La Madonnina di Fasano

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di Luca Fasano[1]

sant'angelo del pesco

Nel suo libro “Scì benditt’ lu citro” [2], Luca Fasano racconta alcuni episodi della vita santangiolese (Sant’Angelo del Pesco). Qui parla di

La Madonnina di Fasano

A Sant’Angelo del Pesco non ci sono molti monumenti da visitare. Tolta la chiesa di S. Michele Arcangelo in centro paese, la chiesa madre della Vergine del Carmelo in Via Madonna, il monumento ai caduti in piazza e l’antico lavatoio (“r’ funtanill”) dietro casa di Siria, potremmo dire di aver esaurito i luoghi “storici”. In effetti, ad essi dovrebbe essere aggiunta anche quella che per tutti i santangiolesi, è sempre stata la “madonnina di Fasano”. Si tratta di una effige in ceramica della Madonna che mio padre fece istallare, all’interno di un’edicola in legno, più o meno nel punto dove era solito passeggiare con mamma all’epoca dei primi timidi corteggiamenti.

La madonnina ha avuto una storia particolarmente travagliata. Inizialmente si trattava di un’opera in ceramica, credo acquistata da mio padre a Napoli, montata su di un cippo completamente in legno. Negli anni, ebbe a subire tuttavia diverse vicissitudini, compreso un incontro ravvicinato del terzo tipo con un tir. La base del cippo fu ricostruita in cemento, ma anche questa versione non ebbe vita lunga. E non mancò neppure un furto sacrilego. L’attuale versione è sempre in ceramica su di un cippo di nuovo in legno, che meglio richiama la copia originale.

Posizionata sino a pochi anni fa ai margini della strada che, dal boschetto dopo S. Angelo, porta sino a Quadri, attualmente non è visibile alle auto in transito, in quanto recenti lavori l’hanno relegata in una sorta di ansa della statale. Per noi Fasano, e non solo, la visita alla Madonnina è sempre stato un appuntamento da non mancare, almeno all’arrivo e alla partenza da S. Angelo. Ugo vi era ovviamente molto affezionato e, nelle sue lunghissime passeggiate, era una tappa fissa, tanto più che, quando ancora lavorava, amava scrivere i copioni dei suoi lavori proprio sul prato alle sue spalle. Naturalmente, non le faceva mai mancare dei fiori, possibilmente di campo, che erano quelli che amava di più.

Con gli anni, la Madonnina è entrata anche nel cuore dei santangiolesi, tanto è vero che sono in tanti quelli che sostituiscono oggi Ugo nel portarle fiori sempre freschi e non è raro neppure trovare alla sua base delle offerte di monetine. Per noi figli, rappresenta un po’ l’ennesima testimonianza della grande sensibilità di papà e dell’immenso amore che nutrì per mamma. Guardando i fiori della madonnina, non posso poi fare a meno di pensare a quando, ogni 21 marzo, ingresso della primavera, era solito regalare ad Anna un mazzetto di Myosotis, meglio noti come “non ti scordar di me”, e di riflettere, con tristezza, su quante persone, al giorno d’oggi, sarebbero capaci di un gesto simile.

E la Madonnina, come sarebbe poi avvenuto per mamma quattro anni dopo, accompagnò papà anche nell’ultima passeggiata verso il cimitero, in una fredda giornata del febbraio 2002. Ugo, infatti, napoletano di nascita, era così legato a S. Angelo che in vita espresse chiaramente il desiderio di essere sepolto nella cappellina dei de Palatis. Don Vincenzo, parroco del paese, venendo incontro al desiderio di noi familiari, acconsentì volentieri ad accompagnare il corteo funebre, proveniente da Roma, fino dinanzi alla Madonnina, prima di proseguire verso il cimitero, sua destinazione finale. Questo è ubicato nella parte alta del paese, lato Pescopennataro, sopra la chiesa della Madonna. E’ il classico cimitero di paese, piccolo, raccolto, dove ai cipressi e alle cappelline laterali, fanno da contraltare le tombe ricoperte dalla nuda terra.

Sin da piccoli, sia io che Bruno siamo stati abituati a portare qui il nostro omaggio e la nostra preghiera ai defunti di casa de Palatis, in particolare a nonna Maddalena, l’unica che io abbia avuto la fortuna di conoscere. Questo ci ha sempre aiutato a considerare il cimitero, non un posto in grado di suscitare tristezza o incutere addirittura timore, ma piuttosto un “luogo della memoria” dove passeggiare tra le lapidi e collegare i volti delle foto sulle tombe ad un ricordo, un episodio, un’immagine del passato. Tra le cose che mi hanno sempre colpito, ve ne sono due in particolare: i nanetti di Biancaneve e i giocattolini in plastica sulla povera tomba di un bambino, dove una semplice croce di legno, infilata di traverso direttamente nel terreno, rimane l’unica testimonianza di una brevissima esistenza; e la lapide marmorea sulla quale sono incisi, con un disegno essenziale, i vagoni inghiottiti dalla miniera di Marcinelle in Belgio, dove, nella tragedia avvenuta l’8 agosto del 1956, figurava, tra le 262 vittime, anche Felice Casciato, originario della Canala, frazione di S. Angelo. Un’altra cosa che ha sempre attratto la nostra attenzione è poi la evidente differenza tra gli epitaffi delle lapidi più antiche e quelli delle tombe più recenti, segno tangibile del cambiamento dei tempi e dei costumi.

In passato, si usavano spesso frasi lunghe e solenni, quasi delle poesie che recitassero l’imperituro encomio del defunto. Oggi si privilegia spesso una frase breve, quando non ci si limita addirittura a riportare solo le date di nascita e morte. E’ una differenza che appare evidente anche nella cappellina de Palatis. L’epigrafe di Don Ciccio recita testualmente: “Alla memoria del Dott. Francesco de Palatis, che a Dio, alla scienza, alla famiglia, consacrando la cristiana vita, il nobile ingegno, il fervido cuore, passò umile e probo, decoro ed esempio al popolo che l’ebbe benefattore, luce e conforto alla compagna e alle figlie dolenti”. Poco distante, si legge sulla lapide del fratello di mamma, scomparso giovanissimo: ”Ad Onorato de Palatis, laureando in legge, che, dalla luce della giovinezza alla tenebra di questo sepolcro, inesorabilmente travolto, distruggeva a un tempo le speranze dei genitori e la fulgida promessa dei suoi vent’anni”. Per papà, una semplice frase del Vangelo: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. Sono sicuro che Ugo, nella sua umiltà e semplicità, avrebbe approvato.

 

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[1] Luca Fasano, Giornalista pubblicista, ha già pubblicato, per “ilmiolibro.it” del Gruppo editoriale l’Espresso, quattro opere: “Il cassintegrale” (2009), “Roma-Caserta solo andata” (2010), “Scì benditt’ lu citro” (2011) e “Viaggio al centro della Terra…di Lavoro” (2014), tutte dichiaratamente autobiografiche.

 [2]

Sciambenditt.

[divider] Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

 

2 Commenti

  1. Ti ringrazio tanto di aver scritto parte della vita di Luca Fasano e di suo padre Ugo Fasanoerano bravissimi e amavano molto Sant’Angelo del Pesco un saluto Elisabetta Borrelli Giampaolo

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