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Natalino, il gatto del paese

di Esther Delli Quadri

Esther, con la sua fantasia effervescente, descrive i momenti che precedevano e, forse, ancora precedono i giorni del Natale. Lo fa con gli occhi di Natalino, un gatto pronto ad intrufolarsi nelle case e nelle vicende di tanti del paese……….

Era il gatto del paese.

Arrivava tutti gli anni il 21 di novembre , il giorno della prima pastorale alla chiesa di San Pietro. Quando l’organo finiva di suonare la sua melodia e la gente cominciava ad uscire dalla chiesa,  le donne sostituendo la ”v’letta” con un pesante foulard annodato sotto il mento e gli uomini riponendosi sul capo il cappello o la coppola, lo trovavano lì, sul gradino della chiesa. Tutto nero, grandi occhi verdi ed una grande macchia bianca a forma di cuore sul torace. Con i volti lieti e trepidanti di attesa per le imminenti feste, la gente lo salutava a suo modo, chi con una carezza, chi con un verso particolare.

Natalino, questo il suo nome, si sarebbe fermato per tutto il tempo del Natale.  Non era di nessuno ed era di tutti allo stesso tempo. Si intrufolava nelle case passando dalla ” cavutella p’ ru ‘ uatt’ ” (la buca per il gatto) nei portoni o da qualsiasi altro pertugio disponibile. Correva veloce perchè nel periodo della sua permanenza si sarebbe recato in molte case.

Prima di tutto andava da Maria. Le si accoccolava in grembo e le raccontava dei suoi viaggi, dei suoi incontri con i figli di lei in America che la pensavano tanto e l’amavano tanto……Maria lo ascoltava rapita, gli occhi svagati, la mente persa dietro un sogno suo. Natalino aspettava che  Maria sí appisolasse al suo ron-ron e poi, piano piano per non svegliarla scendeva dal suo grembo e lesto e silenzioso arrivava giù al portone e finalmente in strada.

Il vento freddo che staccava le ultime foglie dagli alberi non lo intimoriva. Saltava su muri e tetti e si guardava intorno, quasi come per controllare che tutto fosse rimasto uguale.

Si dirigeva veloce nella piccola casetta all’angolo della strada che conduceva alla chiesa di San P. Entrava quatto, quatto ed aspettava, accanto al camino spento, che la sua inquilina rientrasse. Sapeva che la sua attesa avrebbe potuto essere lunga, che lei era andata in cerca di amore. Di un amore senza affetto.Rientrava infine la donna, il volto dipinto, i biondi capelli che fuoriuscivano dal foulard e al vederlo lo salutava felice. Lesta, lesta gli preparava una scodella di latte caldo e restava lì a guardarlo berlo, la sua linguetta rossa che si tuffava veloce nel dolce liquido bianco. Tante volte gli aveva chiesto di restare. Con lei, gli diceva, non gli sarebbe mancato affetto, che lei ne aveva tanto da donare, né, mai, una scodella di latte. Che restasse, dunque, almeno lui, a tenerle compagnia. Natalino leccava la mano che lei teneva in grembo mentre con l’altra lo accarezzava sul dorso. Non poteva , sembrava dirle dolcemente, lei lo sapeva bene sarebbe restato solo in quel periodo ma le avrebbe fatto visita ancora e ancora. Aspettava in un angolo la notte, che lei avesse compagnia, poi riprendeva il suo cammino.

Correva al negozio di dolciumi e si annunciava con un basso miagolío. Sapeva che l’odore di zucchero e di spezie che vi aleggiava non era servito a tenere lontane le tempeste del cuore. Se ne stava lì un pò a tenere silenziosa compagia ai due genitori seduti davanti a un posto vuoto. Fuggiva poi veloce.

Nelle strade animate vedeva andare i due zampognari, suocero e genero, venuti apposta per la novena della Concezione. Li seguiva nel loro peregrinare di casa in casa. Ascoltava il dolce belato della zampogna e il suono della ciaramella  che l’accompagnava. Sembrava rispondere anche lui alle giaculatorie che i due recitavano davanti al presepe o all’albero di Natale nelle case. E la macchia grande sul suo torace si allargava quando vedeva che ai due pastori veniva data, oltre ad una offerta in denaro, anche un bicchiere di vino che li avrebbe riscaldati e qualche dolcetto. Poi scendeva lento dietro il passo felpato e pesante delle loro “cioce” all’ombra dei loro neri mantelli a ruota e li seguiva ancora un pò per strade e vicoli. Sembrava augurare anche lui come loro agli indaffarati passanti ” bon Natale”, ” bone fescte’ “

Qualcuno lo aveva visto un mattino presto nella vetrina del vecchio stampatore, tra libri di favole, quaderni e matite. Quando i due proprietari avevano aperto le pesanti porte di legno, lui era lì con la lunga coda arrotolata intorno al corpo quasi avesse passato la notte a leggere quelle storie dolci e lievi.

Nei giorni che precedevano il Natale, i bambini lo trovavano all’uscita di scuola quando stanchi di stare seduti e fermi correvano qua e là prima che le loro mamme riuscissero ad afferrarli per dare loro la mano e condurli a casa.

“…… Natalino……” gridavano inseguendolo ” ….è arrivato Natalino …”…..E chi gli tirava la coda , chi i baffi, chi per accarezzargli le orecchie nella foga gliele pestava…Natalino restava lì, appena appena si discostava a una carezza più pesante….So citr’ s’sa…l’i’a lassà fa….(Sono bambini, bisogna lasciarli fare). Quando arrivava da loro, la bambina, che abitava nella casa sul corso, era così felice che voleva metterlo dentro la sua carrozzina da bambole e portarlo a spasso. Cercava di infilargli la cuffia del suo bambolotto… Natalino la lasciava fare ma dopo un pò non riuscendo più a districarsi cominciava a dare zampate all’aria per liberarsi e lasciava dei graffi sulle manine di lei che li mostrava in giro come fossero medaglie, il segno del passaggio di Natalino. Quando andava via lei piagnucolava. La mamma le ricordava allora  che Natalino non poteva fermarsi per sempre . Bisognava approfittare della sua presenza quando c’era. Era successo anche a lei da bambina di vederlo andare via ogni volta.

Natalino passava poi a fare un saluto veloce ad una coppia di anziani indaffarati a preparare il ” punch” di Natale e le “ostie e pizzelle” per il pranzo del giorno di Natale quando sarebbero tornati con le loro famiglie i figli che vivevano lontano. Avevano già preparato il piccolo albero di Natale nel soggiorno e deposto ai suoi piedi i regali che avevano comprato per i nipotini, ” p’ r’ c’trill” ( i bambini). Tanti preparativi li stancavano e a volte si rivolgevano un pò  bruscamente l’uno all’altro dandosi la colpa di reciproci errori che erano da imputare solo alla loro stanchezza. Poi, per fare pace, ognuno infilava nella bocca dell’altro un bocconcino prelibato di questo o quel dolcetto, di questo o quel cibo. Natalino li osservava con tenerezza. E loro di tanto in tanto rivolgendoglisi gli dicevano ” Natalì, è brutta la v’ cchiaia… Ch’ dic’ tu?” (Natalino, la vecchiaia è brutta. Che dici tu?). Ma ridevano contenti di essere insieme e di ritrovarsi a breve con i loro “ragazzi”. Natalino si strofinava un pò sulle loro gambe prima di imboccare la via dell’uscita, lasciandoli lì tra vapori di zucchero bruciato e aromi di bucce di arance e di limoni.

Correva poi veloce dal vecchio orafo, ormai inattivo, che viveva da solo con sua figlia. Si appollaiava sul davanzale, accanto a lei che, da “ru f’nstrill’ (finestrino), osservava la gente che passava in strada. Ne parlava poi con lui, ma senza malignità, così tanto per passare il tempo. Natalino usciva poi di soppiatto dopo aver sorbito una tazza di latte caldo.

Andava dalla merciaia lì accanto. Spingeva un pò la porta a vetri se accostata o aspettava che qualcuno entrasse e si accodava. Andava a draiarsi sulla pedana di legno dentro cui era il grande braciere pieno di carboni ardenti e li al calduccio si appisolava. Dopo un pò, con un morbido salto, atterrava sul grande bancone di legno e si acciabellava lì, vicino al cestino con le trine e i nastri colorati e rimaneva a guardare e ad ascoltare le chiacchiere delle donne. Un giorno la merciaia gli mise al collo un nastrino rosso con un campanellino  appeso. E lui la lasciò fare. E poi via di nuovo in giro in questa o quella casa, da un vecchio nonno e da giovani sposi, da bimbi grandi e piccoli e da mamme e da  papà.

Nelle tombolate in famiglia lo vedevi aggirarsi intorno al tavolo, fare un saltino in braccio ai piccolini e con la punta della codina indicargli il numerino estratto che loro faticavano a individuare. Poi sembrava far l’occhietto ad una mamma, ad un papá , a un nonno o a uno zio e con un piccolo movimento della coda spostare in fretta un fagiolo per riempire una casellina e procurare al suo piccolo assistito la gioia di gridare : ” Ambo!” oppure ” terno!”.

Un giorno il prete di San B. lo trovò nel cesto con la paglia dove era la piccola statua di porcellana di Gesù bambino con le braccine aperte, il capo chino da un lato e i piedini incrociati, che durante la messa veniva portato in processione in giro per la chiesa. Tutti si inchinavano al suo passaggio e portandosi la mano alla bocca la tendevano poi a sfiorare i piedini per deporvi un devoto bacio. Chissà forse vedendolo così solo nel suo cestino senza Maria e Giuseppe, senza il bue e l’asinello ad alitargli col loro fiato pensò che avesse freddo e acciambellato intorno, con la codina che gli accarezzava il piccolo visino, volle donargli un pò del suo tepore. Da dove fosse entrato non si sa. La porta della chiesa era sprangata! Ma lui trovava sempre un modo.

Poi la notte di Natale lo vedevi far visita un pò a tutti e dopo la messa di mezzanotte se ne stava lì tra volti sorridenti ad ascoltare in silenzio il ” Venite fideles…”…..  ”Auguri,…..auguri” sembrava voler dire col suo miagolío, mentre correva via nella lunga notte rischiarata dalla stella cometa.

Spariva quel giorno che tutti erano indaffarati: i bambini coi giochi, le mamme e le nonne nelle cucine fumanti e tutti a far visita a parenti e amici tra un’eco di  ” auguri…auguri…” Forse sceglieva quel giorno per andar via, così che la gente non sentisse subito  la sua mancanza.

*****

Non lo hanno più visto.  Non è più tornato. Hanno trovato il suo nastrino rosso col campanellino appeso. Forse, chissà, non torna più da quando la “cavutella p’ ru uatt” nei portoni non c’è più.

…….. E neanche più nel cuore degli uomini…..

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

Un commento

  1. Magnifica descrizione, puntuale e attenta! Bello il periodo scelto per farci conoscere le “dolci”abitudini natalizie del paese, i suoi cittadini indaffarati, le storie familiari, il “freddo”delle strade e il “caldo” dei cuori nei giorni di dicembre….ma soprattutto LUI, NATALINO, mansueto gatto, quasi cittadino onorario…amato da tutti …che nessuno ha dimenticato!
    Già come non ho dimenticato io uno dei tanti gatti di casa mia, anzi una soffice, calda, bianca gatta, Conny della mia quasi gioventù… GRAZIE, I RACCONTI SERVONO A RINVEDIRE I RICORDI!

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