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Le mulattiere dell’anima Capitolo 1

Novella di Esther Delli Quadri

“È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […] 
ma lagrime ancora e tripudi suoi”
(Giovanni Pascoli: Pensieri e discorsi, Bologna, 1907)

A nonno Giovanni

Vecchia scuola rurale – Agnone

Iniziava la salita.

Tonino cominciò a sentire che il respiro di suo padre si faceva ansante.

“Scendiamo” disse lui poco dopo e lo aiutò a scendere dalla canna della bicicletta.

Proseguirono a piedi per un po’.

Ad un nuovo tratto pianeggiante suo padre lo issò di nuovo sulla canna, e via. 

L’aria era fresca. Il verde intorno abbagliante. Il vento sul viso e tra i capelli faceva quasi solletico. Tonino avrebbe voluto ridere. Ma si trattenne. Non sapeva cosa avrebbe pensato suo padre! Forse ce l’aveva ancora con lui per la storia delle ciliegie! Non voleva che si inquietasse ancora con lui proprio quel giorno in cui era stato concordato che sarebbe rimasto a dormire a casa del suo amico Onofrio!

Arrivati alla fontana al bivio scesero di nuovo per proseguire a piedi  lungo  una stradina che si dipartiva sulla destra, praticamente una mulattiera. Circa 15 minuti  e sarebbero arrivati alla “scuola”.

In realtà la scuola altro non era che una vecchia masseria adattata alla meglio per servire allo scopo.

Era una di quelle “scuole di montagna” con classi miste come ce ne erano tante nel secondo dopoguerra, istituite ancora molto  prima, per sanare la terribile piaga dell’analfabetismo nelle campagne.

Suo padre, il maestro, faceva  in bicicletta tutti i giorni il percorso dal paese alla scuola   e molto spesso portava con sé Tonino, benché lui non fosse ancora  in età  scolare.  Aveva deciso di portarlo con sé nei  giorni in cui il tempo lo permetteva, cedendo alle insistenze di sua moglie che voleva che lui e il bambino trascorressero più tempo possibile insieme ed anche per esserle di aiuto ora che lei era incinta.

Ancora pochi giorni e la scuola sarebbe finita. 

A Tonino dispiaceva. Era stato bellissimo incontrare altri bambini e trascorrere con loro le mattinate, conoscere tante cose nuove!

Non si conoscevano molto, Tonino e suo padre. 

Non avevano avuto molto tempo per stare insieme!

Tonino era nato negli anni della guerra e suo padre non lo aveva praticamente mai visto, tranne che in una breve licenza, di cui la mamma gli parlava ma che lui non ricordava perché era troppo piccolo.

La guerra prima, la prigionia  poi li avevano tenuti lontani, per anni.

La sua prima infanzia era trascorsa con la mamma. Con le zie, gli zii. 

Di suo padre sapeva che era una persona molto intelligente e colta. E simpatico e anche allegro, spesso. 

Lo sapeva da sua madre. Lei gliene aveva parlato sempre e sempre alla sera nelle sue orazioni gli aveva fatto aggiungere una preghiera speciale per papà. A volte si era soffermato a pensare a  suo padre durante la sua assenza. Lo aveva immaginato così come lo aveva visto in qualche foto del fidanzamento e matrimonio. Sorridente, felice.

Tonino aveva vissuto praticamente in simbiosi con sua madre. Aveva dormito nel suo letto, accoccolandosi alla sera nell’incavo del suo corpo, quasi seduto sulle sue ginocchia, tra le sue braccia. I rumori, i bagliori della guerra che penetravano dalla finestra chiusa giungevano lontanissimi. Gli sembrava che quello fosse il posto più caldo, più sicuro al mondo. Si accorgeva subito se per caso lei nella notte si alzava perché allarmata da qualche rumore in lontananza, da qualche bagliore più intenso. E si svegliava, la cercava, la chiamava.

Ad un certo punto le preghiere speciali erano aumentate di numero: la famiglia aveva ricevuto la notizia che suo padre era disperso.

C’erano stati giorni terribili in cui lui aveva visto la disperazione di sua madre, le sue lacrime. Erano stati giorni che nella sua memoria avevano lasciato  un marchio indelebile.

Tonino non  aveva osato chiedere il significato di quella parola a sua madre. Lo aveva chiesto ad una zia. 

Disperso” è una parola difficile da spiegare ad un bambino e la  zia gli aveva risposto che “disperso” significa ” che non si trova“.

 “Ma si troverà?” era stata la sua naturale domanda.

La risposta, troppo repentina e sicura  della zia sulla certezza che si sarebbe ritrovato, in contrasto con l’espressione seria del suo viso, mentre lo affermava, lo aveva però inquietato nel profondo, più che se gli avesse riposto di no.

Poi era seguito il periodo in cui erano “sfollati” in campagna con le famiglie di altri zii in una masseria di proprietà di uno di loro ma non più in uso da tempo. 

L’avevano risistemata alla meglio perché potesse accoglierli cercando di ridurre al minimo i disagi.

Da lì spesso Tonino aveva visto fuochi, incendi,  levarsi intorno nei paesi al passaggio degli aerei  bombardieri. Aveva avvertito la preoccupazione degli adulti per i parenti e amici rimasti in paese.

Ma c’erano stati anche momenti di spensieratezza trascorsi a giocare con i cugini in un ambiente nuovo per loro, la campagna.

Lo sguardo triste, a tratti disperato, di sua madre era rimasto immutato. Ciononostante era stata lei ad  invogliarlo a staccarsi, ad allontanarsi  per andare a giocare all’aperto con i cuginetti quando lo vedeva girarle intorno con un visino serio, serio che la guardava con aria afflitta, quasi non sapesse come consolarla.

 Erano rimasti parecchi mesi fuori dal paese, dalla primavera all’autunno,  quando  le sorti della guerra erano cambiate in modo tale da consentire il rientro. Gli zii avevano detto che era stata una vera fortuna, perché rimanere nella vecchia masseria durante l’inverno sarebbe stata dura!

Poi la guerra era finita.

Tonino ricordava una grande folla per  strada. Lui a cavalluccio sulle spalle di un suo zio. Bandiere per strada, gente che cantava. Sembrava una allegria contagiosa!

Ma sua madre non ne era stata contagiata. 

La vita in casa loro era continuata con gli stessi ritmi di prima, con una differenza: che adesso lei era spesso in giro. 

Non appena si spargeva la notizia del rientro di qualcuno di cui da tempo non si avevano notizie, lei correva ad affidare Tonino  a qualche parente per andare a casa del reduce, a fargli visita,  per informarsi  se aveva notizie di Giovanni, se gli era capitato di incontrarlo, di incontrare qualcuno che ci aveva parlato o ne aveva notizie.

Non lo aveva mai portato  con sé in quei suoi giri. 

Solo una volta gli era successo di andare. Non si era trovato nessuno a cui affidarlo.

Tonino durante il tragitto  aveva immaginato  che avrebbero incontrato un uomo contento, come quelli che aveva visto per strada a festeggiare la fine della guerra. 

Invece, contenti erano solo  i suoi familiari. 

L’uomo era rimasto a sedere quasi un po’ in disparte. Alle domande di sua madre aveva risposto a monosillabi, come se per lui ricordare fosse pesantissimo. No, neanche lui aveva mai saputo niente di Giovanni né aveva mai incontrato qualcuno che gli avesse parlato di lui. 

La mamma dopo un po’  lo aveva ringraziato, scusandosi per il disturbo. Poi,  rassegnata e delusa, tra le parole di conforto degli astanti che cercavano di farle coraggio, si era accomiatata da loro. L’uomo  si era girato per salutarla e solo  allora Tonino si era accorto che gli mancava un braccio. Aveva guardato con insistenza quella manica infilata nella tasca della giacca, fino a che sua madre notando il suo sguardo, non lo aveva spinto verso l’uscita. 

Quella immagine però lo aveva palesemente scosso ed aveva procurato un gran senso di  colpa in sua madre, che ne aveva intuito  l’effetto su di lui. 

Settimane  erano passate. 

Il paese sembrava aver ripreso vita. Sembrava che la scura cappa di paura e angoscia che per mesi e mesi  lo aveva stretto come in una morsa si andasse allentando. 

Soldati in divisa, divise diverse da quelle che aveva visto in passato, percorrevano il paese avanti e indietro. Capitava perfino che regalassero caramelle ai bambini!

Sembravano allegri, questi soldati, al contrario  degli altri, di quelli di cui avevano preso il posto e Tonino naturalmente, alla sua età, non ne conosceva il motivo, né, se lo sarebbe mai chiesto. Le sue considerazioni erano basate su quelle che erano le cose che colpivano  un bambino.

Crocchi di uomini lungo il corso, quando gli era capitato di percorrerlo  dando la mano a sua madre, che  parlavano animatamente. Alcuni si accaloravano alle discussioni.

Spesso si era udita della musica uscire dai bar o dagli edifici dove i soldati avevano i loro quartier generali. L’animazione sembrava aumentare  soprattutto in occasione delle fiere di paese. Pian piano anche i commerci e la produzione avevano ripreso vita.

In tutto ciò, però, a Tonino non erano sfuggiti i volti seri di alcuni uomini, spesso scavati e  con una piega amara della bocca. I loro sguardi spenti negli occhi quasi sfuggenti, di uomini che, sembrava, volessero solo passare inosservati,  rendersi invisibili.

Erano in evidente contrasto con il clima di generale allegria, perché lui non li notasse!

Tra di essi, spesso, persone con menomazioni fisiche, come il reduce a cui lui e sua madre avevano fatto visita.

Poi un giorno all’improvviso la notizia.

Suo padre era vivo e stava tornando.

Dapprima l’incredulità, poi la felicità di sua madre e di tutti i parenti che intanto erano arrivati a casa.

E poi, qualche giorno dopo, finalmente era arrivato anche lui. 

Tonino aveva pensato spesso al loro incontro. Aveva immaginato che suo padre lo avrebbe preso in braccio, lo avrebbe abbracciato, baciato. Aveva immaginato le sue prime parole rivolte a lui e tutte le cose che si sarebbero dette dopo. Lui, Tonino sarebbe stato il centro della sua attenzione. Aveva immaginato la loro allegria, la loro felicità. 

Ma non aveva immaginato quello che veramente accadde. 

Al suo apparire giù nel portone, suo padre  era stato attorniato da parenti. Era stato un susseguirsi di abbracci e saluti. A fatica sua madre era riuscita a farsi largo scendendo le scale per incontrarlo, abbracciarlo. Lui, Tonino, era stato trattenuto  e solo alla fine di tutti quei saluti aveva potuto avvicinarsi  a suo padre. Ricordava di aver sentito due braccia stringerlo forte e che poi quell’abbraccio aveva compreso anche sua madre. Ma non era riuscito a vedere il viso di suo padre. Solo dopo un po’ aveva potuto guardarlo in volto.

Ma quel viso non mostrava segni di allegria. 

Di sollievo sì, per averli trovati in buona salute. Per essere a casa tra volti conosciuti, circondato dai suoi affetti .

Ma non di allegria.

Questo Tonino, aveva sentito.

Aveva visto sul volto di suo padre quella stessa piega amara che percorreva i volti di quegli uomini silenziosi e che restavano tali anche nella atmosfera di allegria che sembrava regnare in paese.

Continua ………

Copyright: Altosannio Magazine
EditingEnzo C. Delli Quadri

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

2 commenti

  1. COINVOLGENTE RACCONTO di GUERRA…MA SENZA SANGUE CRUENTO E PAUROSO -RISERVATO, ahimè, AI GRANDI!
    In lui, Tonino mi ritrovo anch’io nel ’43: uno dei miei ricordi tangibili della guerra, quando un americano mi regalò tante caramelle!…

  2. Antonia Anna Pinna

    Cara Esther, aspettavo con ansia un tuo nuovo racconto e l’ho mandato giù come se avessi sete. Sai farci entrare in altro spazio temporale come se lo stessimo vivendo, quasi ne percepisco gli odori. Aspetto già lil prossimo capitolo. Bravissima

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