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Maria e Cleonice le sarte ricamatrici

di Antonia Anna Pinna [1]

Negli anni a cavallo al 1950 e 1960 che sono quelli della mia infanzia, ogni ragazza doveva pensare a preparare il suo corredo da sposa; lenzuola, tovaglie e tovaglioli, asciugamani e tutto quanto serviva per mettere su casa. Le più brave compravano le lenzuola di cotone grezzo e poi le personalizzavano con ricami e punto a giorno per gli orli. Se fidanzate, inserivano anche le iniziali del futuro marito.

D’estate si mettevano fuori al fresco; prima stendevano un telo vecchio e sopra appoggiavano le lenzuola da ricamare. Noi ci mettevamo vicino con le “pretelelle” sedioline per imparare l’arte e magari dare una mano a togliere i fili per preparare la base del punto a giorno. Tutto sommato, era facile ma ci voleva tanta pazienza. Le ragazze dovevano impegnarsi in qualcosa che le facesse sognare perché di certo non potevano andare in giro a divertirsi.

Da noi, sempre al Colle, c’era chi poteva dare molti consigli e aiuti perché di mestiere facevano le sarte ricamatrici: Maria e Cleonice, due sorelle, la prima nubile e la seconda vedova. La foto, in alto, le ritrae giovanette nella casa delle baracche post terremoto del 1915. Cleonice è la seconda da sinistra nella prima fila; Maria è la seconda nella seconda fila.

La vera artista era Maria che disegnava motivi bellissimi e poi li ricamava con fili preziosi. Le sue mani bianchissime e affusolate sembravano magiche, ti incantavi solo a guardarle. C’erano famiglie che potevano permettersi di far fare il corredo e altre che ordinavano alcuni pezzi per impreziosirlo. Io ero la cocca di Maria e, come ho già raccontato in “Se nevica” già sul nostro Magazine, ero spesso a casa loro perché dirimpettaie e mia madre, che aveva due gemelli più piccoli, mi affidava alle loro amorevoli cure. Mi mettevano in mano una pezzolina bianca con un fiorellino disegnato e m’insegnavano a ricamare.

Maria e Cleonice, facevano dei lavori bellissimi, ma estenuanti, come le coperte, di cotone finissimo fatte all’uncinetto. Ci volevano mesi per finirle; lo facevano di sera, quando smettevano di ricamare, così per non restare inoperose e non perdere la mano.

Mi avevano insegnato a cucire i singoli pezzi tra loro a formare una lunga striscia che poi veniva assemblata alle altre. Il risultato era davvero spettacolare, sembravano opere d’arte. A volte per inventare nuovi motivi facevano delle prove con i centrini e, se venivano bene, facevano le tovaglie per il tavolo.

Erano infaticabili. Ricordo i lunghi inverni vicino al camino acceso e noi tre che sembravamo uscite da un cartone animato. Nella cucina c’era una lastra che usciva dal muro tutta fatta a mosaico che fungeva da tavolo, sopra il quale Maria preparava i suoi bozzetti per trasferirli sul davanti del lenzuolo di sopra con la carta carbone. Il suo lavoro non aveva mai sbavature. Molto spesso era seduta vicino alla finestra per godere della luce solare fino a che non faceva buio. Restava sommersa da tutta quella stoffa che la copriva come una nuvola profumata; sembrava una figura celestiale intenta a trasformarla in un’opera d’arte. Cleonice si occupava anche della casa e della cucina per consentire a Maria di lavorare serenamente, senza distrazioni.

Erano una macchina perfetta, mai un alterco o una parola di più. Erano laboriose e pacate e nei miei confronti molto affettuose. Le uniche uscite che si concedevano erano i pellegrinaggi nei vari Santuari del centro Italia dove le accompagnavo, sempre.

In primavera passavano i venditori di biancheria e chi poteva cominciava a preparare il baule con la dote. Le bambine vedevano crescere questa dote a cui partecipavano nonne, zie e comari. Quando sgiungeva il matrimonio tutto il corredo, che era rimasto chiuso per svariati anni, veniva accuratamente lavato per rinfrescarlo e ammorbidirlo; quando pronto, si esponeva alla vista dei parenti e della suocera.

Ora si fa la lista di nozze con l’indirizzo dei negozi graditi agli sposi. Credo che la poesia che avevano le nostre tradizioni sia svanita ma io sento forte la sua nostalgia. I mestieri nascevano dalle capacità di realizzare qualcosa d’importante e utile per tutti.

Maria si è addormentata una sera e non si è più svegliata. Credo che sia la morte del giusto, passare dalla terra al cielo per chiamata diretta.

Il suo ricordo insieme a quello di Cleonice mi sta accompagnando da tutta la vita; le porto nel cuore come un dono prezioso; le cosine che so fare a mano le ho imparate da loro.


[1] Antonia Anna Pinna, Abruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

About Antonia Anna Pinna

Antonia Anna Pinna, Abruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

3 commenti

  1. Cara Antonia, col tuo racconto pacato e affabile mi hai riportato indietro, tanto indietro nel tempo…
    Anche mia madre era “sarta e ricamatrice”…ma io non ho potuto apprendere nulla da lei , che è scomparsa giovanissima a 36 anni—io ne avevo sei e la mia sorellina tre-e purtroppo “NON PER CHIAMATA DIRETTA!che si dice sia la morte del giusto!
    Ma la commozione DELLA SUA MEMORIA che hai suscitato col tuo racconto è stata quasi un unguento per la mia anima …GRAZIE.

  2. Antonia Anna Pinna

    Carissima Marisa spero di averti fatto una dolce carezza. Un abbraccio

  3. Antonia Anna Pinna

    Grazie Enzo.

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