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Le bottiglie di pomodori

Esther Delli Quadri

Ai nostri giorni pochissime famiglie usano ancora preparare in casa il passato di pomodoro..

Io anni fa mi sono dedicata a  questa attivitá ed ho continuato per un po di anni . Il motivo furono delle intolleranze alimentari che la mia, allora , bambina aveva sviluppato con la conseguente esigenza di preparare cibi quanto piú possibile naturali.

La mia attivitá peró nulla aveva a che vedere con quelli che erano i miei ricordi da bambina. A partire dal procedimento  di sterilizzazione delle “bottiglie” .

Io avevo imparato  in Trentino il sistema di versare il passato caldo nelle bottiglie e poi lasciare che queste si raffreddassero lentamente messe tutte insieme sotto un plaid in modo da formare il sottovuoto.

I miei ricordi invece mi riportano alla mente una attivitá metodicamente programmata e organizzata.

Si partiva dall’acquisto dei pomodori, rigorosamente  san Marzano per fare  “r’ p’zzett”” e di tipo piú sugoso per le bottiglie di passato.

C’era poi l’opera di “reclutamento” di amici e parenti che venissero ad aiutare .

La sera prima mia madre provvedeva a lavare tutte le bottiglie che erano state raccolte durante l’inverno e le lasciava a sgocciolare, pronte  per il giorno successivo.

L’attivitá si svolgeva nel nostro grande portone.

Lí veniva montato un tavolo con la macchinetta che serviva a passare i pomodori. Tutto in cerchio venivano poste delle sedie per le donne che ,  prima spellavano  i pomodori,  che mia madre aveva provveduto a lavare ed asciugare la sera prima,  poi tagliavano a piccoli pezzi quelli che dovevano servire per le bottiglie di ” p’zzett” mentre quelli per il passato vero e proprio venivano posti sul tavolo e finivano nella macchinetta .

Il loro rosso sugo scendeva da uno scivolo della macchinetta e finiva in una capace zuppiera. Da lí veniva passato con un mestolo e l’ausilio di un imbuto nelle bottiglie che venivano subito tappate. In alcune prima di chiuderle si metteva qualche foglia di basilico, in qualche altra dei pezzi di peperone.

Anche noi bambini venivamo coinvolti. Le nostre piccole dita erano ideali per infilare i pezzetti nei colli delle bottiglie e noi ci sentivamo molto importanti di poter svolgere un ruolo che le mani degli adulti non erano in grado di svolgere. Ricoperti di  grembiuloni che ci dovevano proteggere dagli schizzi di pomodoro, seduti sulle “s’gg’lell'”, partecipavamo alla attivitá e ascoltavamo i discorsi degli adulti.

Era un modo cosí bello di stare insieme ! Un modo che l’evolversi dei tempi e il progresso ha pian piano fatto scomparire . E sempre piú  lo stare insieme coi propri bambini ha significato partecipare, quando é possibile, ai loro giochi , magari da tavolo.

In quelle attivitá,  invece , lo stare insieme non era una cosa finta come il gioco , era un impegno reale e utile alla conduzione familiare .

Ricordo le donne , tutte con in testa un foulard , per evitare che anche il minimo capello potesse cadere nella preparazione , le loro chiacchiere . Ricordo i  bisbigli tra loro quando magari noi bambini chiedevamo perché la tale o la tal’altra  non partecipava all’attivitá come nell’anno precedente. E quando cercavo di saperne di piú da mia madre , lei con aria misteriosa mi rispondeva che la tale o la tal’altra non poteva partecipare alla preparazione perché “indisposta”. Ma per me bambina quella indisposizione  restava un mistero poiché,  magari, capitava che  la persona in questione passasse  anche a salutarci durante la giornata e sembrava stare benissimo!

Chissá da cosa nasceva la credenza che una donna con il suo ciclo non potesse partecipare alla preparazione del pomodoro, ma anche delle salsicce in inverno, perché  se indisposta  l’alimento sarebbe andato a male.

Certo che una tale credenza non ci ha predisposto “positivamente” al nostro diventare donne quando arrivó il nostro tempo perché  siamo state indotte a credere che era una limitazione.

Il pranzo veniva consumato con una breve pausa in forma di panini con salsiccia o salame o prosciutto , mozzarella, insalata , ovviamente di pomodori. Ma in modo veloce e frugale perché bisognava fare in fretta.

Infatti di solito si era  in Agosto e si temeva che la temperatura calda potesse rovinare il pomodoro.

Subito dopo pranzo le bottiglie venivano poste nella grande 1100 color “carta da zucchero” dello zio Gino e portate alla “ramerà” dove all’esterno dell’edificio veniva acceso un grande fuoco su cui  veniva posto il treppiedi e sopra la  “callara” nella quale venivano adagiate le bottiglie di pomodoro ricoperte di acqua fredda e venivano fatte bollire e poi lasciate nell’acqua a raffreddare.

Si preferiva non svolgere tutto il lavoro alla ” ramerà” per due ragioni : la prima che era scomoda da raggiungere per gli amici che ci avrebbero aiutato e la seconda che era piú comodo stare in casa per la preparazione avendo a disposizione tutti gli oggetti necessari.

Noi bambini intanto venivamo ripuliti degli inevitabili schizzi di pomodoro  e dopo che mia madre aveva dato una superficiale sistemata al portone, il lavoro scrupoloso di sistemazione sarebbe stato svolto il giorno dopo, lo zio , che intano era tornato in paese , ci portava tutti giú alla “ramera” .

Lí veniva acceso un altro fuoco che doveva consumarsi fino a diventare braci su cui arrostire “l’ tacch’tell’ ” di agnello .

Noi bambini correvamo tutt’intorno felici e stanchi per quella giornata inconsueta .

Alla fine della cena si rimaneva ancora un po a chiacchierare nell’aria profumata della sera. Io,  a volte,  mi allontanavo per cercare di sentire il rumore del fiume che scorreva non distante.

Cercavo di ascoltare i suoi mormorii e le sue ” parole” in quel luogo incantato che aveva fatto cosí tanto  parte della infanzia di mia madre  e di cui lei spesso mi parlava.

Dopo si tornava a casa.

Le preziose bottiglie sarebbero rimaste alla ” ramerà” al sicuro, anche se all’esterno dell’edificio, poiché lí sarebbero rimasti di guardia i ” maglie t”  che lavoravano alla fonderia e restavano a dormire lí .

Il giorno successivo mio padre e mio zio sarebbero tornati a prelevarle  e le avrebbero riportate a casa  dove sarebbero state conservate per  poi essere consumate durante l’inverno.


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri

 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

2 commenti

  1. Cara Esther, hai così ben descritto l’ancor diffusa consuetudine nei nostri paesi molisani della passata di pomodoro, fatta in casa- anche da me- Quel profumo della salsa , con la frunnetelle de vascianecola, ripaga e addolcisce il sacrificio di uno-due giorni di frenetico andirivieni… La stanchezza è maggiore ora, ma non posso più nemmeno avvalermi della facoltà di essere “indisposta”!!!!

  2. Antonia Anna Pinna

    Cara Esther, complimenti per la rievocazione precisa e dettagliata. Io ricordo tutti i passaggi e quanto mi divertivo con il bastoncino a mandare i pezzetti di pomodoro dall’imbuto alla bottiglia. Infanzia meravigliosa la nostra.

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