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Le buatte: che fatica ma anche gran divertimento!

Ricordi di Simona Ciaramella

Quando arrivava agosto, tra vicini, parenti, e <sangiuanne> si era impegnati quasi tutti i giorni, al punto che, per evitare accavallamenti di date, le si concordavano prima. Sto parlando dell’appuntamento con il rito annuale delle buatte. Di quel periodo ricordo voci e rumori familiari fuoriuscire da ogni cortile dove il rito si compiva. Sento ancora il rimbombo del bidone, che spinto da un piede o dalle mani, rotolava lungo la strada da una parte all’altra, tutto annerito per le innumerevoli volte che era stato investito dalle fiamme. 

Per la provvista invernale si acquistavano grosse quantità di pomodori <san marzano> presso i contadini del luogo, altrimenti si aspettava l’ arrivo in paese delle <carrette> con i pomodorini <d’’a rena>, il cui sugo – mia madre diceva – te pittava ‘o musso! Credo crescessero in terreni sabbiosi, vicino al mare dalle parti di Torre Del Greco. Il loro prezzo al chilo era triplo rispetto all’altro, sicchè gli interessati si avvicinavano, esaminavano, commentavano tra di loro e poi si decidevano. C’era chi sceglieva di lavorare entrambi i tipi in due puntate. 

In ogni caso i pomodori acquistati, ammucchiati su un telo a terra, rimanevano alcuni giorni sotto una coperta per giungere a piena maturazione. Poi, a schiena curva, li si raccoglieva per il lavaggio nelle <bagnarole> di zinco. Con l’aiuto di un tubo di gomma,< ‘a cannola>, li si ricopriva d’acqua corrente, si risciacquavano e si lasciavano asciugare. 

Prima di procedere, occorreva predisporre i contenitori che li dovevano accogliere, cioè le bottiglie, il cui requisito principale per una buona conservazione del contenuto, era l’accuratezza nella pulizia, ottenibile con la soda e un’ apposita spazzola. Per procurarsi le bottiglie necessarie, mia madre chiedeva al barista sotto casa i vuoti delle bibite e dei liquori consumati nel locale; le sue preferite erano quelle dello spumante perché considerate più resistenti sia alle alte temperature, sia alle manovre a cui erano destinate. 

Dunque, una volta tagliati a spicchi, i pomodori venivano infilati in bottiglia e pressati bene mediante una bacchettina di legno, poi spinti con maggiore forza battendo il fondo della bottiglia su uno straccio, ripiegato più volte, posto in un angolo del tavolo di lavoro. E capitava anche che la bottiglia scivolasse dalle mani a causa del liquido che colava lungo i suoi fianchi. Figurarsi gli spruzzi che ci arrivavano sui capelli e tutto il resto, abiti inclusi, che si arricchivano di decorazioni rosse punteggiate di semi! Ricordo che divenute più grandicelle, correvamo a nasconderci per la vergogna ogni qualvolta incrociavamo lo sguardo di qualche passante, soprattutto dei ragazzi! Eh sì, perché tutto questo avveniva nei cortili spesso privi di portoni o comunque aperti sulla strada. 

Una volta riempite, le bottiglie venivano deposte a terra nell’attesa di essere sigillate. I tappi erano di due tipi: <’e stagnarielle> (quelli a corona), più semplici da fissare; <’e suovere> (quelli di sughero), molto più complicati. Innanzitutto, bisognava scegliere quelli dalla forma più idonea (tonda o quadrata), da introdurre nel collo della bottiglia con l’aiuto di un attrezzo di legno, infine fissarli con una gabbietta fatta con lo spago, per cui era richiesta la manualità degli esperti. Mia madre era brava e lo insegnò anche a me. A furia di annodare e tirare comparivano vesciche sulle mani. 

Siamo giunti alla fase finale di tutto il procedimento: il momento di sistemare con perizia le bottiglie nei bidoni per la loro sterilizzazione e accendere il fuoco. Occorrevano esperienza e competenza nel fare ciò, in modo da evitare errori che potessero compromettere il risultato di tante fatiche. Tuttavia, in certi casi succedeva un macello: si udivano botti… le bottiglie esplodevano. Una vera disgrazia! Quasi sempre se ne attribuiva la responsabilità alla <medicina>, usata dai contadini contro le <malattie> dei pomodori! 

Dunque la giornata di lavoro cominciata all’alba, s’interrompeva in mattinata per un veloce spuntino con pane e fichi / uva, o pane e mortadella / provolone e terminava nel primo pomeriggio, talvolta più tardi. Il tempo trascorreva scherzando e ridendo alle battute di ciascuno, mentre si spostava più in qua o più in là il tavolo perché colpito dai raggi del sole. Ricordo che ascoltavamo le canzoni del “Disco per l’estate” o la “Hit Parade” settimanale da una radiolina a transistor. 

A conclusione, si faceva la degustazione del sugo degli stessi pomodori sui maccheroni, e si arrostivano peperoni e pannocchie sul fuoco ormai divenuto brace. L’indomani di buon’ora si sarebbero svuotati i bidoni, a quel punto raffreddati. 

Quanti ricordi legati a quel tempo, quando non ci eravamo ancora rinchiusi negli appartamenti e all’occorrenza tutti eravamo pronti a rispondere alle chiamate e disponibili a condividere le <comodità> in nostro possesso : la nostra vita era <in comune>, in comunione!

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Copyright: Altosannio Magazine; 
EditingEnzo C. Delli Quadri

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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