto riservato e timido, per cui mia nonna per prima aveva preso l’iniziativa dandogli la mano. Lei mi diceva sempre «se non fossi stata io a fare la prima mossa, ancora sarei lì adaspettare…». E anche questo mi meravigliava di lei, perché a me era sempre sembrata molto chiusa, raramente l’avevo vista farsi prendere da sentimentalismi. Continuaichiedendole del periodo della guerra.

«Certo sono stati anni duri, ma noi avevamo il necessario a casa, perché lavoravamo la campagna. Avevamo le patate, i ceci, i fagioli, il grano. Si mangiavano queste cose. Io durante la notte, a causa dei bombardamenti, non dormivo a casa, andavo al rifugio qui vicino nella casa di mia cugina Carlotta, dove ora c’è Vitale. Una volta a Bagnoli fecero cadere una bomba che ammazzò tante persone. A casa nostra è cascata una trave dal soffitto che è andata a cadere sul letto spaccandolo, rovinando pure tutte le lenzuola».

Nonostante avesse corso un rischio così grande, lei si era preoccupata delle lenzuola! Vedendola un po’ rabbuiata, cambiai discorso: «Parlami di quando è nato papà».

«Sergio è nato a dicembre, la neve che ha fatto quell’anno… Ora non la fa più così tanta neve. Ho partorito a casa. C’era anche la levatrice, ma non era del paese, forse aveva anche un po’ studiato. Non c’era neanche mia madre. C’era mia cugina Carlotta, le donne del vicinato e basta. Sergio è nato piccolo piccolo, pesava sì e no due chili: la guerra era finita da poco. Richetto soltanto dopo quaranta giorni ha saputo che era nato il figlio, lui era a Roma. La corriera oltre a portare le persone, portava pacchi, regali e anche notizie, ma con tutta quella neve non poteva partire. Quando la neve si è un po’ sciolta, la corriera è partita per Roma. In questo modo lo abbiamo potuto avvertire». «Quando nonno l’ha saputo, è venuto a Bagnoli?».

«No, stava lavorando, faceva il cameriere, mica se ne poteva andare: si lavora tanto al ristorante. È venuto a giugno».

viaggio in Umbria, 1958, foto di Giuseppe Bruno

«Era seccandrino, è nato minutino. Il latte a Sergio glielo davo io; lui però piangeva sempre, aveva fame perché io ce ne avevo poco di latte. Una mattina, mentre gli facevo il bagno, lui piangeva, piangeva e gli è uscito il palloncino (l’ernia). E mia madre mi disse: “Invece di dargli il latte, hai fatto uscire l’ernia al pupo!”. Il dottore veniva spesso da mia cugina che era ammalata e allora è venuto anche da noi e ci ha detto di mettergli il cinto. Io stringevo ma il palloncino se ne usciva sotto al cintino. Una notte, era inverno, il pupo piangeva piangeva. Ho pensato si fosse bagnato. Quando l’ho sfasciato – una volta si mettevano fasce arrotolate più e più volte – ho visto che aveva la gamba nera: il cinto stringeva troppo. Io ho preso quel cinto l’ho sbattuto per terra e non gliel’ho messo più. Quando è cresciuto anche di peso, il bozzo si è ritirato.

Quando andavo in campagna lo lasciavo a mia cugina. Questa mia cugina decise di andare a Roma qualche giorno e di portarsi il bambino per fare un’improvvisata a Richetto. Io decisi comunque di scrivergli per avvertirlo. Sergio aveva due anni e mezzo. Una macchina durante il viaggio li ha intruppati. Mia cugina ha sbattuto, si è fatta male e le è uscito il sangue che è andato addosso al bambino. Lei si è impaurita tantissimo, pensando che il pupo si fosse ferito! Io mi sentivo in colpa per averlo mandato a Roma, meno male, però, che Richetto l’avevo avvertito, altrimenti mi sarei sentita ancora più responsabile. Poi in qualche modo sono arrivati a Roma, anche se il padre ha potuto vedere poco il bambino, perché doveva lavorare.

Quando mi sono trasferita anche io in città, durante le vacanze mandavo Sergio a Bagnoli dalla nonna. Lui tutte le estati si faceva male! Due volte gli si è infilatauna canna dentro la gamba».Da quel momento mia nonna iniziò a raccontare varie vicissitudini di mio padre.

«Un’estate a Bagnoli mentre battevano il grano sull’aia, gli si è infilato un chicco nell’orecchio. Tutti i tentativi fatti dagli zii per tirarlo via non sono serviti a niente, anzi il chicco andava sempre più dentro. Quando è tornato a Roma l’abbiamo portato da un dottore; aveva sei anni e in paese aveva imparato a parlare bagnolese. Quando il dottore ha tirato fuori questo chicco un po’ rovinato e sporco, Sergio in dialetto ha detto: “papà, papà mò le galline n’ l’ magnano chiù stu uacine d’ grano?!”. Mi ricordo quanto il padre si è vergognato a sentire il bambino parlare così davanti al medico che, per noi gente di paese, era considerato persona molto importante».

Con aria preoccupata aggiunse: «Da piccolo teneva sempre la testa un po’ inclinata da una parte. L’ho portato da parecchie parti, alla fine un medico mi ha detto che avrebbe dovuto fare una piccola operazione per accorciare il nervo più lungo. Ma poi ho pensato che potevano fare peggio: meglio la testa storta che un figlio storpio! Richetto vedeva questo medico come un professorone, ma io non mi sono fidata!».

Mia nonna è sempre stata una persona molto pratica e risoluta fin da giovane e questo suo carattere traspariva con forza dalle sue parole. Lei ancora oggi bada poco alla forma ma molto alla sostanza. Si è sempre affidata ad una saggezza, ad un buon senso popolare che non l’ha mai tradita. Ma sapeva anche guardare oltre, era una donna lungimirante: era stata proprio lei a volere fortemente che entrambi i figli studiassero e si laureassero.

Passando da un argomento all’altro, ormai completamente a suo agio, continuò: «Marcello, il padrone della trattoria dove lavorava Richetto, aveva un figlio dell’età del nostro. Noi per Sergio avevamo fatto a mano tutte le cose: calzette, vestitini, bavaglini… sembrava meglio lui così vestito che il figlio del padrone.

Una volta facevamo tutti i vestiti a mano, sfruttando abiti più vecchi, pezzi di stoffa. Un’estate, il giorno di san Vitale la nonna lo ha vestito di tutto punto. Gli ha fatto indossare i pantaloni bianchi che io avevo cucito a mano con molta cura. La mattina è andato a casa del suo amico Palmerino per giocare. Dentro casa c’era una scala con una bella ringhiera e un mancorrente di legno bello massiccio. Dalla cima delle scale, sul mancorrente, i vaglioni si sono messi a scivolare fino a giù e i pantaloni bianchi sotto al cavallo sono diventati neri… Tornato a casa, quando la nonna lo ha visto, si è infuriata e gli ha dato una bella pacca sul sedere, perché aveva sporcato i pantaloni che io gli avevo mandato da Roma per il giorno della festa».

Pensando a questo racconto mi venne in mente una scena simile che riguardava me. «Nonna ti ricordi che anche a me è successa una cosa di questo genere?! Ero piccola ed un’estate mamma e papà mi avevano lasciata a Bagnoli con te. Io sono andata a giocare con la mia amica Pamela poco distante da casa dove c’era una bella scala di pietra. Ci siamo messe a fare lo scivolo sul bordo inclinato che la delimitava… E una e due e tre volte, alla fine i pantaloncini che portavo mi si sono strappati dietro. Quando sono tornata a casa, camminavo con le mani sul sedere per coprirmi lo strappo. Tu mi hai chiesto che cosa nascondevo, che cosa avevo dietro. Quando ti ho fatto vedere i pantaloni bucati, mi hai dato un bello sculaccione!».

Come per sua madre, anche per mia nonna, un vestito era un bene prezioso. La mentalità non era cambiata: per chi ha vissuto una vita di sacrifici, il valore dato alle cose era e resta diverso da quello a cui siamo abituati noi oggi. Io non capii se si ricordasse l’accaduto oppure no, ma nonna si mise a ridere di cuore, forse immaginando la scena che le avevo appena raccontato, o forse per la gioia di avere potuto condividere inaspettatamente dei momenti importanti della sua vita con i suoi cari.

Sicuramente era felice che questi racconti di vita non andassero perduti ma fossero trasmessi ai più giovani.Ho sempre amato la tradizione orale fin dai tempi della scuola, ne ho sempre colto la ricchezza e la potenza.Su un piano più umano, credo sia importante ascoltare le persone, in fondo l’ascolto è una forma di amore. Anche io, nella mia vita quotidiana abbastanza frenetica, troppo spesso dimentico di fermarmi un attimo, respirare un po’, conversare e ascoltare chi mi sta accanto.

Sarei stata ore a sentire mia nonna che chissà quanto aveva ancora da raccontare, come un pozzo a cui attingere ricordi e racconti che facevano parte della storia di un’epoca e di un contesto sociale particolare, e anche della mia famiglia. E dunque un po’ della mia vita. Ma il pranzo ormai era finito e lei, come era abituata a fare ormai da sempre, subito si alzò per sparecchiare. Io mi alzai per aiutarla.

Ero contenta e anche un po’ commossa. Mi sentivo la custode dei racconti di mia nonna, percepivo di essere io stessa una sorta di legame tra lei e il futuro: avevo la responsabilità e il dono di tramandare la sua storia.


[1] Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Racconto bello e commovente, ricco di particolari seri e faceti allo stesso tempo, ma sempre legati all’affetto reciproco tra nonna e nipote ( fortunate entrambe!). E inevitabilmente mi ha fatto incappare nella NOSTALGIA dei ricordi personali; ho rivisto mia nonna seduta là su una sediolina bassa che una volta MI allattava al suo seno avvizzito, forse perché facevo i capricci? forse !… o forse?… non lo saprò mai perché mia nonna è morta che io avevo solo quattro anni e non ha fatto in tempo a raccontarmi “li cunte” della sua vita.

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