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Michele “Derupa candiune”

di Maria Delli Quadri [1]

michele e lina
Nella foto, Michele Patriarca, la sorella Lina e mio padre Giuseppe Delli Quadri

Alessandro Manzoni  diceva che la storia è fatta dai grandi uomini, i potenti, ma anche e soprattutto dai popoli, gli umili, come lui li chiamava. E’ vero: Giulio Cesare conquistò la Gallia ma con lui c’erano centinaia di migliaia di soldati, di uomini di fatica, di muratori, di servi, e forse anche di donne che partirono per la grande spedizione. I libri di Storia esaltano il  generale ma nulla dicono di tutti gli altri. Il personaggio di Michele di cui faccio il ritratto non è certo una figura che primeggia nella storia di Agnone: è un uomo come tanti, ma, a suo modo, è un protagonista della sua vita, del suo quartiere (Sant’Antonio), della sua famiglia che a lungo si ricorderà di lui, anche quando gli altri lo avranno  dimenticato. 

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Michele “Derupa candiune”

Michele Patriarca era cugino in primo grado di mio padre, in quanto figlio di Concettina la fornaia di Sant’Antonio, sorella di Alessandro Delli Quadri, mio nonno. Era nato nel maggio del 1921 e, dopo aver conseguito il titolo di studio minimo per quei tempi, si era messo a lavorare col padre, Antonino, soprannominato “Derupa candiune”. Antonino, di mestiere, faceva il trasportatore, di umani e merce varia, con un carro trainato da cavalli. Da qui era nata la familiarità e la passione per questi animali, passione che ha accompagnato Michele e il fratello Pasquale per tutta la vita. Di statura alta e di corporatura massiccia aveva un bel viso caratterizzato da bonomia e da un sorriso spontaneo che gli  procurava qualche fossetta sulle guance.

tango1L’America puverella
Finita la guerra Michele provò l’avventura, la speranza, il dolore, l’abbandono della terra natale, come tanti altri uomini e donne del nostro paese e di tutto il sud che si recavano in cerca di fortuna nel nuovo mondo. L’Argentina, dove Michele andò, era detta allora “l’America puverella” in confronto con gli Stati Uniti e il Canada che invece erano l’America ricca.
A Buenos Aires Michele fece il muratore per alcuni anni. Visse in comunione con altri esuli agnonesi, con i quali scambiava notizie di fatti che con le lettere, superando monti e mari, arrivavano nel nuovo mondo precise e puntuali. Nei giorni festivi le comunità si riunivano e commentavano le notizie ricevute, quasi mai scritte dagli interessati, ma dagli intermediari, come era il costume di allora, poiché le popolazioni erano quasi tutte analfabete. Le notizie erano sempre note agli esuli accomunati dalla nostalgia e dall’amore per la loro terra.

Il ritornocarrozza
Fu proprio la nostalgia a spingere Michele a ritornare in Italia, una volta che il lavoro in Argentina gli aveva permesso di mettere da parte un discreto gruzzolo. Grazie alla familiarità con i cavalli, lui e il fratello Pasquale ebbero in cura i cavalli del prof. Stangoni, primario e stimato chirurgo dell’allora eccellente ospedale locale, nonché grande appassionato di cavalli. La scuderia era situata agli inizi di via Cavour, dove abitava (e abita tuttora) la famiglia Patriarca; gli animali erano accuditi, nutriti e strigliati con molta cura dai due fratelli, maestri in quest’ arte. Spesso o l’uno o l’altro portavano l’elegante bichetta trainata da due splendidi esemplari sotto l’ospedale, dove il chirurgo, scendendo, ne prendeva possesso per andare a fare una passeggiata. Questa attività durò per tutto il periodo della permanenza in Agnone del Dr. Stangone (primi anni ’50).

A sinistra in primo piano il locale ora ristrutturato che ospitava il negozio di Michele
A sinistra in primo piano il locale ora ristrutturato che ospitava il negozio di Michele

Il negozio
Cessata l’attività con i cavalli, il gruzzolo messo da parte gli consentì di aprire un negozio di alimentari  in via Cavour, in una bottega adiacente al forno della madre e del fratello Pasquale.
Il locale fu approntato con suppellettili di seconda mano. L’elemento più imponente era uno stipone proveniente dalla nostra cucina, smontato e trasportato a pezzi. Grossi sportelli con la rete avanti situati nella parte superiore chiudevano le ante profonde, dove trovavano posto lo zucchero, il caffè, la farina, il paniere delle uova fresche di pollaio, il cacio che poi veniva grattugiato a casa, le alici e le sarde, il baccalà secco e, soprattutto la pasta sfusa che veniva avvolta in carta pesante azzurra o gialla (così si vendeva allora). Pochi formati come la zita, i fedelini e i rigatoni. Sul banco la bilancia, quella con i due piatti di ottone e con i pesi del chilo, mezzo chilo, cento, cinquanta grammi; poi l’affettatrice, un grosso coltello, un paio di forbici e qualche altro aggeggio. Una penna biro (erano le prime) e una grossa matita permettevano di fare il conto direttamente sulla carta del pacco. Niente buste di nylon o sacchetti: le donne portavano da casa la borsa di stoffa. Nulla da paragonare ad un moderno supermercato: l’essenziale era presente per soddisfare i gusti e le esigenze semplici della gente del tempo.
L’artefice dello smontaggio e ricomposizione dell’armadio fu, naturalmente, mio padre, provetto falegname, il quale restaurò l’ingombrante mobile che nella cucina di vico Savonarola aveva custodito per anni le nostre povere provviste. Ci fu un periodo di tempo in cui il pane veniva razionato e noi ragazzi conservavamo gelosamente le fette che dovevano bastarci per tutto il giorno. Ognuno aveva, in questo armadione, un angolino dove nascondere i propri  tesori. Ricordo che io avevo scelto un cantuccio in alto a sinistra dell’ultimo scomparto al quale arrivavo salendo su una sedia. La nostra cucina si allargò e respirò con la partenza del bestione, sostituito da un altro armadio molto più piccolo.

Donde vas bel caballerocaballero1
I clienti del negozio erano spesso gli stessi  frequentatori del vicino forno. Era facile nei momenti di riposo vedere il proprietario seduto sulla sedia messa di traverso accanto alla porta che chiacchierava con i passanti  o con gli avventori. Ed era qui che lo trovava Massimo, mio nipote, che su ordine di Nonno Peppino andava a comprare, all’ultimo momento, mezzo chilo di zita. Il ragazzo, ricevuto l’ordine, inforcava la bicicletta e, pedalando di lena, saliva su per la Costa della Fonte, girava per S. Antonillo, poi sotto al campanile e… via  verso  il forno di zia Concettina, rosso in viso, trafelato e sudato.
Immancabilmente Michele appena lo vedeva, rispolverava la sua vena argentina e con voce stentorea,  declamava:
Donde vas bel caballero
sin caballo e sin dinero?
El caballo lo tiengo al campo,
e il dinero lo tiengo al banco.
Massimo ha ascoltato così tante volte le strofette che non le ha più dimenticate e ogni tanto le declama come un mantra. I versetti gli richiamano alla mente la sua fanciullezza e la figura bonacciona dell’uomo.

Maria Petitti al centro, con gli occhiali
Maria Petitti al centro, con gli occhiali

Il matrimonio
Michele prese moglie nel 1957 e sposò una sarta bravissima, Maria Petitti, donna minuta, dal viso bello e gentile. Diceva di avere imparato il mestiere a Firenze. Aveva, la signora, molte clienti ed io ero tra queste. Il gusto raffinato e l’estro le consentivano di cucire abiti eleganti che spiccavano per la loro bellezza, cappotti, giacconi, tailleurs e, soprattutto, abiti da sposa favolosi per le guarnizioni di strass e di tulle. La coppia non ebbe figli.
Maria Petitti morì nel 1974, sicché l’uomo rimase vedovo ed allora continuò la sua vita in seno alla famiglia d’origine con la quale era rimasto sempre in contatto.

La pensione
Il negozio venne chiuso all’inizio degli anni ’80 quando furono introdotti i registratori di cassa, costosi per le sue finanze e tali da non favorirlo sul piano del guadagno. Negli ultimi anni strinse ancor di più il sodalizio con mio padre, vedovo anche lui e desideroso di compagnia. Noi figli eravamo andati tutti via sicché i due uomini più qualcun altro come loro bisognoso di entrare in  comitiva, nella bella stagione partivano per la gita a Montecastelbarone o a Rio Verde. Il rito si ripeteva ogni volta come il precedente ed era pressappoco questo: una Fiat 750 fortemente gialla arrivava sparata da dietro la chiesa di Sant’Antonio con grande stridore di pneumatici, abbordava la curva e poi, col motore al massimo, percorreva il tratto di via Cavour, si fermava davanti al forno e restava lì col motore imballato. Il guidatore (mio padre) continuava a premere frizione e freno, poi accelerava causando il sibilo acuto del motore che richiamava tutti gli abitanti alle finestre e alle porte, i quali, in coro, gridavano: “LASCIA LA FRIZIONE!”. Mio padre eseguiva l’ordine, mentre Michele e l’altro uscivano dalle loro case con gli arnesi del picnic: una grossa graticola e una damigianetta piena. Il resto probabilmente era già in macchina. Tutti i presenti in cuor loro si auguravano che tornassero illesi a casa. Sono sempre tornati.
Michele partì per i Campi Elisi nel giugno del 2001 a 80 anni compiuti da poco, mio padre lo aveva preceduto 11 anni prima, nei  maggio del 1990. Il racconto da me fatto è autentico, la ricostruzione fedele ai fatti. Entrambi sono rimasti nel ricordo dei familiari, e degli amici che li hanno amati.
A volte mi piace immaginare  che i due possano continuare con le gite all’aria aperta, a respirare aria sempre pura, a gustare una graticola di arrosto innaffiato da un buon bicchiere frizzante, cibi che solo nell’aldilà si potrebbero trovare.

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[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

Editing: Flora Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

About Maria Delli Quadri

Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere. Amava la musica, la lettura e l'espressione scritta dei suoi sentimenti.

3 commenti

  1. Antonia Anna Pinna

    Maria ti voglio bene. Ti aspetto come il tiggì

  2. Cara Maria, ho vari motivi per elogiare questo straordinario racconto, cominciando dal più futile , cioè che la famiglia di mio marito,essendo di origini agnonesi porta il cognome PETITTI.
    Ed ora che dire? Gli usi e le abitudini di commerciare, di vivere, di viaggiare che tu descrivi così bene,sono gli stessi vissuti da me nel paese fino ai 16/ 18 anni …
    Hai una bella memoria: ricordi FINANCHE il posticino dove nascondevi i tuoi tesori…
    Memoria che ti permette, a distanza di tanti anni, di deliziare amici e paesani con STORIE D’ALTRI TEMPI, cariche di simpatia e di nostalgia… GRAZIE !

  3. Alberto d'Onofrio

    Cara Signora Maria, questo ricordo e’ il tuo capolavoro!
    Affettuosi saluti da Lione,
    “Albertino” d’Onofrio

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