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Lucia Gatta ( classe 1925) e il “ forno “

di Antonia Anna Pinna [1]

Lucia, chiamata nel dialetto  “Luciille”, è come la roccia di montagna, forte, spigolosa e fiera. La vedi. La vedi inerpicarsi sulle scalinate del paese con pesanti carichi tenuti ben fermi sulla testa da una “spara”, decisa e sicura della propria forza; e quando non la vedi la senti. Senti risuonare dai vicoli la sua voce limpida come fresco torrente di montagna. I racconti di Lucia sono ricordi di una vita faticosa di duri lavori; hanno l’odore del sudore, l’odore della terra, l’odore di vecchi malati.
La vita di Lucia ha anche l’odore del pane:

Per cinque anni ho lavorato presso il forno di Villalago, il forno di Francesco; iniziavo ad accenderlo con legna di faggio intorno alle sette del mattino per portare la temperatura interna a 230-240 ° C nel giro di un’ora e mezza. Appena il forno era caldo si infornavano le pizze e, a cottura avvenuta, i “peniell” (le pagnotte).

Ogni infornata contava 40 pagnotte, ognuna delle quali pesava dai 4 ai 5 Kg. Veniva molta gente a cuocere il pane e noi del forno preparavamo il pane da vendere a chi ne faceva richiesta. Mi ricordo che in mezz’ora “ammassavo” (impastavo) mezzo quintale di pane. Questo era un lavoro che cominciava alle cinque del mattino per consentire all’impasto di lievitare. Si lasciava un paio d’ore nella “mesa” (madia) per farlo ricrescere: dopo si preparavano i “peniell” (pagnotte) che si coprivano con un panno bianco e si lasciavano ancora per qualche ora a lievitare.

La ricetta del pane era la seguente. Per 10 Kg di farina si aggiungevano 3-4 litri di acqua tiepida, un etto di sale e spesso qualche patata bollita e schiacciata per ottenere un pane più tenero. Il lievito era sempre naturale e ne veniva conservata una parte per la successiva lievitazione.

Quando ero giovinetta ricordo che nel forno di Teresa si cuoceva il pane anche in piena notte perché allora il paese contava più anime; in quei tempi tutti preparavano il pane. Ogni famiglia provvedeva al fabbisogno per almeno 8-10 giorni. Grosse pagnotte profumate color miele.

Anche al colle dove abitavo da bambina c’era il forno. Lo gestivano Vice e Teresuccia, figlia e madre. Vice era un donnone tondo tondo che sembrava fatta anch’essa di pane tanto era il suo odore impregnato di farina. La madre “ Teresuccia” la telecomandava con lo sguardo e teneva tutto sotto controllo. Mi sono sempre chiesta come facessero a riconoscere le pagnotte della gente. Mo’ esce le pane de Linda; mo’ quile de Pasquarosa ecc.. Poi ne facevano una bella scorta per chi lo doveva comprare non avendo più la capacità di impastare. Ricordo la grossa bilancia con i pesi di ottone che a me sembravano d’oro e la madia gigantesca dove lo conservavano. Fuori nel piazzaletto c’era una grossa catasta di legna che non doveva mai diminuire e che noi bambini spesso cercavamo di smontare per fare i dispetti. Quasi tutte le donne preparavano il pane in casa che doveva bastare per tutta la settimana. Lo portavano a cuocere al forno mettendolo su una tavola larga di legno ben coperto con un lungo telo bianco e tenuto in perfetto equilibrio sulla testa senza reggerlo con le mani. Noi aspettavamo che uscissero per farci regalare gli angoletti scrocchiarelli che le nostre brave mamme e nonne non ci lesinavano mai. La vitalità che c’era nel giorno che si cuoceva il pane non lo scorderò mai, il fermento, l’allegria. Le donne sanno vivere perché sanno dare la vita e la donano a piene mani.


[1]  Antonia Anna PinnaAbruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

About Antonia Anna Pinna

Antonia Anna Pinna, Abruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

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