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La Veglia

di Domenicangelo Litterio[1]

Pur parlando di veglia, il racconto di Domenicangelo  è pieno zeppo di vita vera, reale e, seppur lungo, si legge di un fiato.

la veglia 1

Racconto dedicato a quelli che sanno: un viaggio nei luoghi e nei tempi del cuore, e a quelli che vorrebbero sapere: forse nel contesto del racconto si può trovare la verità dell’appartenenza, l’irriducibile forza della testimonianza e la volontà del riscatto.

Tutti sapevano, in famiglia e in paese, che mastro Raffaele era spacciato; don Peppe, il medico condotto, rispondeva mal volentieri alle chiamate d’urgenza dei familiari, quando il vecchio contadino smaniava e urlava.

 – Non posso farci più niente – ripeteva – mastro Raffaele ha i giorni contati, neanche un miracolo potrà più salvarlo.

Nella casa dell’ammalato si avvicendavano parenti, vicini di casa e conoscenti: alcuni per accertarsi della gravità del male, altri per dare una mano ai figli nell’assistenza e nella cura, altri ancora per antica consuetudine di accorrere e solidarizzare nei momenti di difficoltà, ma i più per semplice curiosità.

In un borgo di montagna la solidarietà è alla base della convivenza. Ci si scambiano i beni essenziali, il lievito per il pane, i carboni accessi per il fuoco, ma anche  il granturco, i fagioli, le patate per la semina. I lunghi inverni procurano stenti e disagi a tutti e perciò la condivisione della vita quotidiana è una necessità collaudata e divenuta abitudine, stile di vita.

Mastro Raffaele, poi, era un uomo che contava nella comunità; aveva una bella casa, una famiglia ricca di giovani, terreni coltivati ed abbondanza di tutto; una stalla piena di pecore ed una mula gagliarda alla stanga del traìno. Bastava mettere piede in casa per sentire l’odore dell’abbondanza: patate piccole per il maiale, mezzane per la semina e grandi da mangiare in mille diverse ricette, ben distinte ed accumulate nelle prime due stanze a fianco al corridoio d’ingresso; carni affumicate, prosciutti, ventricine e sopressate di varia grandezza facevano bella mostra appesi nella camera a fianco della grande cucina piena di attrezzi di uso quotidiano; attaccati ai muri penzolavano recipienti di rame, un poco opachi di polvere e fumo. Nella stanza in fondo al corridoio, proprio dirimpetto alla camera da letto erano affilati piccoli ripiani di legno sui quali luccicavano forme di cacio fresco e stagionato.

Da molti giorni mastro Raffaele non toccava cibo, era diventato cinereo e magro da uomo gagliardo che era; il medico aveva detto, guardandolo negli occhi: – cirrosi epatica-. E già da molti mesi andava ripetendo:- mastro Raffaele, hai il fegato di un vitello, smettila di bere, smettila di fumare sennò amen- e faceva un segno di croce con le tre dita della mano destra. E poi ancora tornava a raccomandare – fai lavorare i tuoi figli che sono giovani, tu riposati-

Ma il vecchio contadino non sapeva stare con le mani in mano e poi c’era sempre tanto da fare: la casa, la stalla, i campi, non si finiva mai. – Il giorno è troppo corto – diceva – specialmente d’inverno; il sole si affaccia appena e subito ti saluta, quando il tempo è bello.

E’ vero che in casa c’era la gioventù, ma soltanto Andrea era autonomo nel lavoro, prendeva iniziativa, sapeva quello che faceva; anzi spesso si consigliava con il padre sul da farsi, e con lui progettava lavori, fissava scadenze. Ma gli altri, neanche a parlarne, erano piuttosto d’impiccio. L’unico, dopo Andrea, che poteva dare sul serio una mano era per tutti Ninetto, ma da due mesi era partito militare e per almeno un anno bisognava dimenticarsene. Dunque, a conti fatti, tutto il carico rimaneva sulle sue spalle. Quando c’era sua moglie le cose andavano diversamente; i figli erano piccoli e davano da fare, ma lui era in forze e Dora sembrava una ruspa, si vedeva dove passava, tanto nelle faccende di casa che nel governo della stalla.

Ora il ritornello era cambiato e doveva piegare la schiena dall’alba al tramonto, senza soste.

Dalle figlie non poteva pretendere granchè: Gina, la più grande, faceva la fidanzata, anzi bisognava guardarla, con quella testa tra le nuvole che si ritrovava e la tentazione dentro casa; Mariano aveva occhi assassini e tempestosi: non ci mancava altro che uno scandalo in famiglia e in paese. E’ vero che era anche utile nei lavori dei campi e nel governo degli animali, con quella forza da mulo che si ritrovava e la buona volontà di ragazzo che vuole farsi apprezzare, ma ai giovani è sempre meglio non dare molta corda; se metti il fuoco vicino alla paglia l’incendio è inevitabile e ti può bruciare tutto, la roba, la casa, l’onore e il rispetto degli altri.

Gilda, invece, non si faceva pregare ma era buona soltanto per le faccende di casa, piccola com’era di età e di statura, macilenta, delicatina, non si poteva pretendere altro.

A conti fatti le raccomandazioni del medico erano sempre cadute nel vuoto; ma ora mastro Raffaele faceva i conti con la realtà della sua salute che se ne andava senza sentire ragioni, impietosamente, lasciando tutti nel terrore della possibile fine.

In quei giorni che sembravano gli ultimi Gilda era più affaccendata del solito e manteneva in ordine la casa per non farsi dir male dai visitatori. Tuttavia non riusciva ad evitare piccole pozzanghere nel breve corridoio d’ingresso. La gente scuoteva i cappotti di lana coperti di neve e gli scarponi; era inevitabile. Negli ultimi giorni s’era levato un sottile vento di bora che tagliava gli orecchi e non faceva prevedere niente di buono.

La casa era attrezzata di tutto: legna, vino, olio e il maiale appeso in tutte le lavorazioni tradizionali, il fienile pieno; l’inverno non doveva far paura, ma c’era quel guaio in casa, gli inconvenienti della malattia ed il pessimismo del dottore.

E così ogni mattina Andrea, il più grande dei figli, scrutava il cielo per capirne le intenzioni mentre accudiva le pecore e la mula. Parlava con gli animali e comprendeva il loro nervosismo.

– Speriamo, speriamo, eh, anche voi dovete avere pazienza.

Una sera, mentre  Gina apparecchiava la tavola per la cena, Gilda si affrettava a portare una tazza di brodo caldo a mastro Raffaele. Era perplessa perché, contrariamente al solito, da qualche tempo non sentiva la voce del padre, i suoi lamenti, le sue imprecazioni.

Il vento scuoteva le imposte e fischiava tra le fessure con lamentosa insistenza.

Sulla soglia della camera lanciò uno sguardo ansioso sul malato: lo vide con la testa fuori del cuscino, sollevata verso il soffitto, il respiro affannoso ed un filo di bava dalla bocca verso il mento a ricadere sul collo e l’incavo della spalla.

Si fermò a guardare come inebetita, spalancò gli occhi tra l’incredulità e la paura, lasciò cadere la tazza riversando il brodo sul grembiule e per terra. Incapace di pronunciare parola corse in cucina dove i fratelli si preparavano a sedere a tavola ed intanto si davano da fare ad attizzare il fuoco, apparecchiare la tavola; Andrea si era munito di un coltello affilato per tagliare un salame stagionato e già collocato sul tagliere di legno, sul davanzale della finestra: rimase con il coltello alzato ed interrogò la sorella con lo sguardo mentr’ella finalmente prorompeva in un  acuto e stridulo – oddio! oddio! è morto.

Ma non era vero. Mastro Raffaele mostrò un debole sorriso ai figli sopraggiunti sconvolti, ma non potè evitare un flusso di sangue dalla bocca sul candido lenzuolo.

Si abbattè a braccia distese sul cuscino che diventava improvvisamente rosso; dalla bocca si formavano bollicine sempre più grandi man mano che il rantolo si faceva affannoso; rauco e stridulo il respiro sembrava sempre l’ultimo.

I figli guardarono angosciati senza sapere cosa fare.

Nell’istante del silenzio stupìto e  smarrito s’udirono raffiche di vento ed ululati lontani. La luce si spense per qualche momento, tornò a brillare e poi si spense ancora; vi fu un attimo di paura palpabile ed un sentimento di solitudine e di smarrimento.

Il primo a decidersi fu Andrea: ordinò a Gina di accendere il lume a petrolio e spinse Gilda lungo il corridoio perché si affrettasse a chiamare il medico; le raccomandò anche di picchiare, passando, all’uscio di compare Tre Tre perché accorresse insieme alla moglie. Il compare abitava  a pochi passi di distanza, era un caro amico di Andrea e frequentava la casa come se fosse la sua; vi era considerato come un figlio e fratello. Infatti, appena partita Gilda, Tre Tre comparve con la sua giovane moglie e due altri amici che si trovavano in casa sua in quel momento. Era un simpaticone, allegro e spiritoso, s’era guadagnato quel soprannome in cantina, giocando a tressette; ma sapeva anche il fatto suo, era generoso e grande lavoratore. Andrea, Tre Tre e gli altri due avevano fatto il militare insieme; artiglieri da montagna, alpini. La moglie di Tre Tre era di Calalzo, nel Cadore, nel paesello di montagna si trovava bene e faceva la signora con tutto il rispetto che le riservavano le donne del vicinato; si presentava diversa nel parlare, nel vestire  e soprattutto nel modo di pettinare i suoi biondi  capelli fluttuanti intorno al viso sempre troppo pallido per una montanara.

I nuovi arrivati cercarono di sistemare alla meglio il povero Mastro Raffaele, Gina aveva portato una catinella e si dava da fare per asciugare il sangue e ripulire il viso del malato.

Intanto il medico non arrivava; i vetri delle finestre rivelavano che era cominciato a nevicare mentre il vento attutiva la sua forza e si insinuava tra le fessure come un lamento flebile, quasi partecipativo.

Tre Tre si offrì di andare incontro al medico e a Gilda che sicuramente dovevano essere per strada, ma, quando aprì la porta si fermò per un attimo a guardare lo spettacolo della neve che cadeva, fitta fitta, a fiocchi larghi, con larghi mulinelli, in preda al vento bizzarro che la faceva danzare in modo scomposto.

-Farà brutto, disse.

E pregò in cuor suo mastro Raffaele perché resistesse e continuasse a vivere qualche altro giorno ancora. Si avvolse la mantellina intorno al corpo, calcò il cappello sulla testa e si avviò.

Fatti pochi passi dovette mettersi contro vento perché non riusciva a respirare; intanto camminava a stento ed andava a memoria lungo la strada buia. Pensò che non era prudente andare oltre e cercò la via di casa dalla quale si era allontanato soltanto pochi metri.

La porta era già coperta di neve; per farsi sentire dovette picchiare con gli scarponi.

Gli amici avevano capito tutto ed erano già pronti per accompagnarlo dal medico.

Così si formò un piccolo gruppo con tre uomini a braccetto decisi a portare il medico in casa del malato. Gli uomini sbandavano ogni tanto e si strattonavano a vicenda per significare il percorso; a testa bassa andarono a tentoni in una marcia sempre più lenta a causa della stanchezza e della neve che aumentava sempre più.

La casa del medico apparve loro all’improvviso per un tenue lume che traspariva da una finestra del secondo piano, quasi un sogno o un miraggio.

Non fu facile farsi sentire; finalmente un vecchio tutto infreddolito e claudicante cominciò ad aprire la porta che si spalancò sotto la pressione degli uomini da fuori; insieme ad essi una valanga di neve invase il piccolo cortile.

Gli uomini cercarono di ripulirsi alla meglio mentre il dottore scendeva le scale insieme a Gina ripetendo: – ma voi siete pazzi, io non vado da nessuna parte, volete morire, volete morire.

Tre Tre lo prese per un braccio mentre gli altri si affrettavano a staccare il cappotto dal sostegno attaccato al muro; il dottore capì che doveva andare.

In quattro fecero la strada del ritorno, in fila indiana per la neve alta, Tre Tre davanti, il dottore a chiudere la fila.

Splendida nella sua ira la notte avanzava con la sua corte di lamenti e promesse di morte.

Entrare in casa del malato fu più facile perché Andrea e Mariano, muniti di pala cercavano di contrastare la neve che voleva impedire l’accesso.

– Tempo da lupi, disse il dottore entrando.

Aveva un sorriso errante sul volto per la soddisfazione dell’impresa compiuta. Si attardava a scuotere gli abiti mentre le donne di casa, sollecite e attente, spandevano il cappotto ed il cappello intorno al fuoco.

Dalla camera del malato nessun segno di vita. Così il dottore potè godersi un saporito sorso di acquavite.

– Ah! Beh, vediamo che fa mastro Raffaele! Disse infine, muovendosi.

Mentre attraversava il corridoio continuava a parlare a voce alta: – ma che dispettoso, s’è messo in testa  di farci penare con questo tempo…

Sulla soglia della camera si arrestò un attimo, guardò Andrea e sospirò. Poi invitò tutti a non entrare ed accostò la porta quasi per una missione riservata e discreta.

Gilda, tuttavia, aprì lo spiraglio sufficiente a vedere il dottore che tastava il polso ed ascoltava il cuore con lo stetoscopio. Sembrava più un atto dovuto che una vera necessità. Infatti la ricognizione durò pochi minuti; il dottore fece una carezza all’amico e gli chiuse gli occhi.

Poi, senza voltarsi, fece un cenno con la mano verso la porta per invitare tutti ad entrare.

Stettero in raccoglimento un attimo breve, mentre saliva un singhiozzo represso, discreto, lungo ed accorato.

Il dottore uscì per lasciare ai famigliari il tempo del pianto.

Sedette accanto al fuoco a gambe larghe, fissando la fiamma; giungevano grida e lamenti.

Quando gli parve giusto tornò nella camera del morto, parlò ai familiari e diede le disposizioni  necessarie per comporre il cadavere e preparare la veglia. Lui sarebbe tornato l’indomani.

Gilda disse che bisognava chiamare don Titino, Tito ma per tutti Titino per essere piccolo e magro; mastro Raffaele era morto senza l’estrema unzione e senza una benedizione.

Mentre le donne cominciavano il pietoso lavoro di infermiere, Mariano si offrì di accompagnare il medico a casa e fare visita a don Titino. Gli amici decisero di accompagnarlo; ripresero l’equipaggiamento idoneo per affrontare la tormenta ed uscirono di nuovo sulla strada.

Sbandarono nel tentativo di fare gruppo, si cercarono con forti richiami ma riuscirono ad avanzare  soltanto per pochi metri.

Fu proprio il dottore ad urlare di rientrare.

– Di morti ne basta uno, disse.

Così si ritrovarono nella grande cucina, pensosi  e tristi, con pensieri e preoccupazioni evidenti sul volto di ognuno.

Il medico aveva ripreso il suo posto davanti al focolare ed intanto si grattava la testa e passava la mano sulla faccia nell’inutile tentativo di cercare una soluzione. Niente, era meglio prepararsi a passare la notte in quella casa; nel frattempo avrebbe controllato l’affaccendarsi delle donne intorno al cadavere.

Passarono alcune ore nella preparazione e quando tutto fu pronto si disposero alcune sedie intorno al letto dove mastro Raffaele giaceva rigido ma sereno, quasi rassegnato. Ogni tanto il cordoglio esplodeva in pianti dirotti; gli uomini parlavano tra loro e ripercorrevano la strada della memoria: parlavano della vitalità, della generosità, dell’intraprendenza di mastro Raffaele, che aveva formato una famiglia invidiabile, si era fatto ben volere ed apprezzare da tutti e che, purtroppo aveva lasciato così improvvisamente la famiglia e gli amici.

Trascorse così quasi tutta la notte; nessuno dormì, tranne il dottore che fu ospitato nella camera di Andrea. Verso l’alba la stanchezza cominciò a prevalere.

Si vedevano teste chine in sofferente tentativo di sembrare vigili; qualcuno cominciò a dire all’altro: vatti a riposare un momento; ci aspetta una lunga giornata; vai, resto io a vegliare.

Reciprocamente cominciarono a scambiarsi queste sollecitazioni; uno alla volta, in punta di piedi, cercò un posto per poggiare il capo e dormire.

L’alba li sorprese così, inconsapevoli.

Gilda e Gina avevano poggiato il capo sulla sponda del letto, ai due lati.

Il morto era lì, con il vestito nuovo e la cravatta a puntini rossi, impettito e pallido, autorevole come sempre.

Mariano aveva cercato inutilmente, per tutta la notte, un momento confidenziale con Gina; con discrezione cercava la sua mano ogni volta che le era dappresso; la guardava  ed l’anticipava nei piccoli servizi. Ma Gina era lontana dalle sue intenzioni; si muoveva raramente dal suo posto accanto al padre e sembrava, anzi, non gradire le sue attenzioni; le lacrime illuminavano il suo volto pallido e sofferente, donando alla ragazza un fascino inconsueto. Mariano la guardava affascinato perdendosi in pensieri improbabili: la immaginava sorridente e disponibile, aperta ai suoi desideri inespressi, la vedeva flessuosa con la sua pelle bianca bianca sotto le vesti di lana.

Si era appisolato così, in compagnia dei suoi sogni e l’alba sopraggiunse anche per lui troppo sollecita.

Gilda comparve in punta di piedi nella grande cucina; ripulì il camino dalla cenere, preparò il focolare e l’accese.

Subito si diffuse per la stanza un tepore tenue, insieme al crepitìo della fascina che alimentava la fiamma. Andrea parve sorpreso, non si rese subito conto di quello che era successo e del perché si trovava ad aver dormito in cucina; guardò gli altri, si avvicinò alla finestra ed alitò sui vetri per fare uno spiraglio da cui guardare sulla strada. Ben presto si accorse che era fatica sprecata, la neve aveva coperto i vetri; il primo chiarore più che vedersi, si intuiva. Sentì il richiamo dei belati provenienti dalla stalla e guardò l’orologio poggiato sulla grande pietra del camino.

Gilda si avvicinò e gli chiese di portarle del latte per preparare la colazione; Mariano, come se avesse sentito, si alzò ed attinse dalla grande brocca situata sul ripiano dello stipo addossato alla parete. Andrea attraversò il corridoio e sedette accanto a suo padre, osservandolo lungamente. Scuoteva la testa, preoccupato:

– Ed ora, che dobbiamo fare? – diceva sommessamente.

Si ritrovarono tutti insieme nella grande cucina; Gilda aveva preparato caffè e latte; aveva prelevato e tagliato a fette un grande pane dalla madia.

Sedettero senza parlare, ciascuno con il suo dolore e la rabbia dell’impotenza: Andrea, il figlio maggiore, Gilda e Mariano, Tre Tre con i suoi due amici e la moglie, Gina ed il dottore.

Una strana pace sembrava  arrivare dall’esterno; la tormenta era cessata, la casa era immobile, stranamente silenziosa, come in attesa.

– Finisco il caffè e torno a casa, disse per primo il dottore, il tuo letto, e si rivolse ad Andrea, è duro come la pietra, come fai a dormirci?

– Il materasso è di lana, le tavole sono nuove.

– Ah, ecco, un letto di tavole…

Subito dopo Mariano si affrettò ad aprire la porta e scoppiò in una fragorosa risata, piena di meraviglia: la neve aveva coperto tutto l’ingresso e la porta era  tutta raffigurata, nei suoi intarsi più marcati, contro la parete di neve.

Andrea fu lesto a prendere un lungo palo per verificare la compattezza del muro di neve. Il palo penetrò interamente senza incontrare vuoti.

Sconsolato e triste domandò quasi a se stesso: – ed ora? Ha nevicato tutta la notte, non sentiamo più il vento perché  la neve ha tappato tutte le fessure. Speriamo bene.

Non c’erano soluzioni.

Così si predisposero ad attendere ancora.

Era chiaro, comunque, che non era il caso di pensare al funerale, almeno per quel giorno.

D’altra parte il freddo intenso dentro casa avrebbe impedito complicazioni nello stato di conservazione del cadavere.  Ed in ogni caso c’era il dottore. Soltanto la cucina era ben riscaldata e vi si stava bene.

Gilda era attenta ad alimentare il fuoco al bisogno.

Passato il primo momento di smarrimento gli uomini provarono ad affaccendarsi per casa, così, per trascorrere il tempo; ogni tanto facevano visita a mastro Raffaele che intanto andava assumendo un volto sempre più disteso e pacificato. Gina disse che il padre sorrideva.

Il dottore toccava, ogni tanto, sotto gli orecchi; man mano che le ore passavano diventava sempre più silenzioso e preoccupato.

Le donne, intanto, avevano cominciato a pregare, un rosario lungo, fatto di Ave Maria, intercalate da sospiri e brevi commenti, messi insieme facevano una storia, raccontavano la vita di mastro Raffaele.

Primo mistero doloroso: sei stato un bravo papà; da te abbiamo avuto agiatezza e un posto decoroso nella società.

Secondo mistero: ci hai viziati con le tue buone maniere, ci hai difeso, ci hai portato in pianta di mano; chiunque sparlava di noi diventava tuo nemico.

Terzo mistero, il più doloroso: la perdita della mamma, Rosa profumata senza spine, dicevi, troppo buona per questa vita; Dio è stato ingiusto per questo atto vile e traditore, premia chi lo maledice, concede fortuna e salute ai delinquenti.

Quarto mistero di passione: i pascoli sulle Coste, le patate sul Monte e il grano a San Salvatore; sentieri sempre aperti al suo traìno lento e sicuro, verdi  montagne odorose di ginestre a primavera bianco-lucenti nei lunghi inverni; capricciosi refeli lungo le viuzze ed i vicoli del paese; fantasiose e bizzarre piste a perdersi tra gli usci con impronte a volte tenui, a volte profonde. Passione, si. Come può perdersi tutto in un rivolo di sangue, una sera qualunque, all’improvviso?

Quinto mistero, ma proprio mistero: ed ora?

Dalla stalla provenivano belati discreti; Andrea aveva provveduto a foraggiare tutti gli animali che però sembravano manifestare un’inquietudine nuova e strana; o forse così sembrava.

Entrò il dottore, infine, con tutti gli uomini di casa e s’improvvisò oratore:

– non ti abbiamo potuto portare don Titino, ma la tua vita è acqua santa; non ti preoccupare. Andrea, qua, prenderà il tuo posto, Gina farà la brava e presto anche Gilda sentirà uno sguardo interessato sulla sua bella persona. Stefanino non potrà venirti a salutare; glielo faremo sapere, però, quanto prima; appena questo vigliacco di tempo si deciderà a farci uscire, a farti uscire; non è più posto per te, questo. Se ti trovi già in Paradiso, come è giusto, provvedi tu; se il tempo non apre, se non potremo almeno aprire le finestre e guardare che succede là fuori, qualcuno ti seguirà molto presto.

Mastro Raffaele restava impassibile, anzi sempre più disteso, quasi irridente.

Le donne stanche e confuse, cominciarono ad armeggiare in cucina; non sapevano cosa fosse più conveniente fare.

Ancora una volta il dottore ruppe gli indugi.

– Sentite, disse, mastro Raffaele è morto e nessuno può farci niente; avete pianto e pregato; il brutto tempo potrebbe continuare anche per alcuni giorni; dunque pensiamo a vivere.

S’udì un colpo sordo dietro lo stipo incassato nel muro.

Tutti stettero in silenzio; il colpo si ripetè due, tre volte.

Allora Andrea e Mariano si precipitarono verso il muro e cominciarono a tirare avanti il piccolo mobile; il colpo si ripetè ed essi risposero con due colpi sul muro; segnalavano al vicino di casa che avevano udito.

Così furono tolti alcuni mattoni ed apparvero gli occhi splendenti di Claretta, la piccola figlia di  Su Su, come dire sbrighiamoci e di Memena. Attraverso il pertugio i tre entrarono in casa rumorosamente e con volti ridenti; volevano stare in compagnia e stare allegri insieme, a dispetto  della bufera e della neve. Ben presto chiesero se erano graditi, se avevano disturbato, tale era il disappunto sul volto dei presenti.

– No, siete i benvenuti, anzi – disse Mariano – solo che c’è poco da stare allegri, mastro Raffaele è morto.

E fece cenno con la testa e con gli occhi verso la camera in fondo al corridoio.

Di nuovo nella camera del morto si levarono pianti e lamenti.

Claretta fu allontanata.

L’arrivo dei vicini di casa arrecò qualche vantaggio. Memena si offrì di preparare il pranzo a casa sua, per rispetto del morto e così l’intera comitiva si trasferì nella casa attigua attraverso la piccola parete che nel frattempo era stata quasi completamente abbattuta.

Andrea fece portare del vino buono dalla sua cantina.

Ogni tanto qualcuna delle donne riattraversava l’accesso di fortuna per fare un poco di compagnia a mastro Raffaele e riattizzare il fuoco. Si trattennero a lungo a tavola; si cominciarono a sentire voci sonore, i discorsi caddero sui temi più svariati, con tutto il rispetto per il morto.

Era sera quando la comitiva si trasferì di nuovo; vi fu un breve ritorno all’atmosfera di lutto ma subito dopo, al caldo del grande camino qualcuno alzò un canto sommesso, così, per darsi coraggio.

Un pò storditi dal vino e dalla stanchezza s’accompagnarono voci sempre più baritonali.

Il dottore infilò uno stornello niente male, a cadenza lenta, mentre al ritornello s’udì una timida voce bianca, tanto per fare coro.

Poi qualcuno, con la mano a far da paravento alla bocca intonò quel mazzolin di fiori lungo e stanco, come la pazienza del tutto esaurita.

Andrea passò con il vino; il dottore ebbe un’ispirazione e ordinò: vino caldo per tutti contro il freddo e le sue complicazioni.

Mentre Gilda, sollecita, si preparava ad eseguire, Gina attraversava il corridoio per una breve visita al padre, seguita sollecitamente da Mariano che la guardava con apprensione e non aveva coraggio di parlarle. Nell’attraversare la soglia della stanza tentò di toccare la sua mano ma ella si ritrasse, a testa bassa.

Dolce notte invernale nella casa dove nessuno inveiva contro la morte, accolta come esito naturale e scontato, sebbene disatteso, e come tutte le vicende liete e tristi che  raccontano la vita degli montanari.

-Pensiamo a Nino, disse, cantiamo per lui, che ancora non sa, una canzone degli alpini.

Dopo vivace consultazione fece la sua canora comparsa sul ponte di Bassano prepotentemente introdotta dalla Pievese per porre termine alle discussioni. Su Su sorrise, la guardò con intesa e le diede man forte.

S’accodarono prima timidamente e poi sempre più decise voci di accordo e di accompagnamento; nella cucina un coro caldo e tenero, quasi a bassa voce, timido e felice ed insieme triste invase tutta la casa ; giunse anche nella stanza del morto dove Gina , seduta a fianco del morto sembrava meno ritrosa alle timide carezze di Mariano.

Mentre la notte allungava i suoi passi verso il mattino, la stanchezza si mostrava sempre più evidente sul volto di tutti.

Anche il canto si spense, la famiglia Tre Tre riguadagnò il passaggio verso la propria casa , gli uomini poggiarono la testa sonnolenta sul tavolo, il dottore s’incamminò verso la stanza di Andrea. Prima, però, s’avvicinò alla porta della stanza dove mastro Raffaele riposava non tanto in pace: la sua testa dondolava di qua e di la, quasi a rimproverare il comportamento dei giovani innamorati. E subito dopo prese a fare si e no, secondo il ritmo del letto; in effetti mastro Raffaele non sapeva più neanche lui cosa pensare.

 Il dottore chiuse la porta dolcemente, lentamente, con un sorriso compiaciuto e s’avviò verso il suo letto di tavole.

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[1] Domenicangelo Litterio Abruzzese di Castiglione Messer Marino (CH), Professore di Materie letterarie e Preside, è cultore appassionato della Storia e della Sociologia locale, con profonde conoscenze di Teoria e tecnica della comunicazione sociale e di Mediazione Familiare con metodo sistemico relazionale.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

3 commenti

  1. Lungo racconto, lungo e dettagliato : particolari espressi con studiata semplicità e perspicacia, veritieri e usuali,ma anche ricercati e attenti. – quasi dannunziani.-Usanze e tradizioni di paese, diffuse e note, e quindi riconoscibili da chi è un po’ avanti con gli anni. Particolareggiato sì, forse troppo!? ma è anche la forza di questo racconto, forza che con delicatezza fa trionfare la vitalità dell’amore sul rigore della morte.

  2. Antonia Anna Pinna

    Questi racconti sono in ognuno di noi già prestampati. Leggerli è come rientrare in una casa che abbiamo abitato e dove rimangono intatti i nostri ricordi. Scritto molto bene, con sapiente maestria.

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