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L’arte lignea in Agnone

di Lucia Amicarelli[1]

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Anche se la tradizione scritta, salvo un breve cenno del Ma­sciotta che ricorda gli agnonesi come abili costruttori di organi[2], non menziona l’esistenza di un’arte lignea locale, la tradizione orale serba il ricordo di famiglie di intagliatori in cui gli artisti si susseguirono di generazione in generazione, tramandandosi i segreti della professione.

Il fiorire in Agnone, attraverso i tempi, di un’arte lignea, di carattere schiettamente popolare, fu favorita dall’abbondanza del materiale offerto dai lussureggianti boschi che coprono i monti circo­stanti, e trova la sua conferma nell’abbondanza di sculture e di altari lignei che ornano le nostre chiese.

Dalla constatazione appunto che in nessun paese si trovano, come in questo, opere di tutti i secoli e in tanta quantità; dall’osservazione dell’evoluzione stilistica delle immagini scolpite nelle varie epoche, la Santilli giunge alla conclusione che in Agnone sia fiorita una scuola di scultura lignea, che naturalmente fu una propaggine della scuola abruzzese, da cui dovette derivare lo stile, sebbene lo spirito che si infuse nelle opere fu autoctono. Che i prodotti di quest’arte agnonese siano da considerarsi creazione essenzialmente popolare, oserei dire collettiva più che di singoli artefici, è di­mostrato anche dal fatto che, dalla maggior parte delle opere giunte sino a noi, è ignorato l’autore. Ciò perché l’umile artista, che ha intagliato il legno non per ambizione di gloria, ma per un intimo bisogno di appagare il proprio senso esteti­co e di espandere il suo sentimento religioso, non si è preoccupato di incidere il proprio nome sul lavoro.

L’attività degli artefici, naturalmente, se fu intensa nella statuaria e nella decorazione delle chiese, lo fu ancora di più nell’arredamento, ove essi potevano lasciarsi guidare dal proprio estro più che nei lavori destinati ai luoghi sacri per cui dovevano seguire un certo schema convenzionale. Ma oggi, l’opera deleteria del tempo, congiunta al mutare dei gusti ed alla conseguente rinnovazione dell’arredamento operata in ogni casa, ha reso impossibile rintracciare presso le famiglie agnonesi i resti degli antichi lavori in legno, sicché, volendo osservare il preservare di tale forma di artigianato attraverso i secoli e il costante riflettersi di elementi locali pur nel variare degli stili, bisogna accontentarsi di una rapida esplorazione delle chiese. Parecchi monumenti di varia epoca sono conservati anche nel Museo Emidiano, sito nei sotterra­nei della chiesa di Sant’Emidio e retto dal rev. Prof. Don Nicola Marinelli cultore appassionato di storia e di arte molisana. Alcune di queste statue sono state rinvenute proprio per merito delle sue accurate ricerche, in soffitte e scantinati, tra ammassi di roba inservibile.

Come ho già detto, la statuaria lignea in Agnone, e a cominciare dal 1300 fino al 1700, presenta opere di tutte le epoche, in rispondenza ai diversi stili che, volta a volta, prevalsero nell’arte italiana. Tuttavia, anche nel variare degli stili, appaiono sempre visibili nelle linee generali, alcune caratteristiche che stanno a testimoniare un gusto comune ed una tendenza, da parte dell’artefice creatore, a trasfondere nell’opera i caratteri della sua gente, come la rozzezza e la semplicità ed una certa compostezza che prevalse anche quando il Barocco invase tutta l’Italia.

Un ricordo della statuaria trecentesca riproducente Santa Caterina di Alessandria, si conserva nel Museo Emidiano. Sebbene il panneggio sia elegante, tuttavia le linee della statua hanno un’accentuata rigidezza, non temperata neanche dalla lieve inclinazione in avanti del capo. Caratteristica l’acconciatura della testa, coperta da una breve pezzuola.

Altro lavoro antichissimo è una Madonna col Bambino che nel l939 l’allora Arciprete di Agnone, Don Giovanni Busico, compiendo alcuni lavori di restauro nella chiesa di San Marco, rinvenne nella cappella del Crocifisso, incuneata in una nicchia. Il Rev. Busico fatta fotografare l’immagine, ne mandò copia al Prof. Adolfo Venturi, il quale giudicò la statua lavoro della fine del 1300 o dei primi del 1400. Mentre l’atteg-giamento del Bambino, seduto sulle ginocchia della madre è pieno di vivacità per l’espressione sorridente e giuliva del viso, in pieno contrasto è l’atteggiamento della Vergine, che ha quell’espressione rigida, austera e quasi assente comune alla statuaria agnonese di tutte le età, e che riproduce quasi l’espressione severa del popolo presso cui l’artista visse ed esercitò la sua arte.

Anche del principio del 1400 e probabilmente dello stesso autore che ha intagliato il gruppo della Vergine col Bambino è un Sant’Emidio che trovasi nella Biblioteca Emidiana. Infatti le due statue hanno caratteri somigliantissimi, specie nella disposizione delle pieghe. Il Santo è rappresentato seduto in solenne atteggiamento, coperto da un manto che scende sino ai piedi e con in testa la mitra. Anche in quest’immagine, prescindendo da quelle caratteristiche dovute all’evoluzione dello stile, é notevole l’identica immobilità di atteggiamento e la rigidezza di linee già riscontrate nelle altre statue.

Molto più animata ed ornata di elegante panneggio è una Madonna delle Grazie che si ammira nella stessa Biblioteca Emidiana, e che tuttavia, pur nell’eleganza delle linee e nella scioltezza del movimento, conserva una innegabile solennità. La testa della Madonna, piegata un po’ indietro in atteggiamento estatico, è coperta da una pezzuola, come già quella della Santa Caterina.

Chiesa di S.Emidio Altare con i 12 Apostoli
Agnone – Chiesa di S.Emidio Altare con i 12 Apostoli

Ma dal punto di vista dell’arte popolare, il lavoro più interessante è un gruppo ritenuto della fine del 1500. Si tratta di tredici statue rappresentanti Cristo e gli Apostoli riuniti per l’ultima cena, poste sul cornicione del coro nella chiesa di Sant’Emidio. Troviamo già elencate queste tredici immagini negli inventa­ri della chiesa del l600, ma il rev. Marinelli, dall’osservazione di particolari stilistici, è portato a riferire il gruppo ad epoca non di molto anteriore al 1600 e lo colloca ver­so gli ultimi decenni dei 1500. In origine le statue erano disposte intorno ad un altare, chiamato negli inventari l’al­tare della Cena[3]. Le tredici immagini sono rappresentate tutte sedute. Nel centro è Gesù che stringe nelle mani il ca­lice. La statua raffigurante il Cristo è la più bella, soprattutto per l’espressione serena e solenne del viso e per lo sguardo penetrante. Piuttosto monotone, perché prive di animazione, appaiono le altre immagini, tutte volte verso il cen­tro. Si distinguono alquanto quelle di Pietro e Giovanni che mostrano maggiore vivacità d’espressione, e Giuda riconosci­bile per lo sguardo bieco. Secondo la tradizione orale questo gruppo pare non sia da attribuirsi ad un unico artista, ma si ritiene lavoro collettivo di diversi intagliatori locali. Tuttavia anche qui, sebbene le varie statue siano da considerarsi opera di mano diversa, presentano tutte quella consueta espressione distaccata, lontana che fa apparire gli apostoli quasi indifferenti alla scena; e gli artisti, che non sono riusciti a dare al volto una più intima animazione, hanno credu­to di poter esprimere la partecipazione degli apostoli al rito istituito dal Cristo, con mezzi del tutto esteriori, come ad esempio quella identica torsione del viso o addirittura del busto verso il centro.

Un’opera invece veramente artistica del principio del 1600 che mostra una profonda preparazione tecnica nell’esecutore, un bellissimo Crocifisso di legno, sito in una saletta sovrastante alla sacrestia di Sant’Emidio. Il corpo del Cristo, rigido, scheletrico, coperto di breve perizoma, appare ritratto con vera abilità, per l’armonia delle proporzioni. L’artista sentì la grandezza del dramma della Crocifissione, e seppe imprimere al volto del Cristo un’espressione di rassegnato dolore. La testa, coperta dai lunghi capelli che scendono sulle spalle, é reclinata con abbandono; dalle palpebre abbassate traspare l’espressione dolorante degli occhi.

Chiesa di S.Emidio Altare Dorato
Agnone – Chiesa di S.Emidio Altare Dorato

Giunti alle soglie del 1700, cominciamo a trovare, sia nella statuaria che nella decorazione lignea, il nome di qualche artefice agnonese, appartenente a famiglia in cui l’arte dell’intaglio era tradizionale. Al principio del 1700 risalgono le tre statue che ornano l’altare ligneo a tre nicchie della chiesa di Sant’Emidio, rappresentanti la Vergine, il Bambino e San Giuseppe. La Vergine porta alla base la scritta: Nicola De Mari 712; San Giuseppe reca: Nicola De Mari F. A. D. 713. L’affinità di stile fra le tre statue fa pensare che anche il Bambino debba attribuirsi allo stesso autore, anche se manca una iscrizione che ne faccia fede. Chi sia questo Nicola De Mari non è dato sapere, perché nemmeno negli atti parrocchiali della chiesa di Sant’Emidio, studiati accuratamente dal rev. Marinelli si è rinvenuto alcun dato relativo alla sua persona. Comunqueche l’artista sia o no agnonese, la presenza delle sue opere in loco fa fede di una costante predilezione del popolo per l’arte lignea, mantenuta inalterata dal lontano 1300 fino al 1700, epoca in cui troviamo anche qualche lavoro del campobassano Di Zinno. Dopo di che la scultura lignea tramonta e gli artefici esercitano la loro abili­tà negli altari e in quei mobili ricchi d’intagli, di fogliame, di volute, di putti e fastosamente indorati, di cui or rimane qualche rarissimo esemplare mal ridotto.

Meglio della statuaria possono dare un’idea adeguata della diffusione dell’arte d’intagliare il legno in Agnone e del costante riflettersi in esso di un gusto prettamente locale, proprio questi lavori di decorazione lignea; purtroppo an­che in questo campo, però, la ricerca va limitata alle chiese, ove abbondano particolarmente di altari lignei. Altari, dovettero essere intagliati anche nel lontano Trecento, quando già nelle nostre chiese cominciavano a comparire statue lignee, ma essi, corrosi, furono poi sostituiti in epoca più recente, perciò oggi le opere che si offrono all’attenzione dello studioso, possono assegnarsi quasi tutte ai secoli XVII e XVIII. Il più antico degli altari oggi esistenti, è, forse quello del Rosario di San Marco, in stile Barocco Roccocò, opera del 1600. L’altare, suntuosissimo, rappresenta un’enorme pianta di rose, i cui rami, arrampi­candosi capricciosamente, salgono a formare un disegno su­perbo non privo di eleganza. Tra rami, foglie e fiori si affacciano testine ricciute e sorridenti di cherubini. Lo sconosciuto artista si è compiaciuto a scolpire con accuratezza e minuzia di particolari ogni singolo ramo ed a riprodurre con la maggiore fedeltà possibile la bellezza delle foglie che si aprono mollemente, si sfrangiano, cadono.

Tra gli altri numerosi altari, val la pena ricordare quello della chiesa di Sant’Emidio, nella cui nicchia è posta una ri­produzione in terracotta del Crocifisso di Claudio Monteverde. L’altare dorato,finissimo lavoro settecentesco, si distingue per eleganza e sobrietà di linee. Le due snelle co­lonne laterali portano sui capitelli teste di putti. Dietro le colonne appaiono le delicate volute del fogliame. Lo stesso motivo di decorazione che riproduce fogliame, frutti, rami, trasformati dalla bizzarra fantasia dell’artista, e tra cui appaiono teste di putti, troviamo in tutti gli altari agnone­si, insieme con il gusto per le colonne a spirali e per la ricchezza di dorature. Tali sono gli elementi di decorazione dell’altare del Cristo risorto, il più recente degli altari agnonesi, a Sant’Emidio, e di quello alla destra di chi entra nella chiesa di San Marco. Sono ambedue molto semplici, formati da due colonnine avvolgentisi a spirale, e ricamate con fine fogliame.

Un aspetto grandioso ha l’altare maggiore della chiesa di Sant’Emidio, ove scultura, architettura e decorazione si fondonoe si completano. É l’altare della Sacra fa­miglia, che reca le tre statue del De Mari. É diviso in tre nicchie, in basso, da quattro colonne tortili; altre due colonne sovrastanti, di fattura diversa, incorniciano un quadro. Abbondantissimo l’elemento decorativo fogliaceo, che ricopre tutti gli spazi dell’altare; tra lo svariare delle foglie, fanno capolino qua e là, disposti simmetricamente, i volti ridenti del putti. Pur mancando dati precisi che permettano di affermarlo con sicurezza, penso si possa prestar credito al­la tradizione orale che attribuisce l’altare ad un falegname agnonese, di famiglia Cocucci, vissuto al principio del 1700, i cui avi avevano per secoli esercitato l’arte della scultu­ra lignea e dell’intaglio. I Cocucci hanno continuato la tradizione familiare, ed oggi gli si debbono eleganti lavori per quanto riguarda l’arredamento. Spiccati caratteri di affinità col suddetto altare, presenta quello dell’Annunziata nella chiesa di San Francesco. A questa Chiesa appartiene an­che l’altare di San Crescenzo, rappresentante un calice nel quale si adagia una figura di donna.

Altri altari di pregevole fattura sono quello della Mercede, a San Biase, veramente sontuoso per la ricchissima decorazione fogliacea e per le dorature e l’altare dell’Addolorata nella chiesa di Sant’Antonio. Tali altari sono attribuiti tutti ad artefici locali, specie ai Cocucci.

Ma fra gli artisti falegnami merita speciale ricordo Nicodemo De Simone, a cui Agnone deve i suoi lavori più belli. Il De Simone nacque e visse ad Agnone verso la metà del 1700; apprese l’arte dell’intaglio e della scultura nella bottega paterna insieme con i fratelli, distinguendosi per la sua superiorità. Morì appena quarantenne lasciando numerosi lavori. La famiglia De Simone ancora per lunghi anni, orgogliosa della fama acquistata da Nicodemo, ha perseverato nella lavorazione di mobili e oggetti artistici: ma una ventina di anni fa, quando l’artigianato locale attraversò un periodo di crisi dovuto al costo elevato del lavoro manuale, gli ultimi rappresentanti della famiglia (erano chiamati ad Agnone “gli ebanisti”) smisero la loro attività. Tuttavia ancora oggi il pronipote del De Simone, vecchio settuagenario, esegue qualche lavoro, quando ne è richiesto. Nicodemo De Simone fu, oltre che intagliatore, scultore, tuttavia deve la sua fama soprattutto ai lavori d’intaglio. Si illustrò, oltre che in Agnone, anche fuori, ed opera sua sono due bellissimi lavori che in collaborazione coi fratelli Giuseppe e Domenico, ha eseguito per il duomo di Lucera: il coro e la cassa dell’organo[4]. Dalla famiglia De Si­mone ho appreso che molti suoi lavori si trovano anche a Bomba, ma non si è riuscito sapere quali essi siano. Ad Agnone, le sue opere di maggior rilievo sono un reliquiario della chiesa di Sant’Emidio e la grata del convento di Santa Chiara. Il pri­mo, a due piani, ha forma di armadio. È simmetricamente ri­quadrato e ornato con fiori rilevati. Lateralmente è delimitato da lesene, superiormente da una cornice ondulata con ricchi intagli di fogliame, sormontata da una corona. Nel piano superiore, tra teste di angeli, appare la mistica colomba da cui si irradiano raggi di luce. La linea della grata è più semplice ed ha di caratteristico soltanto i due motivi laterali di decorazione, consistente in fogliame fiori e putti. I lavori del De Simone, pur ripetendo motivi di decorazione comuni agli altri intagliatori locali, quali l’intreccio di fiori, foglie, rami, teste di putti, co­lonnine, si distinguono tutti per la sobrietà che dà ad essi un sapore di classica austerità. Per la finezza e la semplicità di linee, potrebbe attribuirsi al De Simone anche la base su cui pog-gia la statua del Bambino Gesù, nell’altare della Sacra Famiglia di cui ho parlato. Potrebbe avanzarsi  l’ipotesi che la vecchia base, soppressa per qualche moti­vo, fosse stata sostituita posteriormente con altra esegui­ta dal De Simone e ciò spiegherebbe anche perché, mentre quella della Vergine e di San Giuseppe, recano il nome del De Mari, l’altra del Bambino ne sia priva.

Accanto ai lavori menzionati, abbondano nelle chiese agnonesi altri oggetti artistici, cori, confessionali, casse per organi, che ripetono tutti, costantemente, gli identici mo­tivi, sebbene in essi la decorazione sia molto più parca; ma per la loro minore perfezione, che li fa ritenere lavoro di artefici minori, ne tralascio la descrizione, sebbene la loro presenza costituisca un’altra prova della diffusione in Agnone di quest’arte tra il popolo.

Se nessun esemplare di scultura lignea è dato rinvenire presso famiglie private, perché evidentemente la statuaria si limitava alla riproduzione di immagini sacre destinate solo alle chiese, pure, fino ad alcuni anni fa, specie nelle case dei contadini era ancora possibile rintracciare qualche raro esemplare di lavoro ad intaglio. Ricordo di aver visto, negli anni della mia fanciullezza, qualche culla e qualche cassa­panca, posta presso il focolare, la quale, con la sua alta spalliera, era destinata ad opporre un riparo contro il vento che s’infiltra tra le connessure delle porte. Naturalmente non posso dare una descrizione esattissima di oggetti vi­sti tanti anni addietro, quando, sopratutto, non ero in grado di osservare e cogliere particolari interessanti. Le culle presentavano, nella parte superiore un bordo ad intaglio, o disegno geometrico, includente foglie e fiori; il lavoro, pur nella sua forma semplice, un po’ grossolana, raggiungeva una notevole efficacia per l’uso del colore, sempre vivace.

A quanto mi ha affermato il rev. Marinelli, pare che il tipo di decorazione richiamasse alla memoria quello dei confessio­nali, delle casse per organo, degli altari. Infatti anche se foglie e fiori avevano contorni meno precisi, forme più grossolane che rivelavano una mano inesperta e spesso mancanza del senso di proporzione nell’autore, pure identico era il gusto un po’ ridondante, l’amore per l’intreccio del fogliame, spesso reso in forma fantastica. Qualche volta, al di sotto del bordo, su uno dei lati brevi, appariva un’immagine sacra. Un confronto di queste immagini con la statuaria, oggi, non è più possibile, ma, sempre dal Marinelli, ho appreso come in esse si poteva osservare lo stesso atteggiamento semplice, di una ieraticità bizantina, che metteva in risalto la figura massiccia, riproducente i caratteri somatici del popolo montanaro, che si può osservare nelle statue. Gli stessi elementi decorativi ornavano le spalliere delle cassapanche; ma ciò che più di tutto mi attirava, da piccola, era il medaglione centrale, raffigurante una figura umana, o più spesso qualche animale. Ne rammento una, con l’immagine di un uccello dal becco lun­ghissimo e con artigli più lunghi delle stesse zampe.

Tali mobili quasi certamente non erano lavori di intagliatori eccelsi, ma provenivano dalle più umili botteghe artigiane e non è improbabile che spesso fossero fattura degli stessi proprietari che nelle lunghe sere d’inverno, accanto al focolare, provvedevano di persona a manifattutare quanto necessitava per la propria casa, e indugiavano nel paziente lavoro di decorazione, spinti dal desiderio, vivo anche nei più umili, di abbellire e ravvivare le loro dimore con un soffio di ingenua poesia.

Ma proprio questi prodotti d’arte meno raffinata, di una ingenuità primitiva, creati dal popolo per le umili necessità della vita quotidiana, sono la testimonianza palese di una tendenza diffusa nella massa, tendenza che anche quando si mani­festa con espressioni più alte che l’accostano alla grande arte, non perde tuttavia quei caratteri che sono peculiari del­la gente presso cui essa nasce e si svolge.

 

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Questo articolo è tratto da libro “Tradizioni popolari di
Agnone” di Lucia Amicarelli e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo[5], il quale, nell’ introduzione, ha voluto accennare alla storia dell’antropologia culturale e fare il punto sui contributi folklorici e di lingua dialettale riguardanti Agnone dalla fine dell’Ottocento ad oggi.

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[1] Lucia Amicarelli, Molisana di Agnone (IS), fu Prof.ssa Di Lettere. Suo il libro su “Tradizioni popolari di Agnone”
[2] G. Masciotta, op. cit., p. 331.
[3] Notizie del parroco Rev. Don Nicola Marinelli.
[4] N. Marinelli,La città . . ., op. cit., p. 34.
[5] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
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About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. L’opera che sta a Bomba è stata eseguita da Domenico De Simone nel 1806 ed è il coro della chiesa parrocchiale S. Maria del Popolo.

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