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Le Mulattiere dell’Anima Capitolo 4

Novella di Esther Delli Quadri

“È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […] 
ma lagrime ancora e tripudi suoi”
(Giovanni Pascoli: Pensieri e discorsi, Bologna, 1907)

A nonno Giovanni

Patate sotto la cenere

Continuava a pensare alle sue prime impressioni quando erano  arrivati alla masseria mentre sistemava  il materiale sulla cattedra  gettando di tanto in tanto un’occhiata dalla finestra ai bambini.

Ricordava che erano entrati in un  piccolo atrio a piano terra  che un arco in pietra divideva dalla cucina e lui, Tonino e Vittorio, questo il nome del padre di Onofrio, avevano battuto a terra i piedi per far cadere la neve che ricopriva le loro scarpe.

Una delle sorelle di Onofrio si era avvicinata per prendere i loro cappotti e in un angolo li aveva scossi. Poi con una vecchia scopa di saggina aveva cercato di pulire alla meglio il pavimento. Il padre di Onofrio aveva già scosso il suo mantello e lo aveva appeso ad un gancio dietro la porta. 

Quindi, erano entrati nella grande cucina. 

L’atmosfera che vi si respirava era quella di una vita fatta di laboriosità, una vita semplice e frugale.

La grande stanza in pietra dipinta a calce che era la cucina aveva da un lato una sorta di stufa  con un grande buco al centro dove era un paiolo che bolliva. Sotto il paiolo  c’era uno spazio dove erano stati posizionati  pezzi di legna che bruciavano e al di sotto, sul pavimento c’era una piccola provvista di legna.

 Intorno alla cucina si dava da fare, aiutata da una delle figlie,  la madre di Onofrio, una donna sulla quarantina, abbastanza alta e magra. Sulla gonna di panno scuro indossava una maglia di lana fatta ai ferri,  di colori vari e vivaci,  e sopra un pesante scialle di lana nero.

Al loro entrare li aveva salutati con un cenno del capo e a Giovanni che si scusava per l’intrusione aveva detto :

“N’n’ė cubbell…. Senza cumpl’mient’…

Dopo il gelo esterno e il freddo patito alla ‘scuola’ nel pomeriggio, il tepore della cucina e i caldi vapori di cibo che cuoceva li avevano confortati.

Un’ ampia tavola,  che una delle sorelle di Onofrio stava apparecchiando alla meglio,  prendeva quasi tutta la parete laterale. Sulla parete opposta c’erano una  grande credenza di legno massiccio contenente piatti, bicchieri e altre suppellettili da cucina e una panca con sopra dei cuscini. Alle pareti si vedevano appese pentole di rame di varie dimensioni e canestri intrecciati.

Nell’angolo in fondo alla cucina un grande camino di pietra occupava la maggior parte dello spazio. Accanto al camino, quasi facesse  parte anch’egli del gruppo in pietra  da cui la ‘ c’mm’nera ‘ era costituita, sedeva su una bassa sedia di paglia, un vecchio.

Indossava come suo figlio, come la maggior parte dei contadini, un paio di frusti pantaloni di velluto a coste marrone, una camicia di flanella a quadri rossi e bianchi e su di essa una pesante maglia fatta ai ferri di vari colori, probabilmente resti di  lane avanzate.

In testa teneva una coppola marrone. Ai piedi pesanti scarponi con i lacci  che lasciavano intravedere calze, anche quelle fatte ai ferri. 

In bocca aveva una pipa spenta, che ogni tanto scuoteva, quasi fosse accesa.

Al loro arrivo si era girato e aveva risposto con un cenno del capo al saluto di Giovanni. 

Tonino era andato a sedersi vicino ad Onofrio e tra loro era  iniziato un fitto chiacchierio a cui  la madre di Onofrio aveva  accennato sorridendo  col capo ad una delle figlie a testimoniare l’ansia che Onofrio aveva che Tonino arrivasse da lui.

Giovanni, sempre schivo e in imbarazzo per carattere, al contrario di suo figlio che sembrava perfettamente a suo agio nel nuovo ambiente, si era avvicinato, incitato da Vittorio, al grande camino e si era seduto di fronte al nonno. 

Nel camino, ricoperta da una ‘ coppa’ con sopra  braci ardenti cuoceva, come Giovanni intuì dall’aroma  che sprigionava, ‘ la pizza randign’ cotta sott’alla coppa” . 

Di tanto in tanto il nonno con delle lunghe molle aggiungeva pezzi di brace sulla coppa e soffiava sul fuoco con ” ru zuff’latur” .

Giovanni e Vittorio  avevano parlato del tempo, della neve , della bufera che non accennava   a diminuire, come si intravedeva attraverso i vetri delle finestre. A Giovanni era venuto spontaneo usare il dialetto. Il loro era stato un parlare a tratti intervallato da silenzi.  Vittorio, anche lui piuttosto schivo, era  poco avvezzo alle chiacchiere. 

 Al maestro era stato offerto un bicchiere di vino rosso ”p’arr’scallars’ “.

Il nonno taceva. Di tanto in tanto sorbiva anche lui qualche sorso di vino da “ru c’c’nar’ ” che teneva appoggiato a terra accanto a lui.

Si era sentito  bussare alla porta e poco dopo nella cucina era entrato Teodoro, il cugino di Onofrio, il cui padre, fratello di Vittorio, era morto in guerra ancora agli inizi della stessa. 

Era certamente intimidito dalla presenza del maestro. A capo chino si era avvicinato al nonno e allo zio dicendo che stava andando nell’ovile a controllare le pecore per la notte. 

Evidentemente quello era un suo compito.

Lo zio gli aveva dato alcune incombenze da portare a termine una volta nell’ovile e il nonno aveva aggiunto di controllare l’angolo del tetto in fondo perché temeva che col peso della neve cedesse. 

Avevano concordato che al mattino successivo sarebbero andati a buttare giù un po’ di neve dal tetto e poi avevano  parlottato della necessità ” con la bella stagione ” di rinforzarlo.

Con la coda dell’occhio Giovanni si era accorto di una strana animazione tra Onofrio e Tonino. E poco dopo aveva visto Onofrio avvicinarsi a sua madre e parlarle. La mamma aveva sorriso. Poi si era avvicinata al camino e rivolgendosi a suo marito aveva chiesto se lui pensava che Onofrio e Tonino potessero accompagnare Teodoro all’ovile, che era una bassa casetta non molto distante dalla casa e che si intravedeva dalla finestra. Vittorio aveva guardato interrogativamente sua moglie, ma la mano del nonno gli si era appoggiata sul ginocchio costringendolo a rivolgere lo sguardo verso di lui. Il nonno tornando a guardare il fuoco aveva mormorato “…. So citr’!...” E così suo figlio aveva assentito col capo alla richiesta. 

Onofrio e Tonino erano stati imbacuccati per bene da una delle sorelle di Onofrio e poi dopo che Tonino ebbe lanciato uno sguardo eccitato e fugace a suo padre erano usciti nella bufera.

Giovanni si era avvicinato alla finestra e aveva visto Teodoro prendere per mano i due bambini e avviarsi. Poi tutti e tre non erano stati che scure sagome fluttuanti nel bianco .

Giovanni era tornato al suo posto, accanto al camino.

Avevano scambiato ancora qualche parola sulle condizioni in cui versava l’edificio “scuola” e sulla necessità di ripararlo per l’inverno successivo. 

Al loro rientro Tonino e Onofrio erano eccitatissimi.

Tonino aveva le guance rosse e accaldate, come se fosse stato tutto il tempo accanto al fuoco, per l’effetto della “vuorja” gelata che soffiava.

I due bambini si erano seduti al tavolo ma si erano alzati quasi subito  e erano andati in un angolo remoto dove Onofrio aveva cercato di insegnare a Tonino come lanciare in aria delle pannocchie di granoturco essiccate e riprenderle al volo così come fanno i giocolieri nelle piazze di paese nei giorni di sagra o durante gli spettacoli al circo. Aveva provato anche Tonino ma con scarso successo. 

La madre e le quattro sorelle di Onofrio li osservavano sorridendo e Teodoro, un po’ discosto, sorrideva anche lui, ma aveva rifiutato quando i due bambini gli avevano proposto di provare.

Poi la mamma di Onofrio si era avvicinata al camino e aiutandosi con lunghe molle e vecchi strofinacci aveva preso la coppa e era andata ad appoggiarla sulla stufa. Aveva messo quindi la pizza su un capace tagliere di legno e l’aveva divisa in diversi pezzi.

Tutti avevano  preso posto a tavola. 

Tutti tranne il nonno.

Teodoro intanto stava rientrando dopo essere andato ad avvisare sua madre che sarebbe rimasto a mangiare dal nonno. Prima che lui uscisse la madre di Onofrio gli aveva dato un piccolo paniere che certamente conteneva qualche alimento già pronto.

Giovanni aveva immaginato che dopo la morte del padre di Teodoro molto aiuto venisse  dato dalla famiglia  alla vedova e ai figli del fratello morto. Anche la presenza di Teodoro  a cena confermava che lo zio era per lui una guida e un appoggio allo stesso tempo, un po’ un altro padre.

Nella scodella  di ognuno una delle sorelle aveva versato un mestolo di minestra di verdure varie , tra cui cavoli, e patate. Tutti avevano ricevuto anche un pezzo di “pizza randign’ ” da sbriciolare nella  minestra.

Avevano, quindi,  iniziato a mangiare la minestra bollente che ad ogni cucchiaiata li riscaldava e li ristorava. 

Il nonno era rimasto accanto al camino.

Sua nuora, prima di mettersi a tavola,  gli aveva servito del pane nero abbrustolito e un piccolo bicchiere di vino che aveva appoggiato sulla sedia, sulla quale prima era seduto Vittorio, ricoprendola prima  con  una salvietta. 

Giovanni aveva ricordato allora che una volta Teodoro, che era in quinta, aveva letto in classe un suo tema dal titolo” la cena d’inverno a casa mia” e aveva appunto descritto questa abitudine del nonno di mangiare solo un paio di fettine di pane intinto in un bicchiere di vino rimanendo seduto accanto al camino.

Durante la cena il silenzio era stato interrotto dalle frequenti risa e chiacchiere di Tonino e Onofrio .

Avevano mangiato poi ancora un po’ di pane e formaggio.

Infine, mentre le donne sparecchiavano e sistemavano la cucina, gli uomini erano tornati a sedersi vicino al camino.

Una delle sorelle di Onofrio era arrivata con un cesto di patate che, dopo essere state tagliate in due per il verso della lunghezza erano state poste nel camino e, ricoperte di cenere e braci, e lasciate a cuocere.

Teodoro, in un angolo, insegnava a Tonino e Onofrio un gioco fatto con un laccio attorcigliato alle dita.

Giovanni aveva allora  chiesto sottovoce se Teodoro fosse il più piccolo tra i suoi fratelli.

” .…Scin’ …..“aveva  risposto il padre di Onofrio”……. t’neva quattr’enn quann’….” e si era   interrotto.

Giovanni aveva compreso.

Erano rimasti tutti e tre in silenzio

Ognuno di loro con gli occhi fissi sulle fiamme nel camino, ognuno con negli occhi gli incendi della “sua” guerra. 

” ….. È stat’ arru ’42.….. “Aveva  mormorato Vittorio  ” ….all’Albania…j’ n’ c’ sctava…. L’ so saput’ dopp’….”

…….. Addò sctiv?…….” Aveva chiesto  Giovanni con voce appena percettibile

“…. Alla Russia….” aveva mormorato Vittorio, lo sguardo fisso sulle fiamme. 

Poi, riprendendosi, aveva chiesto dove fosse stato Giovanni.

Lui aveva risposto che era stato prima in Grecia, poi di nuovo in Italia e per ultimo prigioniero in Austria.

Dal fondo della cucina arrivavano le voci dei bambini.

Il nonno aveva agitato il fuoco con le molle ravvivandolo.

Le lingue di fuoco si erano alzavate  più forte allora  e dal grosso ciocco di  legna, ” ru ciuocc’ “, si erano levate scintille crepitanti.

I tre  uomini erano distanti col pensiero, i loro volti immobili, i loro occhi privi di espressione, il  battito dei loro cuori  appena percettibile quasi fossero sepolti sotto cumuli  di sabbia o neve. 

Anche il nonno con  lo sguardo fisso sul fuoco  sembrava lontano, lontanissimo.

Ad un tratto si era udita la sua voce, poco più alta di un bisbiglio  ” ……ognun’ tè la ‘uerra saja e chiss’ t’narrien’ la ‘uerra lor’……Ognun’ nasc’ ch’ na sctella e c’ha da scummétt’r fin’ all’ult’m’……. n’n’é colpa vosctra s’ et arm’niut”……” . “Ognuno ha la sua guerra e loro hanno la loro guerra….ofnuno nasce con una stella e deve scommettere fino all’ultimo……non è colpa vostra se siete tornati”

Giovanni lo aveva guardato. 

Il vecchio era immobile quasi non fosse stata la sua voce quella che si era udita.

La madre di Onofrio si era avvicinata alla “ c’mm’nera” e con un ferro da lana aveva infilzato una patata per vedere se era cotta.

Poi le aveva tirate  fuori una alla volta aiutandosi con una paletta e le aveva appoggiate  su un tagliere, pulendole prima con un panno per far cadere la cenere. 

I bambini si erano avvicinati e avevano ricevuto tra le mani una mezza patata con un po’ di sale

 ” ….Pela….pela…” aveva detto ridendo Onofrio saltellando da un piede all’altro.

….. Pela …..pela…..” gli aveva fatto eco Tonino  imitandolo. Teodoro soffiava sulla sua mezza patata sorridendo ai versi dei bambini.

Continuando a soffiare sulle patate erano riusciti finalmente a mangiarle.

Giovanni si era infine  alzato dicendo che per loro era ora di tornare alla “scuola” .

Non’ maè, addò j’t’….. Nengue e tira vjent ca sembra la fin’ d’ ru munn’ ”  aveva detto Vittorio ” Mogl’ma v’ha già preparat’ ru’ liett’….. Asciuì add’man’ matina, s’ cessa, putet’ ar’je’ alla casa…” “No maestro, dove andate……Mia moglie vi ha preparato il letto….così domani mattina, se smette di nevicare, potete tornare a casa”

Il maestro era confuso.

Aveva cercato di rifiutare. Ma gli altri avevano insistito che per loro non era nessun disturbo che non era bene per Tonino  passare la notte al freddo della scuola. Che non c’era da preoccuparsi per il posto. Avrebbero dormito nella stanza di due delle loro figlie che sarebbero state ospitate dalla zia, la mamma di Teodoro…. Qui si erano interrotti.

Giovanni si era reso conto che avevano ragione sulla “scuola” e , ringraziando, aveva  accettato la loro ospitalità.

….. Mitt’ abev’ arru maesctr’ …..” aveva detto il nonno continuando a guardare il fuoco ” ….. p’ j’nott’….” “veri ada bere al maestro….per questa notte”

Così, dopo un ultimo bicchiere di vino, Giovanni e Vittorio si erano alzati. 

Le camere erano al piano superiore ma per raggiungerle occorreva passare da una scala esterna.

Giovanni aveva imbacuccato ben bene Tonino e lo aveva preso in braccio. Poi, dopo aver augurato  la buonanotte a tutti, si era avviato dietro Vittorio che reggeva il lume. 

Per un attimo mentre apriva la porta il viso di Vittorio si era trovato nel cerchio di luce del lume.

Tonino che lo stava osservando aveva  notato  allora che suo padre e il padre di Onofrio si assomigliavano: il volto di Vittorio era percorso dalla stessa piega amara che percorreva il volto di suo padre.

Continua …

Copyright: Altosannio Magazine
EditingEnzo C. Delli Quadri

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

Un commento

  1. Antonia Anna Pinna

    Quante cose ritrovo nei tuoi racconti, l’atmosfera, il linguaggio, l’approccio umano e le parole dimenticate…pela pela che meraviglia. Grazie Esther

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