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Le targhe di rame

Scritto di Esther Delli Quadri

Foto di sinistra: Targhe di Rame di Filippo e altri, lungo il viale del Cimitero di Agnone.
Foto di destra: Campo e Cimitero di Mathausen;

Da tempo ci pensava.

Voleva andare a vedere dove era sepolto lo zio.

Quello zio Filippo le cui foto giravano per casa. Un ragazzo con i tratti del volto così simili a quelli di suo padre ma dal cui viso trasudava una mitezza di carattere in contrasto con la volitività di suo fratello.

La foto di quello zio l’ aveva guardata spesso.

Così giovane, lo sentiva più un fratello che uno zio. Morto sotto un bombardamento in Austria mentre era prigioniero. Un lutto che aveva marchiato a fuoco il cuore di sua nonna, già provata per la morte di suo marito, morto giovane, anche lui, e da conseguenti difficoltà che avevano reso la sua vita veramente difficile. Ma la morte di quel figlio, così le raccontava sua madre, era stata qualcosa dalla quale la nonna non si era mai veramente ripresa.

“ Ma dove è morto? “ aveva chiesto lei. “ Non lo so esattamente. So che papà più volte ha fatto richiesta per riportarlo qui, nel cimitero di Agnone, ma gli hanno detto che non è possibile, non daranno mai un tale permesso” “ Ma lui non ne parla mai!!!” “ No, quasi mai. Qualche volta me ne ha parlato la nonna . Ma poco. Forse il dolore è stato troppo grande per tutti e due per riuscire a parlarne”.

Tra le altre cose la nonna aveva raccontato il modo in cui aveva ricevuto la notizia della morte di Filippo.

Da tanto, tanto tempo non riceveva notizie di suo figlio. L’unica cosa che sapeva era che era stato fatto prigioniero dai tedeschi.

Quando dopo tanto tempo, una mattina la postina arrivò con una lettera, lei gliela strappò di mano divorata dall’ansia.

Apertala aveva letto le prime parole. La lettera cominciava con “ Cara mamma…”.

Pazza di felicità aveva invitato la postina ad entrare perché voleva offrirle il caffè per festeggiare l’arrivo della lettera di suo figlio.

La postina era molto a disagio. Ma era entrata e quello che a mia nonna era sembrato strano era che dopo il caffè non si decideva ad andare mentre mia nonna aveva fretta di leggere la lettera di Filippo.

Così aveva continuato a leggere alla presenza della postina. La lettera continuava : “…..lascia che oggi ti chiami così…”

Era un compagno di Filippo che scriveva per annunciarne la morte a seguito di un bombardamento dal quale lui si era salvato per miracolo.

La postina non era andata via perché probabilmente, mi disse mia madre, la notizia era già arrivata in paese. Tutti sapevano che mia nonna era sola ( mio padre prestava servizio militare a Napoli) e la postina forse non aveva voluto lasciarla da sola in un momento così tragico.

Un racconto, questo, che l’aveva aveva colpita profondamente.

Così una volta era andata a trovare suo padre nel suo ufficio . Tra una cosa e l’altra a bruciapelo gli aveva chiesto dove era sepolto lo zio. Di fronte ad una domanda così diretta lui non aveva potuto evitare di rispondere

“Mathausen, in Austria. “ “ Ma Mathausen era un campo di concentramento ?!” “ Si , ma era anche un campo di prigionia per soldati”. “ Non ci sei mai andato?” Lui non le aveva risposto e lei non aveva voluto porre altre domande.

Da poco tempo lei si trovava per lavoro proprio vicino al confine. E così quell’anno aveva deciso. Per i giorni di vacanza dei santi e morti, troppo pochi per poter tornare a casa, sarebbe andata a cercarla la tomba di quello zio. In qualche modo sentiva che glielo doveva. Aveva già detto ai suoi amici che non sarebbe andata con loro per quelle vacanze. Quelli avevano insistito perché andasse. Sarebbe stato divertente. Ma lei aveva rifiutato. Se non approfittava adesso, poi magari non ci sarebbe stata un’altra occasione.

Aveva telefonato qualche giorno prima di partire per dare la notizia a suo padre, convinta che in questa occasione si sarebbero trovati d’accordo, che gli avrebbe fatto piacere. E invece no! Una discussione a telefono lunga vari gettoni . Non doveva andare. Lui non voleva che lei andasse da sola chissà dove. Che andasse con i suoi amici piuttosto, visto che non poteva tornare a casa. Ma come chissà dove? Non era all’altro capo del mondo. No, lui non voleva che lei andasse. Aveva riagganciato e non c’era più stato modo di parlargli perché a telefono veniva solo sua madre, che le ripeteva le stesse cose.

Era già tutto organizzato. Il viaggio in treno, 18 ore, l’arrivo previsto per il mattino, il viaggio verso Mathausen, qualche ora di sosta per visitare il cimitero, un pernottamento a Linz, e la partenza il giorno successivo , in tempo per riposarsi un po’ e poi riprendere il lavoro. Non ci avrebbe rinunciato!

Il viaggio le sembrò eterno. Quasi non chiuse occhio nella sua cuccetta, dove immobile per non disturbare gli altri viaggiatori, con gli occhi aperti osservava il soffitto dello scompartimento. Una sorta di inquietudine la pervadeva. Pensava e ripensava e non capiva il perché di quella presa di posizione di suo padre e la conseguente discussione.

(Lo avrebbe capito una sera di tanti anni dopo quando mentre si chinava sui suoi bambini addormentati nei loro lettini e respirava il loro alito caldo e dolce, all’improvviso un pensiero le aveva attraversato la mente

“ Forse aveva paura, quella paura irrazionale che non puoi esternare perché gli altri non la capirebbero. Quella paura che solo un genitore può provare. La paura di sapermi lì sola, nel luogo da dove il suo unico fratello non era più tornato”. )

Quando riuscì ad addormentarsi il suo sonno si popolò di incubi: scene di guerra, il viso dello zio che si confondeva con quello di suo padre, scene viste nei film sulla seconda guerra mondiale.

Finalmente fu l’alba. Livida e fredda. Seguì scorrere dal finestrino immagini di vallate, fiumi, animali al pascolo , fattorie, pianure .

Ed infine Linz.

Di corsa prendere informazioni per il primo autobus per Mathausen, neanche il tempo di un caffè perché l’autobus , semivuoto, era in partenza. Meglio così, non avrebbe perso tempo. Un breve viaggio ed ecco Mathausen. Poca la distanza da percorrere a piedi. Si guardò intorno. Non c’era nessuno. Lei si aspettava una gran folla di gente e invece nessuno. Neanche un fioraio, come lei aveva sperato. Andò alle informazioni e chiese del cimitero del campo. I due uomini e l’anziana signora la guardavano senza capire. Un cimitero nel campo ? Lì non

c’era nessun cimitero. Ma non era possibile, lei insisteva, ci doveva essere. Fece vedere le indicazioni scritte che aveva. Ma chi cercava ? le chiesero. Uno zio, un soldato italiano, morto lì a Mathausen dove era prigioniero , a seguito di un bombardamento. Oh, sì! Adesso capivano. Si, il cimitero militare. Ma non era lì. Era nel paesino successivo. Nel paese successivo? E come poteva arrivarci chiese lei. Oh, ormai avrebbe dovuto aspettare il tardo pomeriggio perché l’autobus del mattino era già partito. Il tardo pomeriggio? Ma per lei era impossibile , doveva tornare a Linz quel pomeriggio. Quanto era distante il paese? 20 minuti le dissero. Ma allora forse era possibile raggiungerlo a piedi? Lei ci doveva andare. Non poteva aver fatto un viaggio di ore e poi rinunciare per pochi chilometri ! Si lo capivano. Parlarono tra loro e poi la donna le disse che il suo turno sarebbe finito di lì a poco e dato che il cimitero era sul suo percorso per tornare a casa avrebbe potuto darle un passaggio. Davvero? Era molto gentile da parte sua. Si accettava volentieri. Avrebbe poi da lì potuto tornare indietro? Si per quello non c’erano problemi . Avrebbe potuto prendere l’autobus del primo pomeriggio per Linz. C’era da aspettare almeno mezz’ora che la signora finisse il turno. Se intanto voleva, poteva visitare il campo. Certo, lo avrebbe fatto.

Entrò nel campo.

Un grande spiazzo circondato da baracche. Anche lì nessuno. Avanzò nello spiazzo. Si avvicinò alle baracche. In qualcuna era stato allestito una specie di museo della memoria: giocattoli per lo più rotti, libri spaginati, occhiali, scarpette di bimbi. Alla sua inquietudine della notte si unì un senso di disagio. Lo stomaco chiuso in una morsa. I muscoli contratti. Avanzò ancora. L’unico rumore che si sentiva, continuo, angosciante era il folle sventolio delle bandiere di tutte le nazioni sulle loro aste a causa delle fortissime raffiche di vento freddo .

Aveva freddo.

Percorse ancora un po’ di strada e si fermò davanti ad una specie di palazzina che sembrava una ricostruzione. La porta era aperta. Entrò . All’inizio non capì cosa fosse. Continuò ad avanzare nella stanza successiva, anche questa grandissima, ma come la precedente vuota. Poi alzò lo sguardo e vide tanti spuntoni che sembravano fuoriuscire dal soffitto.

Raggelò immaginando, forse, cosa potevano essere. Corse fuori. “ Non si può” si disse “ è farsi del male. Se almeno ci fosse qualcuno.” Tornò a passi veloci alle informazioni. La signora la guardò . Non disse niente. Sorrise. Le fece segno di sedere. Lei ricambiò il sorriso. La signora si alzò e tornò con un caffè. “Beva “ le disse “ starà meglio”. Il caffè caldo le fece bene. Lo bevve lentamente cercando di non pensare a niente. Difficile.

“ Sono queste le ultime cose che lo zio ha visto? Sarà mai stato in questo campo? Da Agnone, da casa, tra campane e chiese venire a morire qui, in questo orrore! Come saranno stati i suoi giorni di prigionia? Che cosa avrà visto o sentito che lo ha atterrito, così come sono stata atterrita io? Avrà avuto un amico, qualcuno con cui parlare delle sue ansie e delle sue paure?…………”

“ Andiamo “ la voce della signora le giunse benevola.

In macchina si rilassò un po’. La signora le fece delle domande sulla sua provenienza. Lei rispose. Chiacchierarono un po’ dell’Italia del sole, del mare. Chiacchierare la rasserenò.

Un breve viaggio. Ed ecco il cimitero. Un fioraio? No, niente fioraio. Lei si accinse a ringraziare e a salutare l’ anziana signora . Ma quella le fece segno di no. Sarebbe entrata con lei nel cimitero. Restò sorpresa, ma ne fu lieta. Entrarono il cimitero era enorme. La signora le chiese gentilmente il foglio con le informazioni che lei teneva in mano e si avvicinò al custode.

Tornò con le informazioni necessarie per rintracciare la tomba. Si avviarono. Ci misero un po’ a trovarla. Ma alla fine la videro. La signora si allontanò di qualche passo. Lei si avvicinò. Si, il nome dello zio c’era, ma non era il solo. C’erano altre targhe sulla tomba. E allora capì perché alle richieste di suo padre per riavere la salma era stato sempre risposto che era impossibile, che non avrebbero dato il consenso.

Meccanicamente recitò delle preghiere, ma la mente era altrove, fissa sul “ Come saranno stati i suoi ultimi giorni? Cosa avrà visto? Avrà avuto paura?”.

Percepì che la signora si allontanava. Tirò fuori la macchina fotografica e scattò qualche foto.

La signora tornò. Aveva in mano pochi fiori. Le fece segno di prenderli. Lei ringraziò, li prese e li appoggiò sulla tomba.

La signora le spiegò dove andare a prendere l’autobus per tornare a Linz e le disse qual’era l’orario di partenza. Lei ringraziò. Si salutarono.

C’era ancora tempo prima della partenza del pullman. Girò un po’ tra le tombe, poi tornò dallo zio. Non si sentiva più ne inquieta né atterrita, solo triste, tristissima per quella giovane vita falciata e per tutte le altre che pure avevano finito lì il loro percorso. Ancora qualche preghiera. Una carezza e un bacio alla targa. Via.

Non ricordò mai molto della notte a Linz, senza poter chiudere occhio, del viaggio di ritorno.

Pensò a suo padre. Gli avrebbe spedito le fotografie e al suo ritorno in Agnone gli avrebbe raccontato tutto. Gli avrebbe proposto di tornarci insieme prima o poi. Si avrebbe fatto così. Prima o poi avrebbe smesso di essere arrabbiato con lei e ne avrebbero parlato. Era sicura che anche lui sarebbe andato volentieri lì con lei.

……………..L’occasione di tornare non si presentò mai!…

Restarono solo quelle poche foto che suo padre conservava gelosamente in un cassetto e che quando le ricevette, come le raccontò sua madre, baciò piangendo.

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Lungo il viale di accesso al cimitero di Agnone, tra i cipressi che lo fiancheggiano si trovano delle targhe di rame che il comune molti anni fa ha voluto per ricordare i caduti agnonesi nella seconda guerra mondiale. Sono tante, con tanti nomi diversi.

Uomini giovani e meno giovani che partiti da Agnone per il fronte non vi hanno fatto più ritorno. Su una di esse si legge: Filippo Delli Quadri 26/12/1922 – 23/08/1944.
Era solo un ragazzo.

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Copyright: Altosannio Magazine
EditingEnzo C. Delli Quadri

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

2 commenti

  1. Emozionata! Qualche lacrima …mi è proprio sfuggita alla lettura di questo intimo, tenero, suggestivo racconto. SCRITTO CON STILE E CUORE … Sempre la morte di un giovane è tristissima, sembra che il sole perda un po’ di luce: nella famiglia si fa buio! Così è la guerra!

  2. Antonia Anna Pinna

    Esther mi si è stretto il cuore forte. Non si può immaginare cosa abbiano patiro questi figli sfortunati e i loro genitori a cui è rimasto il dolore inconsolabile di averli persi per sempre anche da morti.

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